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Il lungo esilio di un leader che non era un analfabeta di ritorno

E i giornalisti, segretario? L’uomo dietro la piccola scrivania ha un lampo ironico negli occhi. I giornalisti, dunque. Appena poco fa ha cacciato a malo modo quelli accampati qui sotto, “andate via! andate via!”, adesso allarga le braccia e sorride. Non certo al suo carattere, quindi cattivo carattere – “sono complesso, non complicato”. Né alla ricerca di una giustificazione – figurarsi. Guarda proprio il giornalista seduto davanti a lui, sfuggito al forzato esodo. E allora, segretario?

15 Dicembre 2007 alle 00:00

Pubblichiamo il lungo ritratto scritto nel 2007 da Stefano Di Michele sull'ex leader democristiano, Mino Martinazzoli, scomparso domenica all'età di ottant'anni

E i giornalisti, segretario?
L’uomo dietro la piccola scrivania ha un lampo ironico negli occhi. I giornalisti, dunque. Appena poco fa ha cacciato a malo modo quelli accampati qui sotto, “andate via! andate via!”, adesso allarga le braccia e sorride. Non certo al suo carattere, quindi cattivo carattere – “sono complesso, non complicato”. Né alla ricerca di una giustificazione – figurarsi. Guarda proprio il giornalista seduto davanti a lui, sfuggito al forzato esodo. E allora, segretario? “Non sono accondiscendente a una liturgia per la quale uno viene fermato per strada e interrogato sulle cose più diverse, per sentirsi chiedere delle risposte a domande che non si fa”. Mai, a piazza del Gesù, si era visto un tipo come Mino Martinazzoli. Certo, la chiacchiera sfuggente di Forlani, l’intelligenza ragionante di De Mita, le battutine prelatizie di Andreotti, l’inutile fervore di Fanfani: ma su tutto e su tutti, in questa sera freddissima di fine gennaio del 1994, si è posata la polvere del disincanto – tutto vecchio e tutto inutile, come se tante storie fossero diventate tutt’uno con le figure delle Cariatidi nella sala dove i potenti democristiani si sono riuniti per quasi mezzo secolo. C’è in giro, dentro lo stesso vento di tramontana che assedia l’antico palazzetto, una furia che pare voler distruggere tutto. Solo in questo tempo della fuga e della paura Martinazzoli – mite ma per niente accomodante, bresciano e manzoniano – poteva sperare di arrivare ai vertici del partito: partito che poi già non c’è più, e si tenta con qualche disperazione di far sopravvivere qualcosa del suo senso nei popolari, mentre l’onda berlusconiana e leghista e postfascista è alle porte. “Martinazzoli viene da Martin solo, e Martin da noi era il lanzichenecco. Lanzichenecco solo, ecco che cosa sono…”. Adesso dunque è qui solo, sulla linea di fuoco contro cui tutti sparano: per antica avversione alcuni, quasi tutti per comoda rabbia del tempo. Piazza del Gesù, la piccola rocca dove per decenni hanno bivaccato folle di questuanti e folle di potenti, è silenziosa e buia. La brutta mobilia che i democristiani hanno sempre ostentato pare ancora più triste, non c’è rumore di passi, le tende nella stanza hanno il peso di una trascuratezza non solo politica. Dalla finestra, il cattolico democratico Martinazzoli può vedere i fuochi dei nemici, mischiati con i fuochi degli ex amici – i più alti, i più temibili – che si avvicinano. L’antico palazzo del potere bianco è stasera un guscio che galleggia nel vuoto del passato splendore, proprio come nei loro libri certi storici raccontano il palazzo delle Blacherne degli imperatori bizantini, mentre l’esercito di Mehmet II è alle porte di Costantinopoli: metafora che Martinazzoli – di sottilissime metafore e sorprendenti citazioni – mai usò, ma che certo può apprezzare perché fu lui stesso che una volta, quando tutto sembrava ancora solido e intramontabile, spiegò ai suoi amici: “Bisanzio è dappertutto”, e nessuna fuga da Bisanzio, pure così in pericolo e così devastata – tanto obesi di anni e di potere – è ormai consentita.

