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Mohamed Al Fayed

Harrods fu aperto per deliziare coloro che nel 1851 si recavano a Londra in occasione della Grande esposizione universale. Da allora, si è sempre vantato di poter fornire qualsiasi cosa ai suoi clienti, dallo spillo all’elefante. Una volta, a un californiano che ordinava un elefante per telefono fu cortesemente risposto: “Lo desidera indiano o africano, signore?”.

28 Dicembre 1999 alle 00:00

Harrods fu aperto per deliziare coloro che nel 1851 si recavano a Londra in occasione della Grande esposizione universale. Da allora, si è sempre vantato di poter fornire qualsiasi cosa ai suoi clienti, dallo spillo all’elefante. Una volta, a un californiano che ordinava un elefante per telefono fu cortesemente risposto: “Lo desidera indiano o africano, signore?”. Un mio amico del tempo del college convinse una ragazza ad accompagnarlo a un ballo ordinando un cammello per arrivare come uno sceicco. Il cammello fu recapitato il giorno dopo nel caratteristico box verde che è un po’ il marchio di fabbrica. Harrods, con la sua scritta “Fornitore della regina” all’ingresso, fu il grande magazzino che dimostrò fin dall’apertura che la Gran Bretagna, la fabbrica del mondo, aveva davvero tutte le ricchezze del mondo alla sua portata. È un posto di fantasie e illusioni di potere e il suo attuale proprietario, Mohamed Al Fayed, è forse la miglior dimostrazione vivente che tutti noi siamo ciò che consumiamo; persino i sogni che consumiamo. Se infatti l’imitazione può essere la forma più alta di adulazione, non esiste al mondo una vicenda in cui la furia dell’imitazione abbia spronato qualcuno come nel caso del povero venditore ambulante del porto di Alessandria, che invidiava agli ufficiali della Marina reale inglese la loro uniforme bianca.

Mohamed Fayed nacque con poche doti che non fossero uno sviluppato senso dell’immaginazione e i talenti (contrapposti) di farsi nemici potenti e un sacco di denaro. A ben guardare, potrebbe essere definito un arabo errante in cerca tanto di un’identità quanto di una fortuna. E in realtà il suo successo finanziario si è fondato sull’abilità di copiare i modi, ma anche di plagiare le biografie degli uomini di successo per costruirsi una propria biografia di successo. La versione ufficiale del passato di Mohamed lo racconta figlio di padre pascià e grande armatore, fuggito dall’Egitto dopo l’ascesa al potere di Nasser, che nel 1984 aveva accumulato una fortuna di più di due miliardi di sterline. Un’immagine prosaica se paragonata alla verità; certo troppo prosaica per l’uomo che i suoi nemici chiamano il “faraone fasullo”. Mohamed Fayed nacque ad Alessandria nel 1929, anche se il passaporto rilasciato a Dubai gli fa uno sconto di quattro anni. Il padre, in quella chiave di volta che l’Egitto con il Canale di Suez rappresentava per l’impero britannico, era arrivato a essere ispettore scolastico. Mohamed odiava quel “fallito” di suo padre e per fargli dispetto abbandonò la scuola. Andò a vendere prima Coca Cola per le strade, poi macchine per cucire Singer porta a porta.

La sua fortuna fu di fare la conoscenza di Adnan Khassoggi
, che allora studiava nell’elegante Victoria School di Alessandria. Il padre di Adnan era il medico della corte saudita, appena benedetta dalla pioggia di dollari del petrolio. Nel 1952, prima di trasferirsi in California per frequentare l’Università di Stanford, Adnan fece di Fayed il suo agente a Gedda per l’importazione di strumenti sanitari. Adnan si sarebbe in seguito fatto un nome come l’uomo capace di accumulare miliardi con le commissioni sulle forniture belliche all’Arabia saudita. Nonché come organizzatore dello scandalo Iran-Contra. Anche Fayed si dimostrò un brillante uomo d’affari, capace di intrattenere gli austeri uomini del deserto saudita con il suo grasso spirito egiziano. Non si limitò ad assumere una patina di ricchezza per imitare Kashoggi, ma nel 1954 riuscì a conquistare il cuore di Shamira, la sorella sedicenne di Adnan. La futura madre di Emad (Dodi) frequentava allora l’elegante Scottish School di Alessandria. La famiglia Kashoggi acconsentì al matrimonio, prestò a Mohamed centomila sterline e istruì suo fratello Alì per diventare segretario di Adnan in California. Viaggiando in Italia o in Francia o alloggiando all’Hotel du Rhône a Ginevra, Fayed, che già girava in una Rolls-Royce a noleggio, aveva da tempo capito che l’immagine è più importante della sostanza. E che la ricchezza genera ricchezza.

