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Tapie Bernard

Dal Foglio del 3 giugno 2001

Se l’era detto e ridetto ogni giorno, per tutti i sette mesi in cui era la matricola n. 265 449 G e occupava la cella 3/207 del quartiere Vip del carcere parigino della Santé,: tornerò. Come il conte di Montecristo. E Bernard Tapie, detto Nanar, è tornato. Alla grande. Il simbolo degli anni ottanta, il “Vautrin dell’era catodica” come l’ha definito il settimanale Le Point, il personaggio più balzacchiano del Dopoguerra, il saltimbanco di genio nato povero e vomitato dalle elite di ogni genere, non solo è tornato a furor di popolo alla testa dell’Olympique di Marsiglia, con cui vinse nel 1993 la Coppa dei Campioni, per ora solo e unico club francese di football ad essere riuscito nell’impresa.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 3 giugno 2001

Se l’era detto e ridetto ogni giorno, per tutti i sette mesi in cui era la matricola n. 265 449 G e occupava la cella 3/207 del quartiere Vip del carcere parigino della Santé,: tornerò. Come il conte di Montecristo. E Bernard Tapie, detto Nanar, è tornato. Alla grande. Il simbolo degli anni ottanta, il “Vautrin dell’era catodica” come l’ha definito il settimanale Le Point, il personaggio più balzacchiano del Dopoguerra, il saltimbanco di genio nato povero e vomitato dalle elite di ogni genere, non solo è tornato a furor di popolo alla testa dell’Olympique di Marsiglia, con cui vinse nel 1993 la Coppa dei Campioni, per ora solo e unico club francese di football ad essere riuscito nell’impresa. Non solo è stato prosciolto dal terribile giudice d’istruzione Eva Joly, quella dell’affare Elf-Dumas, dall’accusa di bancarotta fraudolenta. Non solo sta marcando punti su punti nel contenzioso che l’oppone alla banca Crédit Lyonnais, che lui accusa, non senza fondamento, di averlo spogliato della società Adidas.

Non solo, dicevamo. Perché indubbiamente la cosa a cui tiene di più, vanitas vanitatum, è di essere di nuovo nella classifica delle personalità più popolari: è addirittura al secondo posto, dietro Martine Aubry, quella delle 35 ore, ma davanti l’alfiere della compassione universale, il dottor Bernard Kouchner. Un francese su cinque lo vedrebbe volentieri capo del governo o quanto meno assumere responsabilità importanti nella cosa pubblica. Il colmo per uno sul cui capo si sono abbattuti scandali e procedimenti penali in serie, che già ha dovuto dimettersi da deputato europeo, che è ineleggibile fino al 2004. Il fatto è che piace da matti, con quella faccia alla Warren Beatty, appena rimpolpata dal Mediterraneo, quell’aria da maschione che buca gli schermi. Il suo ritorno suscita scalpore, la Parigi che conta è basita. Ma come può non piacere uno che sulla sua tomba vorrebbe che fosse scritto “qui giace uno che non ha mai perso tempo”. Una scarica d’adrenalina che in meno di sessant’anni è stato: ragazzo di strada, picchiatore, cantante rock, sindacalista, militante comunista, venditore porta a porta, predatore di imprese decotte, miliardario, squalo della finanza, re degli stadi, consigliere provinciale e regionale, leader di partito, deputato europeo, ministro, pilota di jet a mach 2, skipper, detenuto, povero in canna, attore di cinema e di teatro, autore di bestseller, cantante rap, show man, autore di serie televisive, e ora di nuovo miliardario. E forse un giorno ancora re degli stadi? Uno che per vent’anni è stato l’idolo dei giovani, la rivincita dei black, dei giovani arabi, dei bianchi poveri. Il solo che riesca a comunicare al tempo stesso alla generazione pingue dell’arricchirsi è bello e a quella autistica del cellulare e della play-station. Dopo tutto, dicono, non ha ucciso nessuno. Ha solo mentito, barato, rubato ma vivaddio con il piglio entusiasta e scoperto del fanfarone, dell’eroe picaresco, del ribaldo. Mentre i borghesi commettono gli stessi peccati ma avvolgendoli con gli stracci ipocriti del perbenismo. E poi, aggiungono, in ogni caso ha pagato abbastanza. Che Nanar torni, dunque. E vada là dove lo porta l’istinto. Magari anche in politica.

