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Rebiya Kadeer

Svettava con i suoi capelli folti e liberi, memore di quando le guardie rosse di Mao la costringevano a portare il tipico taglio a caschetto cinese. Alla conferenza dei dissidenti a Praga un anno fa, la “madrina degli uiguri perduti” Rebiya Kadeer sembrava una regina turca accanto al dissidente siriano Mamoun Homsi, all’egiziano Saad Eddin Ibrahim, al nordcoreano Cheol Hwan Kang e all’iracheno Kanan Makiya.

15 Agosto 2008 alle 00:00

Svettava con i suoi capelli folti e liberi, memore di quando le guardie rosse di Mao la costringevano a portare il tipico taglio a caschetto cinese. Alla conferenza dei dissidenti a Praga un anno fa, la “madrina degli uiguri perduti” Rebiya Kadeer sembrava una regina turca accanto al dissidente siriano Mamoun Homsi, all’egiziano Saad Eddin Ibrahim, al nordcoreano Cheol Hwan Kang e all’iracheno Kanan Makiya. Il presidente americano Bush disse che Rebiya Kadeer “vale più degli armamenti e del petrolio del sottosuolo”.

Negli anni della Rivoluzione culturale, quando la sua famiglia fu deportata dalle montagne dell’Altai al deserto del Taklamakan, Rebiya aveva fatto la lavandaia e si era limitata ad arrotondare con il piccolo contrabbando. A metà anni Novanta era già una leggenda, persino il patron della Microsoft Bill Gates chiedeva di poterla incontrare. I guai cominciarono quando le venne in mente di aprire una scuola islamica per bambini poveri a casa, in cui veniva insegnato il Corano e, peggio ancora, la lingua uiguri, un dialetto turco bandito dal maoismo. Rebiya capì che dietro alle insegne dei “Centri per la protezione delle madri” di Kashgar si celavano gli opifici dell’aborto di massa voluti da Pechino per annientare il popolo uiguri. Condannata a nove anni, fu gettata in una cella di due metri per due, dormiva sul pavimento e poteva godere di cinque minuti di aria ogni 45 giorni. Fu lei a far conoscere al mondo nel 1997 il massacro di 400 uiguri a Ghuldja. I soldati cinesi rastrellarono le case, ne uccisero molti sul colpo e il resto li rinchiusero in un stadio. Li bagnarono con i cannoni ad acqua. Era febbraio e c’erano 15 gradi sotto zero.

Madre di undici figli, ex parlamentare cinese oggi presidente del World Uyghur Congress, l’organismo che raggruppa 49 organizzazioni uigure, la signora Kadeer è stata accusata dai cinesi di aver venduto “segreti di stato” agli stranieri. Aveva semplicemente fatto ritagli di giornali locali, li avrebbe addirittura “sottolineati” con un evidenziatore e inviati al marito negli Stati Uniti. Nata nel 1946 in Xinjiang, in pieno Far West islamico cinese, da un padre barbiere, Rebiya era riuscita ad affermarsi come una delle imprenditrici private di maggiore successo nella Cina dell’“arricchirsi è onorevole” dell’era di Deng Xiaoping.
Questa pasionaria uiguri ha detto che continuerà a battersi per il suo popolo “fino al mio ultimo respiro”. Intanto i suoi figli sono perseguitati in Cina.

Lei vive a Washington, protetta da una grande democrazia che le ha dato asilo da quando il segretario di stato, Condoleezza Rice, chiese la sua liberazione come condizione per una visita a Pechino. All’arrivo all’aeroporto Reagan di Washington, il 17 marzo del 2005, Rebiya chiese di sventolare la bandiera americana. L’immagine fece il giro del mondo. Kadeer è seconda per popolarità soltanto al “Garibaldi uiguri”, Memhood Kashgari, il grande linguista del XI secolo le cui spoglie sono conservate in un santuario non lontano da Kashgar.