Il matrimonio, invece, dovette insegnargli che mentire è la migliore politica: giacché sua moglie volle il divorzio quando lui le confessò di avere avuto una relazione adulterina. Mohamed fu umiliato, ma si consolò trattenendo i centomila dollari in cambio del permesso accordato a Shamira di sposare il cugino, il suo vero amore. Dodi, nato nel 1955, fu affidato all’altro fratello Saleh e alla sua moglie italiana, Adriana Funaro. Intanto gli affari procedevano. Con l’aiuto della Swiss Bonet Bank, Fayed, dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956, rilevò gli interessi di armatori stranieri come Leon Carasso, che gli insegnarono il mestiere e, giustamente, temevano che le nazionalizzazioni di Nasser si sarebbero abbattute anche sui loro affari. Fayed trasferì allora la società, che aveva ribattezzato Gilnavi, a Genova, la affidò a Saleh e prese dimora in una villa di sedici locali che diceva appartenere alla sua famiglia, ma che in realtà era appartenuta a un inglese espulso dall’Egitto. Fayed non era ancora un Onassis, era solo un agente, ma era già geloso dei miliardi dei Khasoggi. Soprattutto soffriva di avere il passaporto di una Stato paria come l’Egitto di Nasser. Così nel 1964 si mise in cerca di uno Stato disposto a concedergli un passaporto diplomatico.

Sostenendo di essere uno sceicco del Kuwait, fingendo che la sua flotta (sei traghetti!) trasportasse la maggior parte del petrolio Q8, convinse Papa Doc Duvalier, il presidente di Haiti, a dargli 5 milioni di dollari per costruire un terminale petrolifero. Così lo “sceicco” divenne il confidente del sanguinario dittatore e si fidanzò con la figlia di Duvalier, Marie Louise, con la quale ebbe una storia piuttosto intensa. Proprio nello stesso tempo, Graham Greene stava scrivendo “I commedianti”, ambientato su quella povera isola terrorizzata dai Ton Ton Macoute, gli uomini con occhiali neri, e i sacrifici woodoo della polizia segreta del dittatore. L’anno successivo Fayed scappò a Londra con 153 mila sterline del terminal petrolifero: l’unico al mondo capace di fregare Papa Doc e di farla franca (ciò spiega in parte anche la sua ossessione per le guardie del corpo, mai meno di quaranta). Un agente della Cia a Port au Prince dichiarò di essere colpito dalla capacità di Fayed di essere amichevole e malvagio nello stesso tempo. Sbarcato nella Londra della minigonna e della pillola, affittò un appartamento a Mayfair, al lussuoso indirizzo di Park Lane 60, proprio di fronte a Hide Park.

Nel 1970 possedeva già tutti gli appartamenti del palazzo.
Gli era comodo per ricevere i nuovi ricchi arabi all’Annabel’s (reso famoso dai Beatles), dietro l’angolo, e per sistemare compiacenti e costose bellezze svedesi da dividere con gli amici del cuore, provenienti dal deserto astemio e puritano. Uno di questi era Mahdi Al Tajir di Dubai. Il piccolo emirato del Golfo sarebbe diventato indipendente nel 1970, e avrebbe scoperto il petrolio proprio mentre Tajir ricopriva il ruolo di consigliere più ascoltato dell’emiro e, dal 1972, suo ambasciatore a Londra. Fayed non era più uno sceicco del Kuwait, ma un pascià egiziano; con un passaporto haitiano che stava per scadere. Fu Tajir, brigando per fargli avere un passaporto del Dubai, a suggerirgli di aggiungere un aristocratico “Al”, al suo nome di venditore ambulante. In cambio, alla vigilia della Guerra dei Sei giorni “Al” Fayed trovò un prestito da Imre Rochlitz, un avvocato ebreo americano specializzato in finanza non convenzionale, per sviluppare il sonnolento porto di Dubai. Mohamed ottenne la commissione del 12 per cento sui lavori e divenne direttore di Costains, la grande società di costruzioni inglese. Finalmente, con quattro società in Liechtenstein, Mohamed “Al” Fayed si sentiva quasi arrivato. Come i Khasoggi possedeva un jet Gulfstream e case in tutto il mondo. Fu il primo arabo a possedere una villa a Gstaad. Era il momento di porre fondamenta durature. E allora si comprò Balnagown Castle con 12mila ettari di di Highlands scozzesi, uno yacht chiamato Dodi, Castel-Ste-Thérèse a Saint-Tropez e una villa nel Surrey con 120 ettari di terreno, dove, circondato da rottweiler e guardie del corpo, tiene corte in una villa nel parco come un beduino. “Cambiare tutto”; è il suo ordine agli architetti.

