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Massimo D’Alema

Dopo aver traslocato da Palazzo Chigi a palazzo Cecchi Gori, una mattina incontra per caso due vecchi compagni, dei tempi lontani della Fgci, oggi uomini di mondo, di successo e sempre di sinistra. I tre parlano simpaticamente, c’è anche il tempo per un caffè. Poi appena lui gira l’angolo, per tornare in fondazione, uno dei due dice all’altro: “Aho’ me sa che questi se so’ rimpannucciati, hanno la faccia de quelli ch’hanno svortato”.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 20 agosto 2000

Dopo aver traslocato da Palazzo Chigi a palazzo Cecchi Gori, una mattina incontra per caso due vecchi compagni, dei tempi lontani della Fgci, oggi uomini di mondo, di successo e sempre di sinistra. I tre parlano simpaticamente, c’è anche il tempo per un caffè. Poi appena lui gira l’angolo, per tornare in fondazione, uno dei due dice all’altro: “Aho’ me sa che questi se so’ rimpannucciati, hanno la faccia de quelli ch’hanno svortato”. Tira un’aria così, attorno al primo ex premier ex post comunista, a colui che colse l’occasione della sua nomina a capo del governo per dare l’annuncio storico della fine della Guerra fredda.

Si dice che chi perde per primo perde di meno. Il dramma è che finora sembra che abbia perso solo lui. La serie nera d’infortuni, passi falsi, errori degli ultimi quattro mesi è di quelle che lasciano il segno. E il popolo di sinistra, rimasto sempre lo stesso, malato di dietrologia, di moralismo spicciolo, non dimentica né perdona. Lo inchiodano alla barca eccessiva, alle giocate in Borsa con tanto di perdite e preghiera di non farlo sapere alla moglie. Alle ormai famose scarpe che costano quel che un operaio guadagna mediamente in un mese, una semplice caduta di stile da signora Santanché di sinistra che però ha dato alla testa ai Giampaoli Pansa d’Italia. Infine il seppuko sulla piazza pubblica delle Regionali di aprile, che ha lasciato basita la Repubblica, cioè quasi tutto quello che di organizzato ancora esiste nella sinistra post comunista, a parte la Cgil.

Quando tornerà dalla Grecia, dove sta veleggiando “felice come una Pasqua”, il figlio di un dio uguale agli altri dovrà ripartire dal minimo storico. Dovrà vedersela subito con la forza incantatoria dei simboli: il 14 settembre parlerà alla Festa nazionale dell’Unità, ma quel giorno sarà anche una triste commemorazione dell’oggetto mancante della Festa. Persino nei ranghi della guardia pretoriana, allenata a difendere “perinde ac cadaver”, c’è chi dubita. E alla domanda su quale sarà il futuro del leader, risponde: nessuno. Perché, dice, catalizza antipatie, odii forsennati, paragonabili solo a quelli di cui fu oggetto a suo tempo Bettino Craxi. Altri che scommettono sempre su di lui “perché uno così non si trova in tutta la sinistra né altrove, neanche a rivoltare il paese come un guanto”. Walter Veltroni, che non ne lascia passare una, continua a dire in giro che “bisogna capirlo, è ancora un po’ depresso”. La ferita del 16 aprile è sempre aperta. Quella mattina di piombo in cui riconosce gli errori, se ne assume la responsabilità e annuncia le dimissioni. Perché è uomo d’onore, come dicono i socialisti del Si. Peccato d’orgoglio, dicono altri: mai avrebbe sopportato di sentirsele chiedere da quella compagnia di cerusici lestamente accorsi a sincerarsi dell’avvenuto trapasso.

