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Alessio Vinci

E' appena tornato da Londra, dove lo stato maggiore della Cnn ha messo a punto la copertura dell’evento dato ormai da tutti per scontato e imminente, la guerra contro Saddam Hussein. Reporter e inviati si disporranno a piramide, come vogliono le regole rigidamente gerarchiche dell’informazione anglosassone: al vertice, nel vivo dell’azione, a Baghdad se questa volta avrà il visto, la chief dei senior correspondent nonché veterana del Golfo, miss Christiane Amanpour, oggi signora Rubin.

3 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 29 settembre 2002

E' appena tornato da Londra, dove lo stato maggiore della Cnn ha messo a punto la copertura dell’evento dato ormai da tutti per scontato e imminente, la guerra contro Saddam Hussein. Reporter e inviati si disporranno a piramide, come vogliono le regole rigidamente gerarchiche dell’informazione anglosassone: al vertice, nel vivo dell’azione, a Baghdad se questa volta avrà il visto, la chief dei senior correspondent nonché veterana del Golfo, miss Christiane Amanpour, oggi signora Rubin. Accanto a lei, Nic Robertson e Sheila McVicar, gli altri due senior per l’Europa, poi i responsabili degli uffici nazionali chiamati, con squisitezza tutta imperiale, “regionali”. Alessio Vinci, chief del bureau italiano, non sarà il playmaker del dispositivo ma non se ne starà nemmeno in panca: sarà nel pacchetto di mischia. Lo incontriamo nell’ufficio romano del network, un sesto piano nel quartiere Prati, dietro il cavallo di Viale Mazzini e a un passo dal Teatro delle Vittorie, nel cuore insomma dell’universo Rai. Nell’ingresso, pile ben ordinate dell’Osservatore romano, perché “il Vaticano interessa ancora di più della politica italiana”. Dice che da mesi insegue Silvio Berlusconi per un’intervista che il premier sarebbe pronto a dare addirittura in inglese. Solo che a Palazzo Chigi vorrebbero conoscere prima le domande e affidare le riprese al loro operatore di fiducia: la Cnn per ora ha deciso di soprassedere.

Alessio Vinci ci prega cortesemente di non fumare, anche se la climatizzazione gira al massimo, perché c’è una vertenza in corso in proposito e non sarebbe “giusto permettere ad altri quel che si vuole vietare ai collaboratori”. Dà subito l’impressione di un occupato molto organizzato. Compila post it con la mano sinistra e risponde “hi Jack hi Nic” a cellulari e telefoni che suonano a ripetizione, mentre nella stanza accanto, di fronte a una parete ricoperta da una grande bandiera rossa con tanto di Che Guevara che il chief trova diplomaticamente “poco opportuna”, stanno testando il telefono satellitare dopo qualche settimana d’inattività. Meticoloso, mette a disposizione il curriculum vitae e tutto quanto è stato scritto da e su Alessio Vinci. Lavora in un angolo, dove come in un gioco di specchi si riflettono le immagini di Alessio Vinci in Afghanistan, di Alessio Vinci con Giovanni Paolo II, di Alessio Vinci con il nuovo primo ministro serbo e quelle più vecchie con Michail Gorbaciov, con Boris Eltsin. E l’Alessio Vinci degli esordi, capelli appena più lunghi e colletto della camicia allacciato stretto. Accanto alla tastiera del computer, una foto da cui spicca lo sguardo innamorato di una bella ragazza bionda, serba, assistente al bureau di Belgrado. Alessio Vinci si sgrana sulla poltrona da chief che occupa da quasi due anni. E per un attimo prende un tono umano: “A volte sono tentato di aspettare che mi chiamino invece di propormi per primo, di darmi da fare per essere sempre là dove le cose accadono”.