L’effetto finale è un kitsch fatto di onice vero stile Playboy e falso oro orientaleggiante.
L’ambiente è perfetto per sembrare un londinese sofisticato agli arabi che in occasione della crisi petrolifera del 1973 invadono Londra con denaro da gettare. Al Fayed incassa 28 milioni di sterline con le commissioni in Dubai, più il 25 per cento della Morgan Grenfell Bank. Ha quarantasei anni ed è direttore della Costains quando incontra l’uomo che per un quarto di secolo sarà il suo alleato e il suo nemico, Roland “Tiny” Rowland, ovvero “la faccia sgradevole e inaccettabile del capitalismo”, come ebbe a definirlo, una volta e per tutte, il primo ministro conservatore Edward Heath. Roland, classe 1917, era nato in realtà con un altro cognome, quello tedesco di Furhop ereditato dal padre. La madre invece era inglese e la famiglia aveva vissuto in Inghilterra, per poi trasferirsi in Germania nei primi anni Trenta, e Roland era entrato addirittura nella Gioventù hitleriana mentre frequentava le scuole ad Amburgo. Tornati prudentemente in Inghilterra allo scoppio del conflitto, i Furhop avevano mutato il cognome, ma il giovane Roland era stato internato come disertore. Nel Dopoguerra “Tiny” si diede agli affari, costruendosi una fortuna solida e una fama dubbia che si porterà dietro tutta la vita. Dopo avere evitato condanne per truffa in Svizzera e in Sudafrica, trasformò la Lonrho (London and Rhodesia Mining and Land Co), una società che nel 1961 aveva un milione di sterline di deficit, in una società che nel ’71 impiegava centomila dipendenti e nel ’76 valeva due miliardi e mezzo di sterline.

Mentre Fayed sfruttava la nuova ricchezza araba, Rowland sfruttava la nuova Africa indipendente. Rowland era riuscito a fare investire nella Lonrho la famiglia reale del Kuwait. Convinse Fayed a scambiare le sue azioni Costains con 4 milioni di azioni Lonrho. Fayed divenne così direttore della Lonrho e la rappresentò nel consiglio di amministrazione della Costains. Intanto Rowland trasferiva i profitti della Lonrho sul suo conto svizzero personale. Nel 1976 Fayed uscì dalla società con un utile di undici milioni di sterline e le sue azioni della Costain appena prima di un’inchiesta governativa. Comperò un palazzo sui Champs Elysées, liquidò per undici milioni di sterline le azioni Costain. Le commissioni del Dubai gli avevano reso altri 50 milioni. Sembrò pronto a ritirarsi dagli affari come un eremita-gentiluomo ossessionato dai microbi e dalle malattie. Riempì i suoi appartamenti di ragazze in grembiule a quadretti e calze bianche; ossessivamente ricopriva i cibi di succo di limone e si lavava le mani ogni volta che toccava un essere umano. Non permise alle concorrenti nere che partecipavano a Miss Mondo di bagnarsi nella sua piscina, perché potevano essere portatrici di microbi.

Poi, nel 1979, si innamorò di Heini Wathen, una reginetta di bellezza finlandese di 24 anni che gli era stata presentata dal figlio. La vita ricominciò, si comperò per nove milioni di sterline il Ritz di Parigi. Heini sarebbe diventata sua moglie dopo avergli dato due figli. Non si sa quanto Dodi fosse felice della nuova parternità del patriarca, ma la nuova attività di produttore cinematografico riuscì a distrarlo. Vinse quattro Oscar con “Momenti di Gloria”, anche se litigava col regista Hugh Hudson, che non gradiva la sua presenza sul set. Fu alla fine degli anni 70 che Fayed iniziò una partita a scacchi fatale con “Tiny” Rowland. Rowland possedeva il trenta per cento della compagnia, e la commissione governativa Antimonopolio ebbe da ridire. Così Rowland depositò le sue azioni presso gli amici Fayed e Ashraf Marwan, capo della polizia segreta egiziana. Nel frattempo, attraverso Dodi, Fayed aveva coltivato le relazioni con il sultano del Brunei, l’uomo più ricco del mondo che valeva 24 miliardi di sterline. Il messaggio era chiaro e suadente: “Ho costruito il Dubai. È grazie a me se ha un porto, ospedali e un centro commerciale. Posso fare lo stesso per il Brunei. E naturalmente con un castello in Scozia e una casa a Park Lane ho buone entrature negli ambienti di governo londinesi”.