E poi quella cerimonia degli addii, glaciale, nessuno che gli dice, nemmeno come gesto di elementare cortesia, “ma no, resta, non te ne andare”. Non che lui avrebbe cambiato idea, ma almeno gli avrebbe fatto un po’ di caldo al cuore. Balle, dicono quelli dello staff che non c’è più: lui sta bene. Non ha più lo sguardo vacuo e distante di cui parlava Mastella, quello di tanti presidenti democristiani fatti fuori dagli amici di partito. L’unico depresso cronico, dicono, è Veltroni: lui sì che non sa cosa fare né da che parte andare. L’ex premier invece avrebbe un problema immediato di posizionamento: tre o quattro mesi in cui dovrà barcamenarsi tra tentazioni aventiniane, disciplina interna e lotta politica, per evitare che partito e alleati gli carichino sulle spalle anche la croce della prossima, probabile sconfitta elettorale. Poi nel corso del 2001 la situazione si decanterà.

A ben guardare Giuliano Amato è la toppa messa lì dalla provvidenza. Se dovesse vincere, cosa che peraltro quasi nessuno crede, vuol dire che il centrosinistra ha ancora buoni scampoli di stoffa da vendere. E con lui potrà cantare vittoria anche chi lo ha indicato, senza esitare, come successore unico e naturale alla guida del paese. Se invece dovesse perdere, è chiaro che ci vorranno abiti e modelli nuovi per tutti. I tecnici lasceranno il campo ed entreranno le premiate sartorie di partito, i politici di razza, i soli in grado di traghettare gli sconfitti verso lidi più tranquilli e preparare la controffensiva. Certo fra i Caraceni del quinquennio a venire spunta anche il Veltroni, che non bisogna mai sottovalutare, perché “ormai è diventato maestro nell’arte di rimanere a galla” e se i diesse dovessero mantenersi pur nella sconfitta della coalizione sarà quasi impossibile scalzarlo. Ma a questo ci si penserà domani. Per ora basta che lui riprenda a operare, senza più quella maschera da riserva permanente, da “presidente congelato anzi surgelato”.

E’ comunque assodato che l’ex premier s’investirà molto nelle fondazioni, senza esitare, come successore unico e naturale alla guida del paese. Se invece dovesse perdere, è chiaro che ci vorranno abiti e modelli nuovi per tutti. I tecnici lasceranno il campo ed entreranno le premiate sartorie di partito, i politici di razza, i soli in grado di traghettare gli sconfitti verso lidi più tranquilli e preparare la controffensiva. Certo fra i Caraceni del quinquennio a venire spunta anche il Veltroni, che non bisogna mai sottovalutare, perché “ormai è diventato maestro nell’arte di rimanere a galla” e se i diesse dovessero mantenersi pur nella sconfitta della coalizione sarà quasi impossibile scalzarlo. Ma a questo ci si penserà domani. Per ora basta che lui riprenda a operare, senza più quella maschera da riserva permanente, da “presidente congelato anzi surgelato”. E’ comunque assodato che l’ex premier s’investirà molto nelle fondazioni, remoto che sia, c’è sempre di mezzo il carattere. François Mitterrand, che se ne intendeva, diceva che in politica l’intelligenza è in generale equamente distribuita e che è solo il carattere a fare la differenza. Non c’è dubbio che l’ex premier abbia materia prima in abbondanza.