La sopravvivenza uiguri è un mistero.
Alla rivista americana National Review, Nury Turkel dell’Associazone americana degli uiguri ha raccontato che prima di soccombere al post maoismo gli uiguri hanno affrontato la conversione all’islam da religioni quali il buddismo, lo sciamanesimo e il cristianesimo nestoriano. Fino al XV secolo hanno professato il cristianesimo manicheo. I manciù avevano dovuto reprimere ben 40 ribellioni uiguri nel XIX secolo. Mao aveva dovuto riconquistarlo nel 1949 dopo che, negli anni Trenta gli uiguri avevano proclamato due repubbliche indipendenti. A Kashgar l’imperatore Wudi mandò il suo braccio destro Zhang Qian già nel secondo secolo prima di Cristo.

Gli uiguri hanno alternato secoli di indipendenza sotto khanati buddisti o islamici, periodi di sottomissione ai mongoli o al Tibet, all’impero ottomano o alla Cina, alla furia delle guardie rosse.
Ai confini dell’Asia centrale, in una regione un tempo chiamata Turkestan orientale o Turkestan cinese e che Pechino ha ribattezzato Xinjiang, è in corso una doppia guerra contro il popolo islamico più pacifico della terra, gli uiguri. Da una lato l’assimilazione forzata da parte del totalitarismo postmaoista, dall’altro il fondamentalismo islamico lanciato alla conquista e soggiogazione delle anime quiete del Turkestan.

Pechino è lontana, a cinquemila chilometri,
ma i suoi emissari distruggono le moschee uiguri e costringono le donne ad abortire al nono mese. Essere madri equivale a una condanna capitale. Oggi i cinesi rappresentano più della metà della popolazione dello Xinjiang, negli anni Cinquanta erano il quattro per cento. E’ una regione dove anche solo pronunciare la parola “Turkestan” può portarti in prigione. Qui i facchini del comunismo hanno l’incarico di cancellare il volto di Rebiya sui muri delle città. Le sofferenze  patite in carcere da questa eroina orientale, otto anni nelle segrete del regime cinese, sono ormai leggendarie. Per i primi due anni di reclusione nel carcere femminile di Ürümqi, a Rebiya fu negato persino il diritto di ricevere visite dai famigliari. Le torturavano davanti amici e compagni di lotta.

“La lotta del popolo uiguri per la libertà e la democrazia sotto la dittatura
comunista cinese è sempre stata pacifica, persistente e difficile” racconta Kadeer in questa intervista al Foglio. “Gli uiguri sono musulmani, così il governo comunista cinese ha opportunisticamente utilizzato l’11 settembre per giustificare l’odiosa persecuzione del popolo uiguri nel Turkestan orientale. Come risultato, la Cina dal 2001 è riuscita a implementare un numero di misure brutali contro il popolo uiguri, che si avvicina a un genocidio culturale”. La cultura uigura sta per scomparire per assimilazione forzata e sotto il peso della colonizzazione atea e materialista cinese. Nella regione, l’unica emittente straniera che trasmette è Radio Free Asia, finanziata dal Congresso americano. Gli uiguri hanno tratti indoeuropei, non parlano il mandarino ma un turco arcaico, le loro millenarie tradizioni si scontrano con quelle dei nuovi coloni. Perfino l’ora non è la stessa. Anche se Pechino impone il suo fuso a tutta la Cina.

Quando si installarono le truppe maoiste nel 1949,
i cinesi erano appena 300 mila. Ora sono sette milioni e mezzo, il 40 per cento della popolazione. Lo fece anche Saddam Hussein deportando arabi nelle terre curde. I soldati cinesi ancora oggi rastrellano i villaggi e prendono i giovani. La definizione migliore per questa regione è data da Rebiya: “Un campo di concentramento a cielo aperto”.