Non era facile, ma un giornalista
poteva pure innamorarsi professionalmente di Martinazzoli. Un giornalista dell’Unità, poi, pure politicamente. Magari trovavi Martinazzoli dietro una colonna del Transatlantico di Montecitorio avvolto nel fumo, mentre le cronache parlavano di lui a Palazzo Chigi o al Quirinale, e accompagnava quel gran movimento di voci con lunghi silenzi e sguardi incuriositi, rispondeva a una domanda politica con una citazione di Borges o una rappresentazione de “La cognizione del dolore” – risposte, queste, probabilmente, a domande che si faceva. Neanche a chi tifava per lui rendeva le cose facili: “Ho un’invincibile tendenza al fallimento, è una mia attitudine”. Nei tempi della sazietà democristiana, si aggirava per i luoghi di quel potere e indicava l’orizzonte oscuro che intravedeva: “Il dramma è che il partito è uguale dappertutto, e questo partito, in certe aree del paese, risulta agli italiani sempre più insopportabile”. E tanti di quegli amici a toccarsi, a ridacchiare, e lui a rilanciare: “Diminuiscono i voti, aumentano le tessere: così si rischia di diventare un partito di regime”. E come risposta giù altre risate. E insieme una volgarità che traboccava fin sulla stampa – “Cipresso”, “Crisantemo”, “Mortinazzoli”, e meno male che Beniamino Placidio, in un’ironica riscrittura dei “Promessi sposi”, lo trasformò nel personaggio di Lucia: rispose con un’argomentata e colta lettera sulla figura della protagonista manzoniana. E per la sua Dc coniò una fulminante definizione, in realtà foto perfetta di una dissoluzione: “Siamo uno strano partito che passa le giornate a contare le tessere e le serate a commentare le encicliche”. Partito anche poco avveduto, così che nell’aprile del 1992 Forlani ancora rivendicava: “Meriteremmo di essere votati per altri cento anni”. Invece Mino, solo due anni prima, una sera a Verona, avvertiva: “Disperati quei diccì che vogliono sopravvivere a ogni costo…”. 

Tra i giornalisti politici,
c’era uno sparuto gruppettino di ferventi martinazzoliani, anche se nessuno democristiano: mica tanti, però: se si contavano sulle dita di una mano, le dita avanzavano. Avevano persino dato vita a una semiclandestina associazione degli “Amici di Martinazzoli” – ramificata fin dentro il giornale che fu di Gramsci e quello che era degli Agnelli – che trovavano consolazione in un aforisma di Cioran, in una metafora di Kafka, in una lettura del tutto personale e seducente del cielo di Austerlitz che il principe Andrej osserva dopo la battaglia, “in un attimo di spessore esistenziale”. O quando scoprivamo, in uno scritto dell’ancora soltanto senatore democristiano, un verso di Eliot che quasi pareva l’annuncio della sua candidatura: “Per noi non c’è che tentare – Il resto non ci riguarda”.

