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Giulio Tremonti

A Washington Giulio Tremonti ha presieduto un convegno internazionale dell’Aspen Institute sull’energia sicura e la sfida per un futuro sostenibile, chiuso dal capo della banca mondiale Paul Wolfowitz. La questione ambientale è uno dei temi su cui Tremonti ritiene che si riorganizzerà la polarizzazione delle forze politiche nei prossimi anni. Pensa che per le forze di destra l’ambiente sarà una delle occasioni per elaborare una visione politica.

25 Maggio 2007 alle 00:00

Giulio Tremonti è nato a Sondrio nel 1947. Ha fatto il liceo classico Piazzi di Sondrio, lo stesso di Palmiro Togliatti e Francesco Forte. L’università l’ha fatta a Pavia, in uno dei quattro collegi storici della città, Ghisleri, Cairoli, Borromeo e Fraccaro. Il suo era il Fraccaro. Studi giuridici, per la tesi ha frequentato l’Istituto di finanza fondato da Benvenuto Griziotti, che aveva come caratteristica una posizione culturale intermedia tra economia e diritto: quel tipo di formazione definita dagli inglesi cultura istituzionale. Nella sostanza, un misto di visione politica e di concreta capacità tecnica, una tradizione che in Italia non si è formata solo a Pavia: va da Enrico Cuccia, a Guido Carli, da Bruno Visentini a Beniamino Andreatta fino a Giuliano Amato. Il maestro di Tremonti fu Gian Antonio Micheli che era succeduto a Calamandrei nella cattedra di Diritto processuale civile a Firenze.
I collegi di Pavia sono istituzione complessa, fabbrica di classe dirigente, con un elemento elitario: lo studio viene considerato, cioè, fattore di promozione personale e di progresso. Tremonti, di famiglia liberale, si avvicina alle idee socialiste dopo l’università, durante il servizio militare prestato come soldato semplice. Nella prima metà degli anni Settanta, ventisettenne, diventa professore universitario. Alla fine degli anni Settanta comincia a fare attività professionale, in una società di consulenza e revisione internazionale dove impara l’economia moderna. A partire dagli anni Ottanta si avvicina alla politica. Comincia a collaborare per il Corriere della Sera chiamato da Piero Ostellino (collaborerà dal 1984 al 1994) e a scrivere libri politici per il Mulino, Laterza e Mondadori. Nell’estate del 1993 partecipa alla fase di riorganizzazione del quadro politico dopo Mani pulite. Entra nel Patto Segni, viene eletto alla Camera e quando si tratta di decidere l’atteggiamento da tenere con Berlusconi, Tremonti spinge perché il cartello giscardiano promosso da Segni non voti contro, ma si astenga. Il patto si sfalda, perché inizia il bipolarismo. Tremonti si avvicina a Berlusconi. Parlamentare dal 1994, è stato ministro delle Finanze nel primo Berlusconi, ministro dell’Economia nel secondo, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia  nel terzo. Attualmente è professore ordinario presso la facoltà di Giurisprudenza a Pavia. E’ stato visiting professor a Oxford. E’ presidente dell’Aspen Institute Italia. Ha inventato il meccanismo dell’otto per mille. Tiene a far sapere – visto che qualche volta lo legge sui giornali – che non ha fatto il Sessantotto, che non ha scritto il programma fiscale della Rete (ma ringrazia Leoluca Orlando per una colazione), e che sul Manifesto ha scritto solo due articoli, non politici ma tecnici. Uno critico verso l’operazione di acquisizione della Buitoni da parte di Carlo De Benedetti, l’altro contro la politica fiscale di Bruno Visentini. A quel tempo, non c’era altro giornale che gli consentisse di farlo e, comunque, resta grato per l’ospitalità.