Così, oltre a comperare le sue famose 153 Rolls-Royce,
il sultano diede a Fayed il mandato di pagare a Mario Lavia duecento milioni di sterline per un yacht, cento milioni di sterline a una casa aeronautica svizzera e altri 50 milioni e mezzo di sterline per acquistare il Dorchester Hotel. Era il momento per la grande operazione Harrods. Fayed chiese in prestito queste somme a breve termine. Poi, mentendo sulla sua situazione finanziaria, acquistò dalla Lonrho, per 138 milioni di sterline, il controllo di Harrods. Infine usò la proprietà e le entrate di Harrods per un ulteriore prestito con il quale restituire il denaro al sultano. Un vorticoso e spregiudicato giro finanziario che fece arrabbiare di brutto Rowland e Marwan. I due “amici” ritenevano infatti che Fayed valesse al massimo 50 milioni di sterline, e lo accusarono di avere “rubato” Harrods sfruttando proprio il valore di quelle azioni che avevano depositato presso di lui per evitare l’Antitrust. Rowland iniziò una aspra azione legale da 20 mila sterline contro Fayed e usò con disinvoltura la proprietà dell’Observer per far pubblicare “la vera storia dell’uomo che si era fatto da sé”. Storia gentilmente fornitagli dall’amico Marwan. “Non tengo mai un rancore per me. Lo divido con più gente possibile”, dichiarò l’irascibile Rowland. La faccenda sfociò nel 1987 in un’inchiesta governativa sull’acquisizione di Harrods.

La conclusione fu che i fratelli Fayed mentivano chiaramente.
Ma i due erano ben decisi a contrattaccare, pretendendo di essere le vittime innocenti di una congiura. Mohamed Al Fayed è uomo che conosce il mondo e che sa come funziona, almeno a volte, la politica. Quando a Parigi aveva voluto realizzare delle modifiche illegali al Ritz, non aveva fatto altro che “lasciare una valigia” in municipio e il sindaco Chirac lo aveva nominato membro della Legion d’Onore. A Londra, durante la crisi finanziaria del 1984 che fece tremare il governo della signora Thatcher, aveva persuaso il sultano del Brunei a lasciare il suo deposito di cinque miliardi di sterline alla Banca d’Inghilterra. E aveva presentato Mark Thatcher al sultano. Cosa cosa voleva dire, allora, quell’inchiesta governativa su Harrods? Fayed se lo chiedeva, e non trovava risposta. Decise di resistere agli attacchi di Rowland. Attraverso il lobbista Ian Greer “noleggiò come un taxi” quattro parlamentari conservatori, affinché facessero interrogazioni in suo favore. Questa è corruzione, quando l’interesse non è dichiarato.

E quando Fayed ritenne di non aver ottenuto i servigi per cui aveva pagato
, convinto di essere la vittima di una congiura ricorse al quotidiano filolaburista Guardian per denunciare i parlamentari e pure il ministro per le Commesse militari, Johnatan Aitken. Nel frattempo Fayed ha ammesso di avere sottratto alcuni oggetti dalla cassetta di sicurezza di Rowland nella banca di Harrods, motivo per il quale, probabilmente, gli è stata negata un’altra volta la concessione del passaporto britannico dall’attuale ministro dell’Interno, Jack Straw, che gli ha scritto personalmente motivando la decisione. Fayed non ha comunque reso noto il contenuto della missiva del ministro. Dopo aver aiutato la Thatcher con i suoi rapporti finanziari, dopo aver contribuito con le sue piccole corruttele a far cadere John Major, Fayed rimaneva una sorta di corpo estraneo in perpetua quarantena. Fu allora, forse, che decise che era tempo di tentare l’ingresso nella società britannica dalla porta principale, quella di casa Windsor. Invitò i genitori della principessa Diana a entrare nel consiglio di amministrazione di Harrods e coltivò la mania di far compere della principessa. Incoraggiò in ogni modo Dodi a esercitare sulla regale fidanzata tutto il suo fascino.

Le arti di seduzione elementari ma sperimentate di Dodi trovarono un orecchio ben disposto. Come si sa, tutto finì con la loro morte a Parigi. Che fu causata forse più dalle cattive abitudini gestionali di Dodi Al Fayed, abituato a dare ordini e contrordini alle guardie del corpo e agli autisti (e all’omissione dell’uso delle cinture di sicurezza) che dalla folle carambola dei fotoreporter parigini. Ma come sempre doveva essere colpa di qualcun altro; anche perché altrimenti le compagnie di assicurazione avrebbero ritenuto responsabile il Ritz per l’incidente. Dalla notte tragica del tunnel dell’Alma, Mohamed Al Fayed batte la pista del complotto ordito dai Servizi segreti britannici per scongiurare le nuove nozze islamiche della ex principessa reale. Ma il padrone di Harrods non trova molte orecchie compiacenti. La verità è che un marito musulmano non avrebbe creato grandi problemi nella Gran Bretagna multireligiosa e postcristiana. Dopo tutto la sorella, lo zio e il cugino della regina sono sposati a ebrei e Mohamed Fayed ha sposato una luterana. E tra gli amici del Principe di Galles ci sono numerosi veri sceicchi arabi, tanto che Carlo è addirittura presidente della Muslim Society. Nel fondo del suo cuore Al Fayed fa sua la battuta di Groucho Marx: “Non vorrei essere membro di un club che accetta come membro uno come me”.

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