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Michael Haneke

A 59 anni Michael Haneke è uno dei registi più controversi del cinema europeo. Austriaco, seppur nato in Germania, non concede nulla della sua vita privata. Ma in fondo, come recita il titolo di uno dei suoi primi film, “71 frammenti di una cronaca del caso”, anche la sua vita può essere ricostruita con un assemblaggio di frammenti.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 16 settembre 2001

Tre premi all’ultimo festival di Cannes, dove “La pianista” si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria e quelli per il miglior attore e la migliore attrice (Benoît Magimel e Isabelle Huppert), l’adorazione della critica francese, una filmografia di intollerabile violenza che sempre divide e sconvolge gli spettatori. A 59 anni Michael Haneke è uno dei registi più controversi del cinema europeo. Austriaco, seppur nato in Germania, non concede nulla della sua vita privata. Ma in fondo, come recita il titolo di uno dei suoi primi film, “71 frammenti di una cronaca del caso”, anche la sua vita può essere ricostruita con un assemblaggio di frammenti.

È nato a Monaco il 23 marzo 1942. La madre è l’attrice austriaca Beatrix von Degenscheld, il padre è il regista e attore tedesco Fritz Haneke. Cresce a Wiener Neustadt, a mezz’ora di macchina dalla capitale. Fallito il progetto di studiare recitazione al Reinhardt-Seminar di Vienna studia Filosofia e Psicologia. Al cinema arriva tardi, a 47 anni, ma il suo esordio, “Der siebente Kontinent” (“Il settimo continente”, 1989), primo di una trilogia sulla “glaciazione emotiva” delle civiltà avanzate, trionfa a Locarno. Trama: una famiglia di Linz, dopo aver distrutto con precisione maniacale tutto ciò che di materiale possiede, fa fuori se stessa. “La prima volta che sono andato al cinema ho visto ‘Amleto’ di Laurence Olivier. Avrò avuto sei anni. L’unica cosa che mi ricordo è l’oscurarsi della sala, il sollevarsi del sipario e le cupe immagini del castello di Elsinore. Anni dopo mia nonna, che mi aveva accompagnato allora, mi raccontò che dopo cinque minuti avevamo dovuto lasciare la sala perché urlavo come un ossesso dalla paura. Sempre in quell’anno fui mandato, con uno di quei programmi d’aiuto ai bambini dei paesi che avevano perso la guerra, in Danimarca. Era la prima volta che mi trovavo lontano da casa ed ero molto triste. Così la famiglia che mi ospitava decise di portarmi al cinema. Era una giornata d’autunno e pioveva a dirotto. Non mi ricordo il titolo del film né di che trattasse. So però che era ambientato in Africa tra foresta e savana. C’erano un sacco di riprese fatte probabilmente da una jeep in corsa. Si vedevano antilopi, rinoceronti e altri animali. Non stavo più nella pelle, avevo la netta sensazione di essere seduto anch’io in quella macchina. Quando il film finì, le porte della sala che davano sulla strada furono aperte, la gente si avviò verso l’uscita, aprì gli ombrelli e si dileguò nella pioggia. Io invece ero pietrificato. Com’era possibile che la jeep fosse stata così veloce da ritornare in un batter d’occhio di nuovo nella fredda e piovosa Copenaghen?”.

Oggi, certo, nessun bambino proverebbe più quell’effetto di spaesamento del piccolo Michael nel cinematografo di Copenaghen: “Il nostro mondo non conosce più capacità delle immagini di spaventarci a morte o di mandarci in estasi”. Perciò lui leva “la patina luccicante alle immagini”. Cerca quelle sporche. Vuole immagini banali che acquistano dignità e bellezza solo se messe in riferimento con altre. Usa quasi ossessivamente la tecnica dei “jump cut”: mostrare l’inizio di un’azione, di un movimento che prosegue anche quando la cinepresa stacca. Allo spettatore il compito di completare le scene mancanti, come nel caso del suo secondo film, “Benny’s Video”. Il protagonista è un adolescente di buona famiglia; cresciuto in compagnia della televisione, confonde la finzione con la realtà. Così, dopo aver ripreso con la videocamera l’uccisione di un maiale, ripete l’azione con una coetanea. E ancora in “71 frammenti di una cronaca del caso”, l’opera che chiude la trilogia: uno studente diciannovenne la vigilia del Natale 1993 assale, apparentemente senza motivo, una banca e tiene in scacco, tortura, uccide, le persone che vi si trovano. Avaro di ricordi personali, Haneke è veramente il regista perfetto per i cinéphiles più oltranzisti. Le uniche memorie che è disposto a regalare sono sempre e comunque riferite al cinema.

“Da liceale avevo visto ‘Tom Jones’ di Tony Richardson. Racconta la vita movimentata di un trovatello nell’Inghilterra del diciottesimo secolo. All’improvviso, a tre quarti del film circa, il protagonista inseguito si blocca nel bel mezzo della corsa, guarda nell’obiettivo (cioè guarda me) e prima di continuare la fuga dice qualcosa su quanto sia pericolosa la situazione in cui si trova. Per me fu uno choc. Mai prima di allora avevo vissuto così epidermicamente la vertiginosa vicinanza tra finzione e realtà”.