D’altronde un altro che sa di zolfo e che fu suo complice, l’ex ministro Jacques Mellick, non ha mancato d’un soffio, a marzo, l’elezione a sindaco? Sembra quasi che per gli elettori avere scheletri negli armadi costituisca titolo di merito. È come se tanti fossero pronti a chiudere un occhio e magari tutti e due pur di finirla con una politica che rispetta le forme ma produce solo noia abissale. In tanti a voler il ritorno di un populismo offensivo e gioioso. Nasce il 26 gennaio 1943 al Bourget, alla periferia di Parigi. E viene su bullo di periferia, che picchia e incassa. Ha energia indomabile, scorza spessa e cuore ovviamente a sinistra. Milita nelle Jeunesses communistes e dove saltuariamente lavora, fa anche il suo dovere di sindacalista. Troppo ambizioso, troppo aggressivo punta dritto alla conquista di Parigi. Cantando. A ventitrè anni, incide tre dischi, nome d’arte di Bernard Tapy, perché “tapay” fa più chic. “Non credo più alle ragazze” “Passaporto per il sole” e “Il ritorno”, quest’ultima una profezia: “Questa sera quando sono tornato a casa, tutta la mia vita è crollata, e ho visto la verità…”. Una carriera che finisce prima ancora di cominciare, per manifesta inadeguatezza. Rifiuta l’offerta di Claude Lelouch che già lo vorrebbe al fianco di Lino Ventura per “L’avventura è l’avventura” e preferisce continuare a vendere polizze e piazzamenti porta a porta. “Non potevo interrompere il lavoro che avevo appena cominciato e andarmene per quattro mesi in America latina” racconterà anni dopo.

In realtà Tapie ha capito che ha carisma, forza di seduzione, ma non il talento dell’artista. Per diventare ricco e famoso sceglie la via del business. Non quello ovattato, in punta di gomiti dell’alta finanza ma quello opaco, torbido, a cavallo della legalità che vive tra le pieghe di un’economia incapace di adattarsi al tempo: diventa “il professionista” dell’acquisto di imprese in liquidazione coatta. Un mondo dove si respira l’aria sordida dei tribunali di commercio, si convive con le mire corrotte dei curatori fallimentari. Un mestiere per duri fra i duri. Nel quale mostra un talento innegabile. Si è scritto molto e molto supposto sulle origini della sua ricchezza, sull’esistenza di un réseau occulto che lo ha accompagnato passo dopo passo. In realtà, Tapie lavora sempre con lo stesso banchiere di fiducia. È lui a fare la differenza, è lui che riesce a mettere in lista d’attesa i creditori, siano essi banche o fornitori, è lui che riesce a strappare ai sindacati concessioni che sarebbero state negate ad altri. A volte le cose vanno male lo stesso e la fabbrica viene smembrata, ma lui riesce lo stesso a far soldi “sulla pelle della bestia”. Spesso invece la riconversione riesce. All’inizio degli anni Ottanta, quando arriva al potere François Mitterrand, la società GBT, Groupement Bernard Tapie, è una conglomerata da cinquemila miliardi. Tra il presidente socialista che dice di non sopportare l’odore dei soldi e l’uomo che si è fatto da solo è simpatia al primo incontro. In comune hanno almeno una cosa: l’odio per l’aristocrazia del danaro. E sarà vero amore quando Tapie dimostrerà di averne di fumanti anche in politica prendendo di petto niente di meno che Jean-Marie Le Pen, il leader del Front national. In quegli anni il partito dell’estrema destra xenofoba, razzista e antisemita raccoglie il 15% dei voti alle politiche e sfiora addirittura la maggioranza assoluta in tanti quartieri popolari di Parigi, Marsiglia, Tolone, Lione, ovunque ci sia forte presenza d’immigrati. Le Pen è la bestia nera dei media.