Questa non è una biografia politica di Martinazzol
i, ovviamente. Nessuno dei tanti incarichi politici che ha ricoperto  – neanche l’ultimo, quando tentò di salvare ciò che per tempo aveva avvertito sarebbe andato perso – è stato così affascinante come la persona. Che si candida a segretario del più grande partito italiano e lo fa annunciando: “Cerco gente da mettere non intorno a un interesse, ma intorno a un disinteresse”. E se gli chiedevi: ma senatore, chi glielo fa fare?, ecco che Mino tirava fuori la storia di Socrate che prova a suonare uno zufolo in attesa che la cicuta faccia il suo effetto. “E le guardie gli domandano: ma chi te lo fa fare?, e lui risponde: mi servirà ad imparare una nuova canzone prima di morire”. E quando fu finalmente eletto segretario, nell’ottobre del 1992, accadde in un giorno di sciopero dei giornalisti – e se l’evento lo addolorò mai lo disse – con il Consiglio nazionale del partito riunito nel fanfaniano Palazzo Sturzo all’Eur, altro guscio vuoto, carcassa di cortili e cemento e vetro e colonne, dove una notte, tanti anni dopo, lo storico Gabriele De Rosa andrà generosamente a recuperare quello che era possibile recuperare delle carte dell’archivio del partito, buttate tra stanze vuote e tristi corridoi. Per niente al mondo il giornalista di tendenza martinazzoliana avrebbe perso l’evento, e così – con atto di supremo crumiraggio – si presentò, e intervistò Mino adesso segretario, e quando tornò in sala stampa non trovò più il suo bel giaccone verde scuro, e tutti a fare gli spiritosi sulla nuova Dc, “cominciamo bene”, ma erano solo scemenze e molta, invece, era la soddisfazione politica e umana. Segretario del tempo della paura, dunque, mentre i cappi pendevano a Montecitorio e i fax di piazza del Gesù erano  intasati da torbidi messaggi: “Ammazzatevi tutti!”, “Suicidatevi”, “Nessuna pietà!”. Martinazzoli fissava lo sguardo su quel cumulo di risentimento e di odio. Raccontava: “Ho provato la sensazione del nemico che va annientato. Ne abbiamo ricevuto ancora, di questi fax… Ma c’è qualcosa di più di questa mia sensazione, che parte dalla percezione della gente di essere stata tradita da noi, anche se immagino che quelli che mandano i fax non li abbiamo traditi… Ma la gente che era vicino a noi?”. Aveva predicato per anni nel deserto di attenzione, Martinazzoli. E ora, giunto al vertice, trovava intorno un altro deserto, una dissipazione forse irrimediabilmente conclusa. “Io sono un manzoniano. E dice Manzoni che in momenti di grande precarietà, il senso comune fa a pugni con il buon senso, soccombe di fronte all’emotività, alla voglia di trovare rimedi semplici. Cos’altro spiega, se non questo, la storia degli untori?”.

Ci torneremo sugli untori, rovello martinazzoliano, che sulla “Storia della colonna infame” ha scritto un bellissimo saggio. C’è quest’altro giorno, quello dell’assemblea costituente, della Dc che cede il passo al Partito popolare. Martinazzoli è in un piccolo ufficio provvisorio, due sedie spaiate, una insignificante scrivania di formica. La Dc muore nel giorno in cui si spara Raul Gardini. E i giornali sono traboccanti di feroci metafore sul partito regime che finisce mentre esplode quel colpo di rivoltella. Metafora poco gradevole, che ne dice segretario? Questo dice: “Una metafora che motiva la mia convinzione in ordine alla necessità di leggere criticamente i giornali o di non leggerli affatto”. E parlò di quelle morti, Martinazzoli, con pena e pessimismo e tutta la possibile lucidità, mentre il livore assaltava pure il suo antico partito. “Credo che una persona normale, di normale sensibilità, prova qualcosa di fronte alla morte: un attimo di sospensione di fronte a questo mistero. In un romanzo, Sciascia racconta di un carabiniere che scrive un rapporto sulla morte di uno, definendo quella morte ‘misteriosa’. E Sciascia commentava, più o meno, così: ‘Come se non fosse sempre misterioso morire’. E poi vedo ciò che è accaduto come fatti che danno conto del tragico che c’è, anche quando immaginiamo di rimuoverlo”. Seduto su una di quelle due sedie spaiate, in un bugigattolo ricavato dietro al palco, il segretario democristiano accettò di tornare agli anni passati, agli anni Ottanta da lui così poco amati, “anni sciamannati, con un sottofondo di cultura nichilista, con gli stili di vita che abbiamo conosciuto: era considerata persino patetica l’idea della discrezione”, e non scelse analisi consolanti, “di quegli anni constato la nostra correità. Dovevamo avere allora il coraggio di essere un po’ inattuali, per essere un po’ più attuali oggi”. Perché oggi, quell’oggi di ieri – quando qualcuno prendeva e scriveva “ammazzati!” a qualcun altro – a Martinazzoli pareva non molto dissimile da quegli anni passati: “Non mi pare casuale che oggi a eccessi di esibizione volgare si sostituiscano quelli vendicativi”. Spiegò al giornalista, seduto sull’altra sedia spaiata: “Ho qualche dubbio sul fatto che siamo totalmente fuori da quella stagione. Mi pare di vedere in campo l’idea che per uscirne basterà mettere in galera un po’ di gente, sradicare qualche forza politica e tutto è risolto: solo una grande semplificazione”. Non una rivoluzione, come molti futuri controrivoluzionari predicavano. “E’ una parola che io voglio maneggiare con grande cautela. Mettiamo che quello che sta avvenendo abbia dei tratti di rivoluzione, ma il fatto che tutti gli strumenti siano concentrati nella direzione giudiziaria complica le cose”.