A Washington Giulio Tremonti ha presieduto un convegno internazionale dell’Aspen Institute sull’energia sicura e la sfida per un futuro sostenibile, chiuso dal capo della banca mondiale Paul Wolfowitz. La questione ambientale è uno dei temi su cui Tremonti ritiene che si riorganizzerà la polarizzazione delle forze politiche nei prossimi anni. Pensa che per le forze di destra l’ambiente sarà una delle occasioni per elaborare una visione politica. In una lunga conversazione con il Foglio, in cui si analizzano alcuni aspetti del tremontismo – dalla critica alla globalizzazione all’analisi dello stato criminogeno – Tremonti spiega alcune posizioni, la sua azione di governo, ragiona sull’andamento della spesa pubblica nella scorsa legislatura. Difende la sua posizione antiglobal fatta di dazi e quote europee e di lotta alle regole suicide che l’Europa fabbrica contro se stessa. Nega, invece, di essere mai stato interventista in economia, dice che quella del colbertismo è una vulgata, e spiega, per esempio, che la Cassa depositi e prestiti serviva solo come strumento tecnico per avviare il processo di privatizzazione di alcune partecipazioni dello stato e per finanziare opere pubbliche. Dalla Cassa depositi e prestiti nasce il fondo infrastrutturale F2I, avviato lo scorso anno, di cui si discute in questi giorni. Tremonti spiega che la cultura del nuovo intervento pubblico – attribuita dagli osservatori a Romano Prodi – è fuori dallo schema da lui immaginato quando era ministro.

La conversazione con Tremonti parte da una domanda. I suoi interventi, i libri, le interviste, suscitano una questione: che cos’è Tremonti, un liberale, un liberal socialista, altro ancora? Dice: “E’ una domanda evidentemente basata su categorie novecentesche, e tuttavia essendo nato nel Novecento rispondo: liberale. Ma essendo nato liberale e avendo una qualche esperienza empirica del mercato non faccio gli errori di chi non è nato liberale e non conosce il mercato. Il mercato non è assenza di regole, non è solo spiriti animali ottimali, è basato sulle regole, sulla parità delle condizioni, sulla proporzionalità delle situazioni. Il mercato non esclude, ma spesso anzi presuppone anche le ragioni generali dell’interesse pubblico. Per esempio, c’è nell’assetto mondiale del mercato lo squilibrio tra aree del mondo che hanno troppe regole (e che in modo suicida ne applicano di sempre nuove, unilateralmente) e aree del mondo che hanno zero regole. Voglio ricordare che le regole utili sono un investimento, quelle inutili – ora tanto di moda in Europa – sono invece un costo che spiazza. In questi termini la parità delle regole non mi sembra contro i principi liberali o contro il mercato. Direi l’opposto”. Tremonti ha coniato il termine mercatismo un anno e mezzo fa, in un libro intitolato “Rischi fatali”. Definisce così l’espressione: “Il mercatismo è il trasferimento nel campo del mercato – e dell’applicazione alle meccaniche di sviluppo del mercato – di un’ideologia dogmatica e assoluta”. Continua: “Tanto erano dogmatici i comunisti quando erano comunisti, così sono dogmatici oggi avendo trasferito i loro penati da Mosca a Londra e a Bruxelles. Cioè: il mercatismo non è né una variante del liberalismo né una variante del comunismo, è un modo di pensare e agire. E’ come se la cultura comunista avesse depositato un uovo nella cultura liberale”.

A volte i suoi ragionamenti entrano in frizione con lo schema dell’ottimismo liberale classico. In “Rischi fatali” c’è un passaggio in cui sembra paventare la supremazia di un uomo costruito sull’unica misura del consumo, e l’affermazione di un mondo dove “i vecchi simboli civili e morali sono sostituiti dalle icone e dalle immagini commerciali. Per cui i jeans e le scarpe sono una divisa e le divise un sostituto dell’anima, per cui il turismo sublima l’avventura umana e la musica metallica spiritualizza l’esistente, i concerti la comunità”. Una visione che appare tradizionalista. O altermondialista. “Le mutazioni intervenute nella struttura dell’esistente e la cascata di fenomeni che accelera dopo il big bang del 1989, tutto ciò ha una dinamica strutturale che si definisce in scala sui grandi numeri, sulle curve storiche. Non tutta la realtà sta nel pil, così come non tutto quello che è nuovo è per definizione positivo. Fermare la globalizzazione è impossibile, ma distruggere l’identità è folle. Sul lungo periodo troveranno equilibrio pezzi di passato e di presente”. Non crede che nella declinazione occidentale del sentimento antiglobalizzazione vi sia un elemento nostalgico di estetismo dei ricchi? “Certo si vedono in giro forme di radicalizzazione estetica fondamentalista, ma sono essenzialmente presenti a sinistra, vecchi cashmire e Relais & Chateau. Ciò premesso, credo che la vera nostalgia del tempo andato, che va dalle tradizioni alle stagioni, è fortemente interclassista, e ciascuno di noi, dunque, un po’ la vive”.

