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Arbasino Alberto

Consigli per Kulturkritiker che aspirino  all’eccellenza. Nascere in una  piccola città, magari Voghera, per  poterne lanciare qualche decennio dopo  la Casalinga. Frequentare la stessa scuola  dello stilista Valentino, quasi coetaneo, e  perciò durante l’ora di ricreazione mettere  le basi di un’amicizia che fra tartine e  sfilate continua ancora oggi.

22 Aprile 2001 alle 00:00

Consigli per Kulturkritiker che aspirino  all’eccellenza. Nascere in una  piccola città, magari Voghera, per  poterne lanciare qualche decennio dopo  la Casalinga. Frequentare la stessa scuola  dello stilista Valentino, quasi coetaneo, e  perciò durante l’ora di ricreazione mettere  le basi di un’amicizia che fra tartine e  sfilate continua ancora oggi. Fare parte di  una generazione che non dovendo perdere  tempo né con la guerra né con tv e  computer “per anni e anni ha letto un libro  al giorno, anche due”, onde suscitare  lo stupore dei giovani e l’invidia dei  vecchi, compreso Andrea Zanzotto che la  confessa. Avere nonne lodigiane e volitive  che già a fine Ottocento producevano  latte e formaggio facendo a meno degli  uomini, da cui attingere per scrivere “La  bella di Lodi”, libro, sceneggiatura e film  girato da Missiroli nel fatale, aggettivo  che spiegheremo poi, 1963. 

Crescere in una famiglia benestante di farmacisti e avvocati senza grilli letterari per la testa e pertanto venire indirizzati  verso solidi studi giuridici (“Il mio maestro  è Gadda, forse perché anche lui non  ha fatto Lettere”). Andare alla Scala negli  anni in cui una Callas già leggendaria  cantava quasi tutte le sere. Laurearsi alla  Statale di Milano e perfezionarsi ad Harvard,  alla Sorbona, all’accademia di Diritto  internazionale dell’Aia, cosicché poi  “nelle capitali gli ambasciatori erano quasi  tutti miei vecchi compagni di scuola”.  Esordire sul Mondo, settimanale prestigioso  e assetato di corrispondenze specie  se firmate da un discepolo di Raymond  Aron e Kissinger. Prevedendo una carriera  di giurista internazionale scrivere  per hobby (pronunciare “h-obby” con  acca aspiratissima), libero da ambizioni  volgari, vanità idiote, bisogni squallidi,  ma per “seguir virtute e canoscenza”.  Calare a Roma per ragioni fredde (“È  giusto stare nella capitale del paese di cui  si ha la cittadinanza”) ma poi viverla in  modo caldo come succede spesso ai nordici  (Goethe: “A Roma ho trovato me  stesso. Non sono mai più stato così felice”,  Arbasino: “A Roma sono rinato”). 

Azzeccare anche la data, 1957, per godersi  la medaglia del boom economico senza il rovescio della mutazione genetica  pasoliniana, per cui con lo stipendio  da assistente universitario “abitavo in via  Frattina angolo via Mario dei Fiori, all’ultimo  piano, mangiavo in trattoria due  volte al giorno, ogni sera andavo a teatro  o al cinema e poi prendevo due o tre  whisky nei caffè alla moda di via Veneto,  cose che oggi non sarebbero più concepibili”.  Alle sette fare due passi fino alla  redazione del Mondo in via della Colonna  Antonina e lì incontrare Chiaromonte,  Comisso, De Feo, Flaiano, Moravia,  Pannunzio, Patti, Soldati per una conversazione-  aperitivo di altissimo livello.  Posizionarsi come tardo illuminista  lombardo, filone minoritario, quindi  chic, e rispettato, quindi comodo: se ti  piacciono Verri e Beccaria puoi scrivere  su molti e molto solvibili giornali mentre  se i tuoi campioni sono, poniamo, Giuliotti  e Drieu La Rochelle, le possibilità si  riducono parecchio. Coltivare le memorie  letterarie invitando a pranzo vecchi  scrittori sopraffini però fuori dai giri e  dai salotti, tesaurizzando frasi e battute  buone per le successive inevitabili riscoperte:  “Organizzavo tutto io, anche la  compagnia di qualche bella signora che  però li avesse letti. Gadda e Palazzeschi  erano contentissimi”. Intrecciare corrispondenze  con i migliori autori e poi  consegnarle al Fondo manoscritti dell’Università  di Pavia. Citare Mario Praz senza  toccarsi le parti intime e andare fino a  Firenze per trovare Roberto Longhi.