Fu certo sconfitto, Martinazzoli,
nel tentativo non tanto di salvare tutto un partito, piuttosto nel tentativo di portare in salvo almeno il nocciolo di verità di quella storia. Da un lato la paura raggelava i potenti di un tempo, dall’altro non c’erano molte orecchie disposte a sentire ragionamenti troppo complicati, o semplicemente ragionamenti. “Ammetto per primo di non avere grandi risposte – confidava pochi mesi prima di essere eletto – se non quella di mettere insieme migliaia, milioni di gesti sinceri al giorno. E forse questo paese resta in piedi perché così fa tanta gente, ogni giorno…”. Era invece un altro tempo, “ormai, chiunque vuole, la mattina si alza e scrive un editoriale pieno di insulti”, e non che Martinazzoli credesse di avere a che fare con un partito perfetto, forse chissà, a volte neanche con un partito decente, ma lo stesso quel suo attraversamento testardo in un territorio impervio, senza più guardie e senza più risorse, ha raccontato una pagina del tutto particolare della storia della Dc e magari della storia italiana. Era il segretario democristiano al quale chiedevi del fare politica e dell’essere cristiani, e lui non gonfiava il petto e non replicava con due banalità stentoree da postdemocristianucci spaventati e beceri se si dannano per soddisfare il primo prelato all’orizzonte. Lui allargava, e mormorava dubbioso: “Cosa devo dirle? E’ un paradosso, doveroso e impensabile”.
Quell’idea di Dio strattonato per le aule parlamentari – chissà come sarebbe sembrata a Martinazzoli. Ci fu un giorno, uno solo, in cui fu sentito mormorare qualcosa su Dio. Ma non era il timbro dell’Altissimo messo sopra un comiziaccio, piuttosto una debole invocazione, una mesta considerazione. Riunione del Consiglio nazionale democristiano, la furia dei tempi ha aperto crepe nel grande partito. In sala molti dei potenti capicorrente non ci sono già più, decimati dalle inchieste. “La Dc sull’orlo del baratro”, scrivono i giornali. Dal fondo si ode un surreale collegamento televisivo, con un giornalista che spiega davanti alle telecamere: “La speranza è l’ultima a morire, ma al di là della speranza c’è la non speranza…”. Sul palco, Martinazzoli annota quasi impotente: “In mezzo a tanti guasti e a tanti rimorsi, al fondo di tanta dissipazione…”. Alla fine gli si avvicina un vecchio capo siciliano: “Mino, ti aiuti Dio, perché ne hai bisogno”. E lui, quasi senza alzare lo sguardo, solo un filo di voce: “Dio si è voltato ormai dall’altra parte”. Avesse avuto il tempo, questo anomalo capo democristiano, e avessero avuto i suoi amici il coraggio, forse qualcosa si sarebbe salvato, forse non tutto sarebbe andato a fondo. Ma lui non ebbe il tempo, i democristiani non ebbero il coraggio. “Mi sento il frutto della disperazione”, aveva ammesso. Un po’ come in quel verso molto amato di Mario Luzi: “Ed ora – sopravanzano le cose il loro nome”. Non era certo umile, Martinazzoli. Era di sicuro spigoloso, quando quasi tutti i capi della Dc erano tondeggianti. A qualcuno pareva arrogante, persino. Ma in tanti chiedevano, e mica solo i giornalisti, risposte a domande che lui non si poneva. Il demitiano Riccardo Misasi ne fornì un suggestivo (e non proprio entusiastico) ritratto: “L’ho detto a Mino: tu sei un calligrafo. I tuoi discorsi sono suggestivi, ma sono come la luce orizzontale che al tramonto penetra attraverso le finestre del salotto di damasco cremisi. Una luce che delinea perfettamente i contorni degli oggetti, senza però penetrarli…”. Lui scriveva libri intitolati “Pretesti per una requisitoria manzoniana”, “Pretesti”, e basta, “Il limite della politica”, “Il cielo di Austerlitz”. E probabilmente ritrovava qualcosa di sé nel ritratto che lui stesso aveva fatto, molti anni prima, del suo amato Alessandro Manzoni: “Impolitico non perché ignorasse Machiavelli ma perché non gli riusciva di comprendere un potere disgiunto dalla ragione morale. Impolitico perché la convinzione cristiana e l’attitudine liberale lo opponevano alla pretesa ideologica. Impolitico perché era certo che la politica ripiega sulla demagogia e sulla finzione se le si pongono domande eccessive…”.