Le mutazioni in atto condizionano le categorie politiche novecentesche. Tremonti ritiene che la destra abbia un vantaggio rispetto alla sinistra. Dice: “Se la realtà cambia anche la politica deve cambiare. Se la politica resta ferma, prima o poi sarà la realtà a venire a cambiarla. Il Novecento ha avuto una altissima intensità ideologica, ma è finito. Si apre una nuova fase ideologica che si basa sul reset delle vecchie ideologie. E’ una fase che apre una prospettiva di crisi a sinistra e offre una chance di successo alla destra. A sinistra la crisi è evidente, non solo nel pensiero debole, ma soprattutto nella crisi del governismo. Per governismo intendo l’identificazione della politica con la spesa pubblica: governo per spendere, spendo dunque governo. Nell’ultimo mezzo secolo la sinistra si è identificata con il governo, e il governo si è identificato con la spesa pubblica fatta in deficit. E’ la fine storica del deficit spending che ha causato la crisi politica della sinistra governista. Basta guardare la Finanziaria di Prodi. Continua con la vecchia tecnica della spesa pubblica. La novità è che non la finanzia più con il deficit spending ma con nuove tasse. Questa strategia è politicamente suicida perché produce dissenso in misura superiore al consenso. Fuori dalla catena di governo non sono emersi principi, valori e idee capaci di prendere il cuore e la mente dei popoli, solo pensiero debole. A sinistra se c’è un futuro è solo per la sinistra antagonista. Mi sembra che siano i soli che potranno arare il campo, tenendo l’aratro con il fuoco nella mente. Diversamente la destra ha una chance per elaborare dottrine, principi, idee e simboli nuovi e superiori a quelli della sinistra. Un esempio, è quello della politica ambientale. Per l’analisi da sinistra l’ambientalismo è scritto su un segmento corto che va dall’invettiva anticapitalista a un’idea pagana e panteista della natura. La nostra nuova filosofia politica può e deve essere sviluppata su una curva politica molto più lunga: contenere la dimensione dell’uomo, il rapporto dell’uomo con la natura, la fiducia in un’evoluzione progressiva della scienza.

La globalizzazione non è solo causa di squilibri economici e sociali, ma è anche causa di crescenti rischi ambientali. A sinistra non c’è solo il paganesimo ambientale, c’è certo anche il pensiero mercatista. Ma il mercatismo non ha gli strumenti per l’analisi sull’ambiente, perché conosce solo un paradigma, il pil”.
L’analisi sviluppata in “Rischi fatali” misura la potenza cinese, così come si manifesta oggi, con la sua intensità, flessibilità, dinamicità, forza lavoro in quantità. C’è la possibilità che, per esempio sotto la pressione delle rivendicazioni sindacali, o a causa dell’insorgere di processi politici, difficilmente controllabili a causa delle dimensioni della popolazione, vengano meno i vantaggi competitivi su cui oggi la Cina può contare? “Da zero a cento non si possono escludere ipotesi di crisi che rompono lo sviluppo esponenziale, ma da zero a cento è difficile misurarle in una scala di probabilità. Non escludo ipotesi di crisi, che potrebbero essere di due tipi, politica e demografica. Quanto a una crisi politica – cioè tipo Tien an mem – la mia valutazione è che sia un’ipotesi molto influenzata dall’idea occidentale di democrazia. La mia impressione è che la struttura della società e le strutture politiche cinesi siano invece fortemente condizionate dalla disciplina confuciana. Da una disciplina che se non può sostituire automaticamente la democrazia, comunque assorbe e ordina le tensioni. Quanto all’ipotesi di crisi demografica, essa ha un’evidenza nei grandi numeri. La politica demografica fatta nei decenni passati – il figlio unico – accompagna l’invecchiamento della popolazione con una maggioranza preponderante dei maschi sulle femmine. Il problema demografico è evidente a chi governa la Cina. Ricordo la frase di un leader del paese che diceva: non vogliamo diventare vecchi prima di essere diventati ricchi. Resta il fatto che la Cina è un paese duale. Nell’area esterna evoluta, industriale, questo profilo demografico non produrrà effetti traumatici, a breve – da noi, peraltro, la situazione non è diversa. E’ nella Cina rurale e profonda che si può manifestare una crisi sociale. Le economie rurali si basano sulle braccia”.