Trovarsi a Washington quando arriva Kruscev  per una visita che entrerà nei libri di  storia, accodarsi a giornalisti italiani amici,  entrare alla Casa Bianca senza invito e  senza neanche mostrare i documenti, sorseggiare  champagne insieme ai padroni  del mondo. Esplorare a Parigi i salotti di  vecchi bizzarri, da Céline a Cocteau, raccogliendone  le ultime conversazioni in un  libro (“Parigi o cara”) grazie al quale, pochi  anni dopo (morti i bizzarri), si verrà  infallibilmente nominati Chevalier des  Arts et des Lettres.  Comprare una Fiat 1500 Pininfarina  ottima per rimorchiare ma anche per  presentarsi al Festival dei Due Mondi di  Spoleto con i capelli scompigliati dal vento  (“Erano anni da spider”, detto in “anni  da Smart”).  Vivere la dolce vita, nientemeno di  questo si trattava, allo zenit psicofisico,  “giovane, abbiente, avvenente” e per di  più senza legami, non come Fellini che  c’aveva il problema della Masina sempre  alle calcagna. Avere l’età di Cristo nel  1963, l’anno in cui in Italia da “Otto e  mezzo” in giù si produssero soltanto capolavori  (perfino alla Wertmüller riuscì  di fare un film perfetto), l’anno in cui la  pelle di Stefania Sandrelli aveva sapore di  sale, sapore di mare. Cogliere l’attimo  (scavalcando Bassani, che non ne voleva  sapere, e appellandosi direttamente all’amico  Feltrinelli) per fare uscire il libro  della vita, “Fratelli d’Italia”, romanzo di  avventure intellettuali e omoerotiche ma  anche saggio guida enciclopedia e inoltre  voyage conversazione teatro perché il genere  conta solo per i babbei e Arbasino  per loro non scrive, opera totale sempre  ripresa in mano e sempre accresciuta nel  corso degli anni fino alle 1.371 pagine  dell’ultima edizione. 

Scrivere ricco, lussureggiante e lussuoso,  dare tutto per scontato,
dire “Giorgio  e Romolo” intendendo De Lullo e Valli,  e chi non sa si arrangi e non assista a questo  spettacolo mnemotecnico dominato  dall’horror vacui. Diventare di conseguenza  scrittore per scrittori, pochi premi  e mai una classifica: per vivere bene  non bisogna vendere molto, bisogna vendere  per molto tempo. Omettere sadicamente  l’indice dei nomi così da costringere  lo sventurato alla ricerca di una citazione  a risfogliare pagina per pagina.  Lasciare l’università “alla vigilia di diventar  baroncino, perché mi sembrava  improbabile svolgervi un lavoro serio, di  qualità”. Rifiutare però il lavoro redazionale:  “Mai avere orari, impegni, cartellini  da timbrare, straordinari, carriere, gerarchie”.  Ritagliarsi un ruolo di free-lance  (pronunciare “fri-lans”) di gran lusso,  anche perché è l’unico modo per scrivere  davvero (dentro i giornali si perde  gran tempo in riunioni e complotti).  Acconciarsi a chiosare un lungo declino  morale e civile dall’alto di una ben cesellata  torre d’avorio. Ad esempio frequentare  Moravia ma non firmare mai un  manifesto (“Erano anche scritti male”).  Vedere solo amici geniali, gli unici che all’occorrenza  possano regalarti un titolo:  “Super-Eliogabalo” è di Carmelo Bene. 

Farsi fotografare da Elisabetta Catalano,  al ristorante Colomba di Venezia, 
non come gli altri scrittori con gatti, sigarette,  Olivetti bensì con un paio di folti  baffoni, di grande impatto. Diventare  scrittore politico negli anni del rifiuto  della politica, pubblicando “Un paese  senza”, manuale di educazione civica che  in mancanza di educandi viene usato come  campionario di mostruosità italiane, a  disposizione di sempre nuove generazioni  di pettegoli. Diventare anche politico  in senso stretto, cioè deputato, di un partito  piccolo come un club esclusivo (il  Repubblicano), animato dal medesimo  moralismo elegante. Non confondere illuminismo  (razionale) con progressismo  (messianico) ma non accettare la definizione  di reazionario: “È un termine anni  Cinquanta”. Uscire piano piano dal contemporaneo  almeno per quanto riguarda  le arti (“Sono già pieno di nomi fin qui.  C’è un accumulo stagionale a cui non è  possibile star dietro: a ogni rassegna ci  sono 46 nuovi artisti, i nuovi rapper americani  sono minimo 37”) rifugiandosi negli  amati musicisti e pittori dell’Otto-Novecento,  il che significa girare il mondo  per mostre e concerti (e grandi alberghi  e bei ristoranti) riuscendo a distillare  sempre nuova cronaca da opere che a  chiunque sembravano storia rinsecchita,  archeologia.

Nutrire una candida fiducia  verso la Kultur e perfino verso la Kritik,
come se in qualche piega del paese potesse  nascondersi (ma dove? su Repubblica?)  un gruppo di lettori ricettivi. Pensare  che le lettere ai giornali servano a  qualcosa, “interventi di impegno civile”  le chiama, perciò mischiarsi con schiere  di vanesi e di grafomani riuscendo a non  confondersi grazie a reiterati miracoli  dello stile.  Trovare un biografo rispettoso che non si soffermi troppo sui pericolosi dettagli  dell’arredamento: collezione di obelischi,  specchi sui soffitti, cornici zebrate e per  finire un “Cazzo” (testuale) di Consagra  ovvero un paracarro falloide che il noto  scultore riprodusse in marmo e a misura  quasi umana, soprammobile da mostrare  ai visitatori per vedere l’effetto che fa.  Fine dei consigli per Kulturkritiker. Se  non è possibile seguirli tutti (magari perché  non si è nati in quel posto lì e in  quell’anno là) seguirne almeno uno: andare  ai Maestri. Costa anche meno che  comprare una spider. La ragione deve far  pensare ad Arbasino che i buoni incontri  non bastino e “che un sogno così non ritorni mai più”. (Che la spider sia ancora  indispensabile? Ma dove si parcheggia? E non è meglio girare in taxi così la fatica  la fanno gli altri?). Questa almeno è  l’impressione, visto che dedica i “Fratelli”,  affidandosi per una volta all’irrazionale  pre-illuministica pratica dell’auspicio, “Per C.L. con mille auguri!”. 

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