A trentaquattro anni, sono i primi segni del tempo che appanna e corrompe, alimenta la pigrizia in un mestiere che più di ogni altra cosa si nutre di passione. Alessio è un figlio del Sessantotto, nato il 15 aprile, fra Valle Giulia e le barricate del Quartiere Latino. È nato in Lussemburgo, è nato bene, con le stelle a vegliare sulla culla. È il maggiore di tre figli, un fratello trader a Londra, una sorella avvocato a Parigi, madre di Trieste e padre di Messina: Enrico Vinci, collaboratore di Gaetano Martino, poi funzionario al Parlamento europeo di cui è stato per molti anni segretario generale. Racconta che aveva fin da piccolo la passione della scrittura e che in famiglia veniva considerato l’artista. Coltivava anche gli sport, con i cugini di Sicilia che sbavavano di fronte a campi di calcio così verdi che in Italia non si vedono più nemmeno in serie A. Coniugando le due passioni, sognava di essere un giorno giornalista sportivo, sulle orme di un Gianni Brera, di un Giovanni Arpino. Se a essere amico di famiglia fosse stato mettiamo un Eugenio Scalfari, le cose forse non sarebbero andate come poi sono andate: l’austero Fondatore avrebbe spiegato che una cosa è scrivere, una cosa è redigere, che il giornalista è per l’appunto un redattore che deve limitarsi a mettere insieme notizie in forma chiara e in una gerarchia accettabile. E che questa missione che sembra modestia e limitatezza è in realtà assai complicata e delicatissima. Ma la sera in cui tutto si decide, a cenare in un ristorante di Bruxelles con Vinci padre e figlio, ci sono tre franchi tiratori poco ossessionati dalla purezza della vocazione e delle origini, sedotti anzi dalla commistione dei generi. Jas Gawronski, Enzo Bettiza e Giuliano Ferrara, eurodeputati chi liberale chi socialista ma tutti e tre culturalmente craxiani, convincono il padre a lasciar partire per gli Stati Uniti “a farsi la scorza” il figlio che ha appena superato l’esame di maturità.

Così, mentre comincia a scricchiolare l’impero sovietico, Alessio Vinci parte per la Georgia, non questa di qua ma quella di là, verso Atlanta dove nel 1981 è nata la Cable Network News, la Cnn, con un’ambizione da nulla, “be the first to know”, essere i primi a sapere. “E lì ho trovato una famiglia. Non mi hanno mai regalato nulla ma mi hanno lasciato fare tutto, certo ho fatto quintali di fotocopie ma quando ero assistente ho potuto fare il producer, quando ero producer mi hanno lasciato fare il giornalista”. È il sempreverde sogno americano, del paese delle opportunità. Il ragazzo di bottega comincia a tappare i buchi ma la squadra è piccola, un centinaio di persone al massimo, il network in espansione e i buchi spesso molto grandi. Così può anche capitare che un novizio si ritrovi a smistare collegamenti e servizi via satellite. In redazione tira veramente aria di famiglia. Si lavora fianco a fianco con il fondatore Ted Turner, che sorride a trentadue denti e se ne sta in maniche di camicia, magari capita pure di dividere con lui un love affaire che “no, purtroppo non era Jane Fonda”. Alessio è accolto come qualcuno che si dà da fare, forse ha talento ma soprattutto può permettersi di lavorare gratis o quasi. Per mesi va avanti e indietro tra gli Stati Uniti e Milano, dove è iscritto a Scienze politiche, ma “non con grande entusiasmo”. Si abbarbica come può al paese in cui a volte può essere complicato persino farsi portare una pizza. Ogni volta che il fattorino gli chiede “Alessio what?”, lui spiega “Vinci, like Leonardo” e si sente immancabilmente rispondere “Leonardo, who”? Un caporedattore gli suggerisce di prendere il problema alla radice, di cambiare nome e cognome in Alex Vincent. Che magari fa un po’ capomandamento a Little Italy, ma vuoi mettere quant’è più abbordabile. Lui dice no e tiene botta. Dicembre del 1989, l’impero sovietico sta crollando. A Bucarest si consuma l’agonia dei Ceausescu e del loro regime. Lui è l’assistente producer della squadra. “Gli amici tutti a Cortina a sciare, ma non li invidiavo affatto, avevo l’adrenalina a mille”. Scopre il punto G del giornalismo. Un anno dopo, quando scoppia la guerra del Golfo, scopre anche da che parte gira il mondo. La Cnn è ormai il network planetario. A lui, alla talpa nel cuore dell’Impero, si rivolgono ogni giorno i Fede, i Vespa, i La Volpe per sapere che c’è di nuovo. È la prova provata che è meglio essere scriba ad Atlanta che direttore a Roma. La green card però non arriva e senza carta verde non c’è assunzione possibile. È una pigra estate in Sicilia quando s’affaccia lo stellone. Il 19 agosto 1991 a Mosca i nostalgici del comunismo tentano il colpo di Stato. Le frontiere sono chiuse, i visti d’entrata rifiutati. Vinci sente che non avrà una seconda opportunità. Con le complicità che solo la grande terra di Sicilia può offrire fa, letteralmente, carte false, biglietti aerei, prenotazioni d’alberghi, e ottiene un visto turistico. È il primo occidentale che arriva a Mosca e somiglia a un giornalista. Quelli di Atlanta stupefatti decidono di giocarsi quel giovanotto che può essere la carta in più.