La globalizzazione – soprattutto a causa della concorrenza asiatica – ha mutato la fisionomia industriale di una parte d’Europa. Per esempio, in Italia negli ultimi anni ha decretato la scomparsa di imprese con produzioni a basso valore aggiunto. Ma sembrerebbe che alla crisi vi sia stata una reazione. C’è un processo di ristrutturazione in atto, come indicano tre trimestri consecutivi di crescita della produzione industriale italiana. “Se cresce al 2 per cento un paese qualsiasi è un fatto economico, se cresce tra il 9 e il 10 per cento l’economia di paesi che hanno più di un miliardo di abitanti è un fatto politico. Vuol dire che sta cambiando la velocità del mondo. Ho cominciato a scrivere queste cose a partire dal 1994. In una dimensione globale, continuo a pensare che la mia visione fosse e sia corretta. Ho chiesto da una parte dazi e quote europee, dall’altra una moratoria sulla produzione delle regole che l’Europa fabbrica contro se stessa. Sul caso Europa continuerò a sostenere queste tesi a prescindere dalla situazione economica congiunturale. Attualizziamo. Prendiamo l’energia: noi costruiamo il mercato perfetto Europa su Europa. Ma intorno all’Europa si costruisce il monopolio perfetto. Scambiamo Gazprom per una normale corporation, ma Gazprom non è una normale corporation, semmai una company nel senso storico e originario del termine, qualcosa di simile a una nuova Compagnia delle Indie, strumento che combina imperialismo e mercantilismo”. E’ un ragionamento che ha già svolto nei giorni scorsi. Aggiunge: “I mercatisti ragionano in astratto. Pensano che il corso del mercato possa svilupparsi comunque linearmente e regolarmente, semmai con un intervento dell’antitrust che scrive a Gazprom una lettera di questo tenore: ‘Signori, vi informiamo che in base a notizie in nostro possesso avete superato la quota di mercato consentita e avete sessanta giorni per risponderci’. Credo che mettere in evidenza questa realtà sia perfettamente compatibile con il pensiero liberale classico”. Ha anche in mente delle soluzioni in merito? “Le esprimerò quando torniamo al governo. Dubito comunque che si possa proporre alla Russia uno spezzatino Gazprom sul modello domestico dello spezzatino Enel. A quelli che mi considerano colbertista, dico che l’alternativa non è tra colbertismo e liberalismo (tra l’altro il colbertismo starebbe dalla parte russa), ma tra astrattismo e realismo”.
Il tema è quello del rapporto tra economia e politica in una fase di transizione. In Europa quanto possono fare i governi e quanto le economie reali? Dice Tremonti: “Ancora mezzo secolo fa i vecchi stati facevano una parte importante dell’economia. Se erano stati autoritari una parte fondamentale. Adesso i governi non fanno l’economia, l’economia la fa l’economia. I governi nazionali possono fare solo due cose: garantire la stabilità sociale e finanziaria, e fare la piattaforma su cui si sviluppano economia, lavoro, banche, società, credito, fisco”. Poi c’è l’Europa. “Manca ancora la politica, se ci fosse la politica, per esempio la spesa militare concentrata a livello comunitario, potrebbe produrre due effetti essenziali: produrre identità europea, fare da leva allo sviluppo industriale”.