A noi giornalisti martinazzoliani
della sempre semiclandestina associazione “Amici di Martinazzoli”, Mino piaceva proprio per questo proporsi e in qualche modo sfuggire, per il senso del limite, magari più banalmente per quegli aggettivi al posto giusto che qualche amico di partito irrideva. O per la misura che dava, con il suo stile, alla politica: “Esserci, se occorre, in una lateralità e magari in una ‘sfortuna’, non cercata né subita ma serenamente accettata, questo descrive una condizione doverosa fin quando esiste e resiste una persuasione, un percettibile indizio che giustifichi la compromissione politica. L’ordito della politica, come quello della vita del resto, è cosiffatto che i pensieri più nobili stringono una prossimità con gli intenti più ignobili”. Ecco, la lingua di Martinazzoli – quel cercare le parole, tutte quelle che servono, non una di meno o una più banale, prima che per essere inteso per essere esatto. E che con un filo di perfida ironia rivendicò quando un giornale lo definì “uno degli uomini più oscuri del secolo”. Incominciò riconoscendo: “So quanto sia impervia la strada – suggerita da Tommaseo – che incrocia la concisione e la precisione”. Puntò l’indice contro la “perentoria liquidazione di ogni pensiero che non sia riducibile alla superficie della più accattivante ovvietà”. Poi affondò: “Dire niente in maniera incomprensibile è, probabilmente, un esercizio troppo diffuso. Ma riesce difficile accettare l’antidoto del dire niente per essere compresi. O peggio, la regola di una feroce semplificazione, che sembra la più applicata e la più coerente alla ‘civiltà dell’immagine’. La quale – si dice – ha bisogno soltanto di rapidità e di immediata comunicazione. Occorrono, a quanto pare, cultura e informazione sui ritmi dei commessi viaggiatori o per la sapienza a dispense, o più felicemente, per la felicità dei cretini veloci”. Poi constatò: “Che una propensione così dichiarata abbia a che fare con il sacrificio della verità e con la tentazione della menzogna sembra indubitabile, così come non sorprende che essa trovi sul terreno del linguaggio politico una proiezione esemplare”. Perciò imperterrito Martinazzoli continuò a citare Romano Guardini e il suo “uomo non umano”, e vicino s’insinuava un pensiero di Simone Weil, e persino un avvertimento sulle “epifanie della decadenza” del tempo, un tempo – diceva il cattolico Martinazzoli, come non sono capaci di dire i democristiani da riporto del dopo rivoluzione – dove “cresce lo sgomento di un mondo non tanto secolarizzato – come spesso si dice – ma più esattamente profanato”. E alla lettura del tempo offriva non l’analisi sociologica cara da sempre a tanta democristianeria, ma al limite una metafora letteraria, infine ben più ardente e vera. Perché, diceva Martinazzoli, “se vogliamo guardare, tutto è apertamente leggibile”. Sceglie così Kafka, “che ha scavato dalla sua incompatibilità di vivere quasi il dono della profezia, pensava che ‘le sirene possiedono un’arma ancora più terribile del loro canto, il loro silenzio’. E aggiungeva: ‘Non è mai avvenuto, ma si potrebbe pensare che qualcuno sia sia salvato dal loro canto, non certo dal loro silenzio’. L’uomo dell’attualità conosce il silenzio delle sirene e può confermare che da lì non viene salvezza”.