Tutti i giornalisti politici, i conduttori di talk show, che l’hanno invitato per prenderlo in castagna, si sono ritrovati scornati e malconci. La sinistra in cachemire e fila di perle è assolutamente impotente. Tapie decide di scendere in campo. Il faccia a faccia si svolge negli studi della principale rete televisiva, Tf1. E fa esplodere gli indici d’ascolto. L’ex paracadutista dell’Indocina e il toro palestrato lasciano a casa il fioretto. Per un’ora e più volano solo mazze chiodate. E ogni tanto, un “vieni qui che ti faccio un coso così”. Finita la trasmissione, manca poco che si ritrovino giù dabbasso per sistemare le cose “tra veri uomini”. Comunque secondo tutti i sondaggi Tapie, giovane e bello, vince ai punti. E diventa d’incanto l’eroe della sinistra, il paladino di un paese che arranca sulla strada del melting pot. Nel 1989 viene eletto deputato nelle Bocche del Rodano. E tre anni dopo Mitterrand lo nomina ministro: sarà il responsabile delle Grandi città e delle banlieue. La sua politica non lascia tracce ma la leggenda metropolitana è dura a morire: i giovani neri e arabi lo ricordano ancora oggi come il solo che abbia fatto qualcosa per loro. Se non altro, dicono, ci portava due giorni a Marsiglia, pranzi e alberghi pagati, a vedere l’OM. Prima, durante e dopo la stagione della politica Tapie non ha mai smesso di coltivare né il suo giardino segreto, il football, né la sua vanità. Si fa fotografare nel cockpit di un aereo a reazione mentre prende il brevetto di pilota, poi sul suo jet personale, o sul suo quattro alberi, il Phocéa, ovviamente fra i più belli del mondo. Accanto ha sempre la moglie, Dominique, di cui dice di essere innamorato ogni giorno di più e che non ha mai tradito, dal primo incontro sulle note di Yellow Submarine, perché “chi ha la fortuna di trovare una simile fortuna non la butta via per il piacere di una notte”. Nel 1986 diventa proprietario e presidente dell’Olympique di Marsiglia, nel 1988 scrive o meglio detta al ghostwriter di turno “Gagner”, “Vincere”, che sarà un bestseller.

Nel 1990 fa il colpo grosso della sua carriera di uomo d’affari, comprando la Adidas, gloriosa e malandata fabbrica di abbigliamento sportivo, che riporterà all’antico splendore in meno di tre anni. E nel 1993 entra nella leggenda. L’OM dei Desailly, dei Deschamps, dei Boli, dei Boksic, è il primo club a vincere la Coppa Campioni, battendo in finale l’orco italiano, il Milan di Silvio Berlusconi. Prepara bene il terreno, Tapie. Striglia i giornalisti ostili o semplicemente scettici: “Che volete, che vincano ancora questi fottuti italiani? Loro che ci hanno le bacheche stracolme e noi niente”? L’OM è uno strampalato mix di talenti emergenti e di riciclati sulla via del tramonto. Li guida Raymond Goethals, un vecchio stregone belga che in conferenza stampa cantilenava: “Basten, Basten mi parlate sempre di come fare a fermare Basten (Marco Van, ndr) Io invece se potessi al Milan prenderei Baresi e Reijkard”. “Avremmo dato l’anima per quella coppa” racconterà Basile Boli, che alla fine del primo tempo sale più in alto di tutti e spizza di testa il pallone in rete. Un solo goal basterà a mettere in ginocchio i rossoneri più spompati e malandati della stagione. Ma andò proprio come se la sentiva il giovane boss: con la vittoria di chi avrebbe avuto più fame. Dalle stelle alle stalle, non fu per lui un lento declinare. Tapie cade in picchiata nello stesso anno del suo trionfo. Con la vittoria alle elezioni e il ritorno al governo della destra neo-gollista, anche le protezioni politiche di cui gode gli vengono meno. In pochi mesi si scopre che per timore d’infortuni dei suoi calciatori prima della finale contro il Milan, s’era comprato il pareggio con il Valenciennes nell’ultima di campionato. I soldi della corruzione vengono ritrovati sotterrati in un giardino. A maggio su consiglio di Mitterrand – “si sbarazzi delle sue società, la politica è un’altra cosa ” gli ripeteva il presidente – aveva chiesto al Crédit Lyonnais il portage dell’Adidas in attesa di trovare l’acquirente giusto.