Tremonti di solito parla poco di Stati Uniti
e anche nei suoi libri ne scrive pochissimo. Spiega: “Sono profondamente europeo e non cerco per forza paradigmi esterni. Certamente amo l’America, ma molti parlano fin troppo dell’America forse per far dimenticare quanto piaceva loro la Russia. E’ per questo che c’è da noi una forma di idolatria americana. Lo si vede per esempio nella retorica sul Partito democratico”. In una recente intervista del dicembre 2006 ha pronunciato questa frase: la guerra in Iraq dimostra che il mercato non è il passepartout per la democrazia. “Lo confermo: la democrazia non è una commodity che si può esportare. Per esportare una merce – a proposito uso il linguaggio mercatista – non basta l’offerta ci vuole anche la domanda. Solo trent’anni fa in Europa le democrazie erano più eccezione che regola: erano fuori dalla democrazia Spagna, Portogallo, Grecia, mezza Germania e tutti i paesi dell’est. Ancora sessant’anni fa noi eravamo nella barbarie meccanizzata del nazismo. La democrazia non si riduce alla meccanica elettorale, si basa su elaborazioni più complesse, non si esporta e non si trapianta di colpo. Nel mondo arabo il profilo dell’evoluzione può essere solo quello della lunga durata”. Lei ha anche sostenuto che l’Europa è politicamente inerte? Significa che però sarebbe disposto a considerare la guerra un’opzione culturale ed economica? “Francamente no. L’Europa ha fatto ed esportato fin troppe guerre. Oggi in Europa, l’opzione della guerra come matrice di identità o come matrice di sviluppo non mi pare immaginabile. Credo che la difesa dell’identità dell’Europa non possa passare per soluzioni apocalittiche”.

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Il secondo capitolo di questa conversazione verte sulla politica italiana e sulla politica economica. Nel 1997 Giulio Tremonti scrisse un libro intitolato “Lo Stato criminogeno”. Nell’analisi sullo stato criminogeno c’era un’intuizione felice del tutto minoritaria – perché erroneamente considerata laterale – nel dibattito politico italiano. E cioè che la crisi politica del 1992-93 non fu una crisi giudiziaria, se non nella fase terminale. Nacque soprattutto dall’abuso della spesa pubblica fatta in debito. “Il libro sullo Stato criminogeno è essenzialmente un libro di diritto. Sulla fenomenologia giuridica, sull’orgia legislativa, sulla bulimia legislativa, sui meccanismi di potere che si sviluppano in queste forme. La moltiplicazione delle regole come moltiplicazione del potere politico e alla fine anche come corruzione del sistema politico. Tacito: ‘Plurimae leges, corruptissima res publica’. In questa analisi c’è un capitolo sul debito pubblico. I debiti pubblici non sono fatti finanziari, sono fatti politici. Sostenevo che la vita politica italiana è divisa in due fasi, quella tra il 1948 e il 1971 e quella tra il 1971 e il 1992. Fino all’inizio degli anni Settanta l’Italia non ha debito pubblico, e la spesa è dunque davvero basata sul principio ‘no taxation, without representation’. Per conseguenza sulla spesa pubblica c’era un reale controllo democratico. In questi termini la vita politica italiana è sana. Poi si rompe il meccanismo. Per migliorare la condizione sociale delle masse si parte con il deficit spending. Il paese era in fase di potenziale crisi sociale. E’ il panorama che Pasolini descrive parlando delle lucciole scomparse. Su questo impianto si innesca una logica perversa, perché dopo la guerra del Kippur si alzano i tassi, inizia un fortissimo ciclo di inflazione, ma soprattutto è il meccanismo politico e partitico che prende il sopravvento sfruttando la leva gratuita del debito pubblico: più spendi, più voti prendi; peggio spendi, più preferenze prendi. Si alza la curva del debito e anche la curva delle leggi, che aumentano. Segno della presenza crescente dello stato. Ciò origina un ambiente oggettivamente criminogeno. Emerge una classe politica che sviluppa i suoi progetti in assenza dei vincoli imposti dalla realtà. In un regime di spesa e di azione pubblica finanziati a debito non ci sono limiti e non c’è responsabilità. Non è un problema finanziario, è un modo di pensare. Una gran parte del nostro ceto politico, ancora attivo, si è formata in quel tipo di ambiente e continua a ragionare nello stesso modo”.