Il suo maestro è Robert Bresson. In un saggio sul cineasta francese Haneke ricorda: “Vidi ‘Au hasard Balthazar’ da studente, durante un seminario sul cinema. Fu una rivelazione. Bresson ha continuato a fare film stupendi, ma per quel che mi riguarda questo rimane il suo capolavoro assoluto. Cosa mi aveva tanto colpito, entusiasmato della storia sull’asino Balthazar? L’eroe sullo schermo non induce ad alcun processo di identificazione emotiva. È piuttosto un foglio bianco che va riempito con i pensieri e i sentimenti dello spettatore”. È con quest’ottica che, molti anni dopo, Haneke realizza il suo film più osannato e contestato, “Funny Games”. Tempo quasi reale, spazi assolutamente vuoti, niente musica, niente consolazione, il film narra come sempre una storia apparentemente semplice: due ragazzi per bene trucidano una famiglia, padre, madre e figlio, che si è recata in vacanza su un lago. Nessuna immagine esplicita, tutto è sottointeso. Nessun movente, solo lucida follia. Haneke ricorda il maestro Bresson e mette a frutto i suoi studi di psicologia. Non dà spiegazioni, non indica scappatoie rassicuranti. “Mi documento, cerco di capire sulla base di casi clinici veri come possono esplodere certi comportamenti patologici. Ma la somma delle singole spiegazioni non basta mai per una risposta univoca. Un film dovrebbe essere solo il motore di un processo di interazione”.

A Locarno nell’89, alla proiezione del “Settimo continente” metà del pubblico abbandonò la sala. Quelli rimasti scoppiarono invece alla fine in un fragoroso applauso. Nel ’92 la buoncostume di Zurigo proibì la proiezione di “Benny’s Video”; ma contemporaneamente, nella stessa città, la giuria del locale festival cinematografico gli assegnava un premio proprio per la sua capacità di raffigurare “la brutale perdita del senso della realtà nell’attuale (in)civiltà dei media”. “Funny Games” indusse Wenders a lasciare la sala “per sfuggire a quell’incubo”. E “La pianista”, tratto dal romanzo di Elfriede Jelinek, ha creato la solita divisione.

Alla sua casa di produzione viennese, la Wega Film, dicono che “il signor Haneke preferisce raccontarsi attraverso i suoi lavori”. In alternativa, ci sono gli scarni appunti sulle sue motivazioni artistiche e filosofiche: “Adorno ha detto che dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesia. Mann, in ‘Doktor Faustus’, si è interrogato sulla possibilità della musica dopo la catastrofe dell’umanità. Solo il cinema, dipendente dal danaro, non ha affrontato questa riflessione. La violenza dei miei film vuole contrastare questa totale reificazione”. I suoi film sono ambientati in Austria. A Linz, a Vienna, o in qualche paesaggio di boschi e laghetti. Città pulite, linde, con il giusto rapporto abitanti-verde, le infrastrutture per i portatori di handicap e un chilometraggio di piste ciclabili da far invidia. Città dove gli eventi si riducono molto spesso al mercatino di Natale, ai concerti di Pasqua. La claustrofobia è il male di tanti intellettuali austriaci. Ha detto una volta Elfriede Jelinek: “L’Austria è il grasso che tutti i giorni rischia di soffocarmi”.

Haneke è stato iscritto a pieno diritto tra i “Nestbeschmutzer”, i detrattori della patria. Lui non ha mai reagito, salvo presentare il conto dopo il trionfo di Cannes. Accolto a Vienna con tutti gli onori, ha freddato il segretario di Stato Franz Morak, che attribuiva il successo anche al finanziamento pubblico dell’industria cinematografica nazionale: “La politica culturale austriaca non ha fatto nulla negli ultimi anni che giustifichi questo successo”. Dice che “emozioni ed esperienze devono essere assimilate nel tempo”. Ecco come: una ripresa video sgranata e mossa mostra un maiale che viene trascinato per un cortile. Il corpo dell’animale riempie quasi tutta l’inquadratura. Il volto di un uomo, poi ancora l’animale. Nell’inquadratura appare una mano che impugna una pistola a punzone. Zoom sugli occhi del maiale; parte il colpo, si seguono le contrazioni del corpo. Rewind e slow motion. Di nuovo lo sparo e le contrazioni al rallenty del maiale. Il colpo e le urla del maiale diventano un sordo boato. Taglio.

Il film inizia e si apprende che è Benny, un adolescente, ad aver ripreso la scena, e che è sempre Benny a far andare avanti e indietro il nastro, a riguardare la scena. Ancora una volta scorrono quelle immagini. Stavolta Benny le sta mostrando a una ragazzina. Poi le fa vedere l’arma, la pistola a punzone. Giocano a provocarsi. Tanto lei non ha il coraggio di premere il grilletto, nemmeno lui, risponde la ragazzina. Si ode un colpo e poi viene inquadrata la ragazzina morta a terra. Lo spettatore vede il tutto attraverso l’obiettivo fisso della camera. Sente il colpo e le urla della ragazza, vede Benny che ricarica l’arma, sente il secondo, il terzo sparo, poi silenzio. Il padre: “Perché l’hai fatto?”. Benny: “Cosa?… Non so… volevo sapere che effetto faceva… forse”. Il padre: “Che effetto faceva cosa?”. Nessuna risposta. Silenzio.

In breve

Nasce il 23 marzo 1942 a Monaco di Baviera. Studia Filosofia. Negli anni Sessanta, abbandonato il sogno di diventare attore come sua madre, approda, dopo alcune esperienze di regia teatrale, alla televisione. Scrive testi e realizza film per il piccolo schermo. Al cinema arriva tardi, a 47 anni, diventando subito un beniamino della critica. L’opera d’esordio, “Il settimo continente”, è premiato a Locarno. Con “La pianista”, tratto dal romanzo dell’austriaca Elfriede Jelinek, ha ricevuto tre premi all’ultimo festival di Cannes.

Andrea Affaticati
è nata in Austria. Freelance, scrive di cultura e cronaca per varie testate, tra cui Panorama e Il Foglio.

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