Ecco, la strana possibilità che ci fu
un tempo e che ora pare incomprensibile: un leader di partito, del maggior partito, che parla del silenzio delle sirene e legge attraverso quel silenzio la condizione umana. Forse davvero Martinazzoli – così irriducibile ad altro – sfidò se stesso prima che il resto del mondo politico nel tentativo di mutare (anche) con quelle parole una deriva più povera già nel suo (nuovo e terribile) vocabolario – questa “notte indecifrabile che ci lambisce”. Martinazzoli è stato l’unicità che non avremo sicuramente più. Forse davvero non poteva farcela, certo davvero è stato un peccato. Conosceva gli aggettivi adatti (non è pratica disdicevole, anzi), ma soprattutto conosceva – ministro e leader – i limiti della politica mentre la sua cultura permetteva uno sguardo ironico e compassionevole sull’orizzonte che aveva davanti. Dove uno sguardo, un solo sguardo caduto male, può travolgere un destino, come accade nella manzoniana “Colonna infame”, perché non è vero che “tutto il male comincia quando uno decide di uscire dalla stanza”, come sostiene Pascal: “Non c’è bisogno di uscire, basta stare alla finestra”. Così fu per lo sguardo lanciato per caso da “una donnicciola chiamata Caterina Rosa” su un uomo con la cappa nera: “Da questa infelice casualità, da questo guardare, prende avvio e precipita, quasi per irrimediabile concatenazione, una storia atroce…”.

Martinazzoliani non democristiani, eravamo prepotentemente sedotti dal periodare e dalle suggestioni di Mino, quella percezione di “essere, in ogni luogo e in ogni ruolo, un poco in esilio, un poco da un’altra parte”. La peste, quella peste così letteraria in Manzoni, la peste di ogni tempo, spesso è evocata da Martinazzoli. Anche quando, laicamente, parlò dell’Aids come altri non facevano, nel tempo in cui odiosamente evocavano il castigo di Dio: “In ogni tempo, in tutte le geografie, la ‘contaminazione’ – o il suo sospetto o la sua menzogna – evoca ghetti e separazioni. Ogni peste ha i suoi lazzaretti e i suoi untori, veri o presunti. Insieme alla devastazione del male, cresce come un’appendice di ferinità”. Non era per niente accomodante, Martinazzoli. Però sorprendente, uno strano stupore che conservava e trasmetteva. Lo chiamavi per un’intervista, s’incuriosiva per una parola, e allora poteva passare un tempo lunghissimo, per esempio, a domandare di Israil’ Metter e del suo meraviglioso “Il quinto angolo” (pur sempre una storia di peste, se peste vogliamo considerare anche la viltà). In fondo, Martinazzoli doveva sapere benissimo che quella sua sfida al vecchio che marciva e al nuovo che strepitava avrebbe avuto poca fortuna. Alcuni anni prima lo aveva già profeticamente annotato: “Ho in ogni modo imparato, senza per questo arrendermi, che in politica riescono sospetti i comportamenti e le parole quando non appaiono evidentemente orientati a un risultato vincente”. Ma a volte si deve – e si può credere che così non sia. Restano persino cose più difficili sul fondo di un’esistenza. “Ci vogliono una vita intera e molta fortuna per rifare una sola riga del Don Chisciotte”, per esempio.

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