Prosegue Tremonti: “Alla fine la cambiale è venuta a scadenza. L’insostenibilità del debito ha innescato un processo di reazione irreversibile. La politica ha dovuto fare ricorso alle tasse, e il popolo si è rivoltato. E’ solo in questo momento che interviene la magistratura. Adesso le cose sono molto diverse. Un conto è governare facendo debito pubblico, altro conto è governare avendo un debito pubblico eccessivo”. C’è continuità tra la visione dell’autore de “Lo stato criminogeno”, il sostenitore della necessità di ridurre la presenza dello stato, e l’esperienza di governo in cui da una parte, a un certo punto, sembra diventare interventista in economia (colbertista), e dall’altra, riesce sì a intervenire sulle tasse, con i tagli all’Irpef, ma non sulla spesa pubblica? “La questione del mio interventismo in economia è una vulgata. Tutto nasceva dal fatto che avevo comprato un libro su Colbert, notato sulla mia scrivania da persone forse un po’ troppo curiose e fantasiose”. Il colbertismo di Tremonti viene tirato in ballo in questi giorni sulla questione della Cassa depositi e prestiti come strumento di neointerventismo statale. “L’Europa – dice – è piena di Casse depositi e prestiti che operano sul mercato, strumenti misti tra pubblico e privato. La nostra Cassa depositi e prestiti era totalmente statale, l’ho trasformata in società per azioni, l’ho messa fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, ho fatto entrare soci privati, con un obiettivo: privatizzare le Poste. Giusto o sbagliato che fosse, questo era il mio disegno. La storia delle privatizzazioni italiane è una storia lunga che passa per fasi, prima la trasformazione da enti pubblici in società per azioni, poi la progressiva immissione degli asset sul mercato. Questo era il mio disegno e non mi pare un disegno interventista. Tutto quello che sta facendo il governo Prodi o che si sospetta voglia fare il governo Prodi è fuori da questo schema e comunque fuori dal mio disegno”. Ci fu un progetto attribuito a Tremonti e al banchiere Guido Roberto Vitale relativo a un intervento pubblico in Fiat. “Durante la crisi della Fiat dall’interno dell’azienda e dall’esterno si sono mossi molti operatori, sono stati prodotti e sviluppati molti piani. Il governo li ha ricevuti, non li ha mai sponsorizzati, non li ha mai realizzati. E’ stato un bene per la Fiat, un bene per il paese e anche per il governo”.

Quanto alla questione della spesa pubblica,
Tremonti osserva che nella congiuntura in cui si trovò a operare il governo Berlusconi, l’incremento della spesa non fu una scelta: “Non crebbe la spesa in valori assoluti, ma in valori relativi, a causa del pil basso. La crescita della spesa pubblica è rappresentata in rapporto al pil, il prodotto interno lordo. Se il denominatore resta fermo, il numeratore cresce automaticamente. Se il pil sta fermo, non puoi dire alla gente: non ti pago la pensione, non ti do le medicine, oppure non ti pago lo stipendio e non onoro debiti pregressi perché mi manca il pil. Se lo fai crei situazioni di crisi sociale ed economica e quindi non migliori ma aggravi la situazione. Ci furono tre voci complicate. Cominciamo con il pubblico impiego. Non ho sottoscritto il rinnovo dei contratti fatto nel 2002, ero assente da Roma per ragioni gravi. Se fossi stato a Roma sarebbe andata diversamente. Ovviamente me ne assumo comunque la responsabilità politica. Lo stesso vale per l’ulteriore rinnovo: non ero al governo. Spese e consumi intermedi: il primo esperimento di taglio fatto con la prima Finanziaria fu oggettivamente eccessivo. Tarato sulle grandi dimensioni, penalizzò eccessivamente i piccoli fornitori. L’aggiustamento successivo ha creato un effetto di rimbalzo sulla spesa pubblica. Infine, con la Finanziaria 2006, le cose sono state messe in linea. La terza voce è quella delle pensioni di invalidità. E’ vero: è cresciuta enormemente fuori da ogni possibile controllo da parte del governo centrale per effetto del Titolo V che ha dato alle regioni facoltà di spendere senza il dovere di prendere con le tasse i soldi necessari”.

Era possibile cominciare la riforma fiscale nel primo anno della legislatura? “Nel 2001 il deficit italiano non era allo 0,8 per cento come ipotizzato dal centrosinistra. Secondo la Banca d’Italia era al 2,9. L’Europa lo certificò al 3,2. La riforma fiscale ci avrebbe portato di colpo al 5 per cento. In queste condizioni l’Italia sarebbe stato il primo grande paese europeo a prendere l’early warning con effetti disastrosi per un governo come il nostro, un po’ sotto osservazione. La nostra strategia è stata quella di tenerci sotto il 3 per cento, mandando invece in fuori gioco per primi Francia e Germania”. Come giudica a distanza di quattro anni la linea sulle sanzioni contro Francia e Germania? “La linea fondamentalista era: il Patto è stupido ma va applicato, se no salta tutto. Insomma: prima le sanzioni e poi la revisione. A distanza di tempo possiamo notare che la nostra scelta politica è stata più intelligente. Il ciclo economico è ripartito, Germania e Francia sono rientare nei parametri, in parallelo il Patto è stato riscritto. E in questi nuovi termini niente è saltato. Sono stati più europeisti ‘gli europeisti’ o siamo più europeisti noi?”.

