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Remotti Remo

 “Lei è un grave nevrotico che non si è mai trovato bene con nessuno e in nessun posto. La Sua nevrosi non dipende dai rapporti sbagliati con Sua moglie, semmai il contrario, i rapporti sbagliati tra voi due dipendono dalla Sua nevrosi”. Questo fu il responso, scritto nel 1968, del professor Mario Gozzano, direttore della Clinica malattie nervose e mentali di Roma.

30 Novembre 1999 alle 00:00

 “Lei è un grave nevrotico che non si è mai trovato bene con nessuno e in nessun posto. La Sua nevrosi non dipende dai rapporti sbagliati con Sua moglie, semmai il contrario, i rapporti sbagliati tra voi due dipendono dalla Sua nevrosi”. Questo fu il responso, scritto nel 1968, del professor Mario Gozzano, direttore della Clinica malattie nervose e mentali di Roma, destinato al paziente Remo Remotti, ricoverato in manicomio per essersi messo a correre nudo in una piazza berlinese. “Gesù Cristo era tornato tra gli uomini e non c’erano dubbi: Gesù Cristo ero io”. Ma il caso Remotti non inizia lì. Comincia a covare, in maniera neanche troppo latente, nel bambino nato a Roma il 16 novembre del 1924 (“Scorpione aggressivo, non a caso nato lo stesso giorno di Totò Riina e Tazio Nuvolari”), un bambino che resterà felice fino a quando potrà essere bambino senza che psichiatri e parenti glielo rimproverino, perché poi continuerà a esserlo per tutta la vita, bambino per sempre e felicemente edipico, proprio come il Sigmund Freud mammone da lui scritto e interpretato in “Sogni d’oro” di Nanni Moretti, dove Freud è in realtà un vecchio pazzo che si indentifica nel fondatore della psicanalisi, tra una telefonata a Jung, una “vendita democratica” di opere freudiane allestita per strada in stile Wanna Marchi, e il coricarsi vicino alla cara mamma che gli canta la ninnananna in tedesco.

Felicemente edipico, però, si fa per dire. Remotti conosce piaceri e sofferenze dell’amore materno, tant’è che diventerà padre solo nel 1989, un anno dopo la morte della madre, a sessantaquattro anni. Quando faceva le elementari e vestiva alla marinaretto, alla scuola Guido Alessi in via Flaminia, il virilismo degli educatori fascisti impartiva agli alunni balilla frasi del tipo: “Tu sei un uomo. Ricordati: hai i coglioni”, “Che fai? Piangi? Ma Remo Remotti, con mogli di nome Luisa e registi di nome Nanni Massimiliano Parente “Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai (…), quella Roma di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei ‘che c’hai una sigaretta?’, ‘imprestami cento lire’, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, me ne andavo da quella Roma di merda”. In Perù lavora per una compagnia di taxi, per una compagnia aerea, per una ditta di prodotti plastici, finalmente frequenta una scuola serale di pittura e capisce che quella è la sua strada. Nel 1958 è di nuovo a Roma, e cosa fa? Si veste perbenino, in blu, pedalini lunghi e scarpe tirate a lucido, “cravatta di seta comprata apposta il giorno precedente”, per presentarsi dal dottor Furio Colombo, all’epoca addetto alla selezione del personale della Olivetti, in un ufficio “che emanava da tutti gli angoli il fascino discreto della borghesia”.

Lungi da Remotti l’idea di sistemarsi, vuole soltanto mantenersi per poter dipingere. La sera frequenta la scuola di nudo di via Margutta ma non sa che farsene, ristagnano tutti nel conformismo più triste, modelle infreddolite, pittori della domenica in giacca di velluto e papillon. La madre, l’immancabile madre, lo aspetta a casa per chiedergli se ha trovato lavoro, un incubo. Furio Colombo gli si para davanti come Dio il giorno del Giudizio Universale, e rappresenta tutto ciò che Remotti non è, l’ideale di sua madre. “Caruccio, con gli occhiali di tartaruga da intellettuale, i capelli neri ben spazzolati, elegante in un vestito di grisaglia nera, sprizzava efficienza, intelligenza, sicurezza da tutte le parti”. Colombo lo esamina, lo passa al setaccio, gli chiede quali libri abbia letto, gli chiede quale sia la situazione economico-politica sudamericana, gli fa domande su domande. Remotti si sente come dal dentista, trapanato senza anestesia. “Dottor Remotti, la saluto e le faccio molti auguri”. Remotti esce dal portone della Olivetti, baciato dal sole di Roma, e se ne va a ubriacarsi al baretto di via del Babbuino con due Campari Soda, pensando che, in fin dei conti, anche Alfred Jarry fu riformato al servizio militare per imbecillità precoce.