Nasce così un imbroglio giuridico-finanziario che dura tuttora. E che ha attraversato l’Atlantico, chiamando in causa anche la Citibank, alleato del CL nell’operazione, e mettendo in allerta la Sec, il gendarme di Wall Street. In sintesi, secondo le accuse di Tapie, la banca avrebbe comprato indirettamente la Adidas per poi rivenderla al finanziere Robert Louis-Dreyfus. Operazione proibita dalla legge. Tapie che nel 2001 è stato finalmente prosciolto dall’accusa di bancarotta fraudolenta si prepara alla battaglia finale per avere congrui risarcimenti. Solo lui, dicono, poteva resistere sette anni e sopravvivere al carcere, alla confisca dei beni, all’umiliazione della vendita all’asta del Phocéa, del mobilio Luigi XV con cui aveva arredato il suo palazzo della rue des Saints-Pères, nel cuore della Parigi chic. Fa appena in tempo a recitare per farsi due soldi in “Hommes, femmes: mode d’emploi” di Claude Lelouch, che lo sbattono in carcere. Padiglione dei vip, con celle singole di nove metri quadrati. Lui vuole stare con gli altri, ma l’amministrazione rifiuta. Si temono “possibili perturbazioni e ingovernabili eccessi di curiosità da parte degli altri detenuti nelle ore d’aria”. Non si lamenta del cibo, alla cantina compra verdure e tonno. Risponde a cento lettere al giorno, legge Céline e Paul Morand, ma rilegge fino allo sfinimento il Dumas del “Conte di Montecristo”. Quando esce, non trova tesori ma ritrova l’adrenalina. Chi ci va a colazione, racconta di uno che tra un piatto e l’altro vi spiega come farsi un miliarduccio – di dollari – in un amen, giusto facendo ogni giorno catering per via aerea per cantine e ristoranti aziendali della Russia postcomunista. Capace di convincervi conti alla mano, che funzioni. Uno con ancora tanta grinta da rispondere all’obiezione chessò sulla mafia russa che a quella ci pensa lui. Fatto sta che scrive le memorie dal carcere, e fa centro ancora una volta. Incide con Doc Gynéco un rap cooltempo, un cd con in copertina un posacenere dove si consumano un havana e una canna e che diventa un culto nelle banlieue.

Uno sceneggiatore scrive apposta per lui una fiction: genere ascesa, caduta e resurrezione di un finanziere non molto ortodosso. Sale anche sul palcoscenico: centocinquantamila spettatori a Parigi, una tournée in tutta la Francia, biglietti esauriti ovunque per il “Volo sopra il nido del cuculo”. Recita come un cane, ma a Marsiglia il pubblico gli riserva una standing ovation di dieci minuti. Non riescono proprio a dimenticarlo, nella città più trascurata di Francia. Così quando quest’anno Robert Louis- Dreyfus che nel 1996 gli era subentrato anche come proprietario dell’OM ha dovuto arrendersi all’evidenza e, dopo aver gettato al vento quasi duecento miliardi, lo ha richiamato per salvare il club che era a un passo dalla retrocessione, è stata festa grande sul vecchio porto e nei quartieri caldi dove migliaia di ragazzini sognano di diventare come Zizou Zidane. S’è salvato in angolo, il buon Dreyfus: “Quando uno perde e un altro vince è bene che chi perde si faccia da parte e lasci il posto a chi ha mostrato di saper vincere”. I vecchi dirigenti si ammantano di buoni sentimenti: dicono che l’uomo non fa mai due volte lo stesso errore, che sia giudicato per quel che farà. Ma quando Tapie ha calpestato di nuovo il prato del Velodromo, piangendo copiose lacrime in quello che ha detto essere il più bel giorno della sua vita, migliaia di socios in delirio hanno mostrato chiaramente come la pensano: “Meno male che è tornato lui, uno che sa come vanno le cose in questo mondo, in tutti i mondi”.
 

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