***

La terza questione che affrontiamo con Tremonti riguarda il suo rapporto con il potere, sia rispetto alla politica, sia rispetto ai soggetti economici. Che cosa si considera, un leader politico, un uomo di partito, un uomo di governo? “Fino a qualche tempo fa, avrei detto che mi considero un professore, adesso non sono soltanto un professore… Per gli sviluppi, ci vediamo tra cinque anni”. Tremonti ha le caratteristiche del solista di talento, una delle specificità della destra italiana, una classe dirigente frammentaria e individuale: nel complesso un certo numero di grandi anomali e di singole personalità. Osserva: “In parte è vero. Però la mia parabola politica non tutta ascendente – la fase dell’esclusione dal governo, per esempio – mi ha insegnato che la politica non si fa da soli, che servono da una parte umiltà, dall’altra il lavoro insieme con gli altri. Adesso sto lavorando dentro Forza Italia e con gli alleati di Forza Italia e credo di fare abbastanza bene questo nuovo mestiere”. Come si immagina il futuro del centrodestra? “L’ipotesi alla quale lavoro è la federazione. Identità e unità. Mi sembra il miglior punto di mediazione tra le singole realtà”.

Tremonti è un caso di difficile interpretazione rispetto al rapporto con le élite. Dunque: visione intellettuale aristocratica, estrazione sociale borghese, cultura istituzionale maturata presto – diventa professore universitario a meno di trent’anni e poi c’è l’esperienza al ministero delle Finanze – infine relazioni professionali nell’establishment economico finanziario, ma anche una specie di spirito popolare che nello schema classico italiano a quell’establishment lo contrappone. Può spiegare come stanno veramente le cose? “Credo di avere ormai più relazioni internazionali che nazionali. Diciamo che dell’establishment valuto più positivamente quelli che lavorano di quelli che pensano o dicono di pensare”. Tremonti non interviene quasi mai sugli scontri di potere economico e finanziario. Fu il promotore della battaglia – in principio solitaria – contro Antonio Fazio (i cui risultati, una forma di liberalizzazione implicita, si sono visti quando Fazio è andato via con una ondata di nuove concentrazioni in pochi mesi: Abn-Antonveneta, Bnp-Bnl, Intesa-SanPaolo, Lombarda-Popolari Unite, Popolare di Verona e Novara-Popolare italiana, Veneto Banca-Popolare di Intra). Ma non è uno di quei politici che si pongono l’obiettivo di riformare a tavolino il capitalismo italiano. Perché? “Perché come ho premesso credo di conoscere le strutture reali del mercato, nella sua forza e nella sua debolezza. Comunque la battaglia contro la vecchia Banca d’Italia non è stata una battaglia intellettuale, non è stata un conflitto sugli interessi, fu una battaglia politica pura. Gli effetti che si sono prodotti sul mercato sono stati un prodotto del mercato stesso, la politica si è limitata a crearne le condizioni”. Per il resto Tremonti non fa commenti: né sulla vasta offensiva di Giovanni Bazoli, che ha una sponda naturale di rapporti e di cultura economica in Romano Prodi, né sulla visione alternativa di Cesare Geronzi, né sui propositi di mediazione di Massimo D’Alema, e neppure sullo scontro senza quartiere intorno a Telecom, Generali e Rcs. Solo del Corriere della Sera parla concisamente. Dice: “Non so se sia così strategico politicamente. Per me è il Corriere. Alla fine degli anni Ottanta mi chiesero di passare a scrivere per un altro giornale. Dissi grazie no, perché è il giornale che si legge nella mia città e nella mia famiglia”. Un modo sentimentale (e tradizionalista) per dire no comment.

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