L’ufficio di Mosca lo assume come producer a quaranta mila dollari lordi l’anno, quando ad Atlanta ne racimolava si e no venti. Vince pure la green card, alla lotteria: fra le migliaia di nominativi che periodicamente vengono estratti a sorte sui milioni di postulanti, quell’anno c’era anche il suo. Ma ormai è in carriera in Europa. Cinque anni a Mosca, due a Berlino, poi a Belgrado: cominciano a chiedergli un pezzo, poi un altro, poi due tre quattro al giorno. Colui a cui avevano fatto capire che non era una faccia “on air”, che non era uno da mandare in onda, sguazzava ormai sullo schermo con l’agio provocatorio di una vecchia cocotte. La copertura della crisi nei Balcani gli dà grande visibilità. E la promozione nel gennaio 2001 alla direzione del bureau di Roma. L’11 settembre doveva ritirare un premio a Nashville nel Tennessee. Torna a New York in auto, perché tutti i voli sono cancellati. Sta quindici giorni a Ground Zero, poi parte per l’Uzbekistan. È toccata a lui perché parla correntemente il russo e ha mantenuto buoni contatti a Mosca. Segue i miliziani di Dostum, quelli dell’Alleanza del Nord. Entra in Afghanistan con un convoglio umanitario. Arriva a Mazar-I-Sharif, il posto giusto al momento giusto: i talebani prigionieri si ribellano nella fortezza, lui è testimone dell’unico scontro a terra nel teatro di guerra afghano. “Stavo là prima di Carlotta Gall”, la reporter del NY Times, confessa con soddisfazione. Quella di Alessio Vinci è una success story all’americana in tutto il suo splendore. Vinci è “l’americano” a cui sta bene che i contratti di lavoro a durata indeterminata siano praticamente scomparsi, che il suo sia addirittura rinnovabile ogni tre anni. Che da quelle parti l’articolo 18, almeno per i giornalisti televisivi, preveda che il rapporto di lavoro possa essere sciolto in ogni momento. Anche per un minimo cambiamento di immagine, per un orecchino, un piercing, e figuriamoci poi per i capelli tinti di blu: come recita il contratto, il licenziamento può avvenire “for any reason or no reason”, per una qualsiasi ragione o per nessuna ragione.

È orgoglioso della famiglia di Atlanta che contratta a muso duro il minimo aumento, ma non esita a metterti in mano settanta mila dollari per comprarti la Land Rover blindata perché alla tua sicurezza ci tiene. Solo quando gli si chiede quale sia il suo salario, Vinci mette da parte per un attimo gli Stati Uniti, il biglietto con scritto “In God we trust” che è poi la sola misura possibile e trasparente del successo: “Non me lo faccia dire, sarei in imbarazzo, diciamo più o meno quanto un buon caporedattore in Italia”. Come dire che americani si diventa. Italiani, siciliani, si nasce. E si resta.

 

In breve

È nato in Lussemburgo il 15 aprile 1968, figlio di un alto funzionario delle istituzioni europee. Nel 1981 parte per Atlanta, dove farà il suo apprendistato semivolontario alla appena nata Cnn. Nel 1989 è aggregato come producer alla troupe inviata a Bucarest. Nell’estate del 1991 riesce ad arrivare a Mosca durante il golpe, e a farsi assumere come producer dal bureau locale della Cnn. In Russia resta cinque anni, poi due a Berlino, poi Belgrado. Nel gennaio 2001 gli viene affidata la direzione del bureau di Roma.

Lanfranco Pace è stato redattore di Libération per sette anni. Ora vive a Roma. Lavora per La7

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