Nel 1960 si sposa con Luisa Loi, sorella del regista Nanni. Primo matrimonio di Remotti. Il secondo sarà celebrato trent’anni dopo, con un’altra Luisa (da lui battezzate Luisa Uno e Due), dalla quale nascerà Federica. Con la prima Luisa si traferisce a Milano, dove viene assunto dalla Lepetit Spa, industria di prodotti farmaceutici in via Lepetit. Il nome Lepetit era molto chic, dice Remotti. “Dove lavori?”. “Alla Lepetit”. La sera, la notte, i sabati e le domeniche li dedica alla pittura. Di nuovo scisso, “da una parte il dottor Remotti, laureato, conoscenza di lingue, pratica d’ufficio, già capo vendite di una fabbrica di prodotti plastici in Perù, e dall’altra parte il Remotti imbrattatele che la sera lavorava accanitamente, e cominciava a frequentare i pittori di via Brera, e a respirare a pieni polmoni l’aria pura del Giamaica, delle Sorelle Pirovini, con i loro pranzi a prezzo fisso, punto d’incontro della bohème milanese”. Ma la diritta via dura poco, riaffiorano le insofferenze per l’ordine, per i cartellini da timbrare, per i “buonasera dottore”. Traffica a modo suo con il gotha artistico degli anni Sessanta, con Lucio Fontana, Emilio Vedova, John Heartfield, Alberto Burri, Arturo Schwarz, l’entusiasmo lo porta dappertutto, va al funerale di Piero Manzoni, mai conosciuto in vita ma sempre adocchiato e discretamente venerato al Giamaica. Cacciato dalla Lepetit, torna a Roma e si dedica alla pittura full-time, iniziando le prime mostre. Nel 1964 Emilio Vedova, detentore di una borsa di studio alla Ford Fondation, lo convoca a Berlino per lavorare con lui come assistente.

L’incontro con Vedova non è un idillio
, ma Remotti getta lì le basi per un ritorno, e nel 1968 ottiene una borsa di studio anche lui. Gli si spalanca così l’ambiente artistico di una Germania vivace e in fermento. Nel frattempo conosce Kristin, che mette in crisi il matrimonio con Luisa. Però, travolto dai sensi di colpa, finisce a correre nudo nel centro di Berlino. Placcato dai pompieri, viene ricoverato nel manicomio di Spandau, a pochi metri dall’omonimo carcere dove era richiuso, unico detenuto, Rudolf Hess. Tornato in Italia, nel 1971,si traferisce ad Anguillara Sabazia, nella campagna romana, e lì fonda una comune con alcuni allievi dell’Istituto d’arte. Si fidanza con Inge, con Roswita, con Antonella, con Rita, con Gabriele (in tedesco è un nome femminile, una splendida ragazza che arriva a dirgli “mach mit mir was du willst”, fa’ di me quello che vuoi), a ognuna dedica poesie, scrive pièce teatrali e altri testi, tra i quali un’incredibile matematica del sesso in cui elabora solipsistici teoremi per sapere a quante seghe da solo equivalga un amplesso di Paola, o a quante seghe di Paola un amplesso con Silvia e via dicendo.