Rebiya Kadeer deve salvare il suo popolo non soltanto dalla politica devastante di Pechino, ma anche dalle infiltrazioni massiccie del fondamentalismo legato ad al Qaida. Oltre a venir loro impedita una predicazione regolare, gli imam ancora oggi sono costretti a intere “sessioni di autocritica” da parte dei fanatici Han. Le moschee sono sottoposte alla vigilanza della polizia, gli insegnanti che manifestano il loro pensiero sono allontanati dalle scuole e la censura di regime si accanisce contro poeti o scrittori che trattano temi legati alla religione. Alla popolazione non è consentito “studiare o portare sotto braccio libri religiosi e indossare simboli che rivelino l’appartenenza alla fede islamica”, mentre i “genitori o i tutori legali” devono “impedire ai minori posti sotto la loro custodia l’esercizio di qualsiasi pratica religiosa”. La crescita di al Qaida nella regione, testimoniata dai recenti attentati a ridosso e durante le Olimpiadi, è legata in gran parte alla repressione cinese e al vuoto creato dal comunismo.

L’ideologo e numero due della rete terroristica, Ayman al Zawahiri,
ha citato due volte la questione del Xinjiang nei suoi discorsi diffusi. Il Xinjiang non è la Cecenia cinese. Non ha tradizioni wahabite e terroristiche, la branca uiguri di islam è considerata la più aperta al mondo, è una forma di mite provvidenzialismo. Gli uiguri non mettono bombe a Pechino e non massacrano scolaresche. Ma l’incubo è che potrebbero imparare presto. Se non è già troppo tardi. E se succedesse sarebbero otto Cecenie, quasi un Afghanistan, perché la provincia conta oltre 20 milioni di abitanti, di cui 8-9 milioni uiguri, su un territorio più vasto dell’Iraq, tre volte quello della Francia, per giunta su una delle direttrici di oleodotti su cui nei prossimi decenni la Cina conta per far fronte alla propria gigantesca sete di petrolio.

I cinesi lì stanno praticando “il genocidio per diluizione”
: un sistema basato su repressione e arresti, sull’istruzione e sul trasferimento di massa della popolazione. Una politica di assimilazione totale e massificata simile a quella in Tibet. Forse anche peggio, perché il Tibet è cool, mentre la causa uiguri è clandestina, molto meno nota (in Italia i Radicali hanno adottato la mezzaluna su fondo azzurro degli uiguri). Kadeer ha svelato al mondo che il governo cinese costringe le giovani donne uiguri a lasciare lo Xinjiang e ad andare a lavorare in fabbriche lontane. Ha chiesto aiuto al Congresso americano per monitorare questi trasferimenti e intervenire presso Pechino per fermare questa deportazione. La Kadeer spiega che sono già state trasferite oltre 240mila donne, in genere tra 16 e 25 anni e non sposate, provenienti dallo Xinjiang meridionale dove l’etnia uiguri è ancora in maggioranza rispetto agli Han, cinesi. C’è il sospetto che si voglia così far loro sposare cinesi Han. Pechino sta tuttora attuando una colonizzazione forzata delle terre uiguri, attraverso l’invio nella regione di più di un milione di contadini provenienti da ogni parte del paese.

I loro tentativi di autonomia furono soffocati prima dai sovietici
e, successivamente, dall’esercito comunista cinese. Rebiya Kadeer tre giorni fa ha incontrato Bush a Washington, dove vive in esilio dopo aver scontato una decina di anni di carcere in Cina. “Se non fosse per Bush, sarei ancora in galera” ha detto. Non leader, ma “soldato che combatte per il suo popolo”. Così si definisce Rebiya. “Potevo sentire ogni giorno le urla di uiguri che venivano torturati, a volte senza sapere il perché. Non ci potevamo neanche guardare fra di noi e sorridere”.
La Kadeer è stata candidata al premio Nobel 2007 per la pace, ma in Cina è considerata una criminale e ci sono continue persecuzioni contro le sue proprietà e i suoi figli rimasti in trappola, più volte accusati di reati e arrestati. Il 17 settembre 2007 il Congresso americano ha votato una risoluzione che chiede al governo cinese di rilasciare i figli di Rebiya Kadeer. In Italia sono stati i radicali a occuparsi del suo caso.