Nel 1975, a un passo dalla tanto agognata affermazione come pittore, Remotti, disgustato dal meccanismo del mondo artistico, tappezza Roma di manifesti con la sua foto e la scritta “Remotti è matto”, decidendo di vendere opere al di fuori di qualsiasi circuito ufficiale e a prezzi stracciati. “Non c’è bisogno che io guadagni più di un operaio con i miei quadri”. Comincia a cinquan’anni la sua carriera di attore, dal giorno in cui l’amico Renato Mambor, pittore e regista, lo piazza sul palcoscenico del teatro Alberico. Lì Marco Bellocchio lo vede e lo scrittura per una versione televisiva de “Il Gabbiano” di Cechov. Intanto Remo apre il giornale e legge di un giovane e chiacchierato regista d’avanguardia, si chiama Nanni Moretti, colpo di fulmine, e d’altra parte, segno del destino, Moretti non è forse l’anagramma di Remotti? Si presenta così a casa di Nanni e lo invita all’Alberico dove era in scena un monologo remottiano, “I Remotti Sposi”. Moretti ci va, ma Remotti rinuncia suo malgrado alla recita perché quella sera non c’è nessuno, e lo prega di ritornare. Moretti, lo terrà prudentemente a bagnomaria per cinque anni. Ma alla fine sarà non solo il Freud di “Sogni d’oro”, ma anche il consigliere spirituale di Silvio Orlando in “Palombella Rossa”, e Siro Siri in “Bianca”. Lanciato da Moretti, in seguito lavora con la crème del cinema italiano. Sul set di “Notte Italiana” di Carlo Mazzacurati, incontra Luisa Pistoia (Luisa Due), agente, manager e produttrice. Una grande svolta, gli eventi precipitano, muore la madre di Remo, sul set di “Palombella rossa” concepiscono Federica. La bambina, bellissima, secondo Remo è la reincarnazione sputata di mamma Remotti, e come tale lo tratta, cercando di mettere in riga questo padre bambino e scapestrato.

Cosa fa Remotti oggi?
La mattina palestra, il pomeriggio e a qualsiasi ora in cerca di donne, sempre pronto a dichiararsi un “maniaco sessuale di sinistra”. La sera medita e prega, legge maestri spirituali della new age come Gurdjieff, Osho, e in qualche modo li concilia e li frulla con volumi di storia del nazismo, e con Churchill, “uno con due coglioni così”. Come un babbo natale senza stagioni, si materializza di notte ovunque, quando meno te lo aspetti, cappellino GAP, occhiali dalla montatura rossa, e ovviamente la barba bianca. Lui appare, nei locali romani e nelle città italiane, da solo o con la sua band, un vate urlatore capace di mandare in visibilio signore e signori, grandi e piccini, e di tirare avanti una notte senza mai fermarsi. È stato reclutato da un gruppo musicale, i Recycle, due ragazzi che lo hanno eletto leader, ha da poco pubblicato un’autobiografia, “Diventiamo angeli” (DeriveApprodi). Scriveva Baudelaire “dicono che ho trent’anni, ma se ho vissuto tre minuti in uno non ne ho forse novanta?”. Remotti ne ha almeno duecentotrenta. Sta scrivendo un altro libro: “Si intitola ‘La verità è al quinto atto’, perché fino a cinquant’anni non si capisce un cazzo”. La sua casa, nel quartiere Prati, trabocca di opere meravigliose, tutte sue. Non è diventato ciò che voleva la mamma, eppure qualcosa di importante ha fatto, è diventato Remoremotti, uno di quelli di cui viene da dire che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.  

In breve

Nasce a Roma nel 1924, si laurea in Legge. Nel 1953 parte per il Perù, ci resterà cinqua anni facendo i lavori più diversi. Impiegato per qualche anno a Milano, decide poi di seguire la vocazione artistica. Nel 1964 Emilio Vedova lo invita a Berlino come assistente. Sofferente fin da bambino di disturbi psichiatrici, viene ricoverato nel 1968 in una Clinica di Roma. Riprende a dipingere, inizia a recitare e a scrivere per il teatro. Nanni Moretti lo lancia nel cinema in “Sogni d’oro”, dando il via a una nuova fase della sua vita artistica.  

 Massimiliano Parente vive a Roma, lavora per l’editore DeriveApprodi, ha scritto “Mamma” per Castelvecchi.
 

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