L’Amministrazione Bush sa che deve puntare tutto su di lei
perché lo Xinjiang rischia di trasformarsi in un mini califfato islamico.
Rebiya conosce il rischio altissimo per il suo popolo con il fondamentalismo islamista. Gli uiguri sono, come i kosovari, i musulmani più pacifici della terra. Ma il Turkestan cinese è anche terra di esportazione del wahabismo. A Kashi, nei giorni di festa, la città si trasforma in una immensa distesa di fedeli che si inchinano rivolti alla Mecca. Moltissime donne indossano il burqa. La regione è più vicina al Pakistan e all’Afghanistan, terre di “puri dell’islam” lontani appena seicento chilometri, che a Pechino. Kadeer non rivendica la secessione: “Tutto quello che chiedo per il mio popolo sono i diritti umani più elementari. Mi accontenterei che avessero gli stessi diritti dei cinesi”.

La metà dei detenuti nei campi di lavoro dello Xinjiang
, denuncia Kadeer, sono stati condannati per le loro pratiche religiose. Con il pretesto di “ridurre le diseguaglianze” e “migliorare le condizioni delle minoranze”, dal 1984 Pechino ha usato l’aborto come strumento di sterminio di massa in questa regione. Il compito è riservato ai team di medici ambulanti che scorrazzano in cerca di donne incinte. C’è anche la componente eugenetica. Pechino alimenta la propaganda che vede gli uiguri “razzialmente inferiori ai cinesi han”.

Kadeer porta con sé le ferite del popolo uiguri.
“Oggi la patria degli uiguri è stata portata via dalla Cina comunista” dice al Foglio. “Le nostre risorse naturali, come il petrolio, il gas, l’oro e più di un centinaio di minerali, sono state rubate dalla Cina. La nostra religione è completamente sotto controllo. La nostra lingua è bandita. La nostra identità etnica sotto attacco. La nostra cultura spazzata via. I nostri valori distrutti. Il nostro modo di vivere condannato. I nostri figli arrestati, processati e giustiziati in quanto ‘terroristi, separatisti o estremisti’. Le nostre figlie sono costrette a trasferirsi nella Cina orientale per divenire lavoratrici povere. Le donne uiguri sono sterilizzate e costrette ad abortire. La nostra stessa umanità è negata. La cultura, la fede e la tradizione uiguri non sono cinesi. L’unico modo per gli uiguri di sopravvivere è sottomettersi al governo cinese e dire di sì a tutte le politiche malefiche che ci sono state imposte. La Cina sta commettendo aggressivamente una forma di genocidio culturale contro il popolo uiguri”.

Rebiya ha scritto sul Wall Street Journal un editoriale
per chiedere al mondo di “non dimenticare gli uiguri” (il Journal ha diretto la campagna per il rilascio). Già nell’ottobre 2001, Bush accusò i cinesi di usare il terrorismo come copertura della sua campagna di repressione. Dal Foglio Kadeer lancia un appello. “Credo che l’occidente dovrebbe sostenere attivamente la causa degli uiguri in quanto rappresentiamo una delle più pacifiche e moderate tradizioni islamiche del mondo. I musulmani uiguri sono in maggioranza filoccidentali. Condividono gli stessi valori dell’occidente, come i diritti umani, la libertà e la democrazia. Gli uiguri non sono interessati al fondamentalismo e al terrorismo. Non guardano al jihad globale e a terroristi come al Qaida”.
Autentico il suo legame con Bush. “Ho un grande rispetto per il presidente Bush e per il suo forte sostegno ai diritti umani e alla libertà religiosa in Cina. Durante il nostro incontro alla Casa Bianca lo scorso 29 luglio, ha promesso che avrebbe sollevato le questioni religiose e dei diritti umani in Cina, ha mantenuto la promessa a Beijing. Sono felice. Spero che il governo americano e quelli occidentali continuino a sollevare ancora la sofferenza del popolo uiguri e pongano ancora più pressione per cambiare le politiche brutali di genocidio culturale del popolo uiguri”.

Il simbolo più eclatante della sofferenza uiguri è il cantante Abdurihim. Dopo avergli impedito di esibirsi nelle piazze, i cinesi l’hanno costretto a radersi la barba, bollata come “troppo musulmana”. Sul portone di casa sua hanno affisso un cartello sul quale si diceva che Abdurihim era stato “finalmente rieducato”.

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