Autorizzate o meno, le sue biografie ci consegnano un uomo ostinato, determinato, allenato ai sacrifici, smanioso di apprendere, competere e primeggiare. In tutto: dal risiko al braccio di ferro, dalla scalata in montagna alla pesca alla togna, financo nel rito iniziatico del vero pugliese che riesce a mangiare in piedi la bistecca servita su carta oleata senza impataccarsi camicia e cravatta. La sua carriera è stata lineare, una sorta d’irresistibile ascesa. La situazione attuale è radicalmente differente: il giovane che ha perseguito per trent’anni la mentalità e le competenze necessarie all’esercizio di governo si è schiantato al primo giro di pista. E non ci sono più i king maker del vecchio Pci per aiutarlo a risollevarsi. Anche se si stenta a crederlo, a volte si comporta come un ingenuo, che abbassa la guardia nel momento o con le persone sbagliate. Fece così con l’ex direttore dell’Espresso, Claudio Rinaldi. Tra i due l’antipatia era come si dice franca e cordiale. Carlo De Benedetti, industriale e proprietario del settimanale, aveva le sue sonanti ragioni per voler mettere pace. Dopo mesi di marcamento a uomo, si arriva a un molto solenne e riservato pranzo a tre. E che ti fa l’algido professionista della politica? Si mette a cantare come un canarino. E tra la pera e il formaggio butta lì che Prodi e Veltroni sono “due flaccidi imbroglioni”. L’affettuoso pensiero fa il giro d’Italia in meno di un amen e terrà banco per giorni. Il politico si mette in collera. E all’imprenditore tenuto in quarantena fa sapere più o meno quanto segue: non ci mettere Velardi, mettici pure Storace, mettici chi cavolo vuoi ma caccia via quello lì.

Da presidente del Consiglio, si lancia in una infelice rincorsa all’annuncio. Bastava, raccontano, che Nicola Rossi, una delle menti dello staff, salisse dal piano di sotto con una idea più o meno brillante, che lui si metteva ad annunciarla ai quattro venti, come fosse una decisione già presa, un provvedimento in itinere. I cinquecentotrentanove giorni passati a Palazzo Chigi sono scanditi da questa frenesia senzo oggetto. Dicono che l’idea di dare spiegazioni a un pubblico indeterminato, a un target astratto, lo indisponga massimamente. La ben nota avversione per i giornalisti s’inquadra meglio in una cornice dal sapore antico, in quella tradizione comunista che ha sempre inteso la politica essenzialmente come espressione della forza, che ha sempre esaltato la sacralità del testo scritto e usato la parola più per mantenere la disciplina interna che per sedurre.

Tuttavia quando è dell’umore giusto e si trova in un ambito ristretto in cui possa sentirsi a suo agio, si concede all’opera pedagogica. Ma pare che sia “professore noioso”, con poca fantasia e poco charme. Una sua spiegazione, più che dettagliata, di un Dpef ebbe ragione anche delle insonnie più resistenti. La lucidità intellettuale che molti gli riconoscono finisce quasi sempre per stemperarsi in una sorta d’incapacità a decidere. Persino nel ’94 pare che avesse avuto un attimo un buon riflesso: esitò a lungo prima di avallare il ribaltone della Lega. Avrebbe potuto essere il primo leader di partito a vedere la politica dall’alto, “dai sentieri di montagna che sono di solito molto meno affollati”, avrebbe potuto mostrare come si possa rinunciare a un piccolo vantaggio immediato e particolare nella speranza di ottenerne uno più grande differito nel tempo, cosa che solo Craxi seppe talvolta fare.

Sarebbe stata, quella, la vera Bicamerale. Ma pare che non trovò nel partito interlocutori all’altezza. A sentire il suo entourage, sembra che sia colpa di Gloria Buffo se poi finì per accodarsi al coro. Quasi tutte le riforme messe in cantiere sono state lasciate a metà: la legge Draghi, la riforma delle fondazioni bancarie, le privatizzazioni. Altre, come la riforma delle pensioni, partite male sono state accantonate. La storia dell’ultimo anno poi “è stata soprattutto quella delle decisioni non prese”. A ben guardare non ha mai scelto fino in fondo nemmeno tra il nuovismo, sua la battuta sulla Costituente dell’Ulivo come costituente del nulla, e la centralità dei partiti. Perché “è talmente furbo che finisce per cadere nelle trappole che lui stesso costruisce”. La sconfitta del 16 aprile è un caso da manuale. Comincia con la crisi di Natale, “bruttissima, finita al ribasso, con un governo peggiore del precedente e una leadership appannata”. “Eravamo accerchiati, mesi di progressivo logoramento, il terreno ci franava sotto i piedi con il partito che tutti i giorni lavorava” raccontano gli ex staffisti.

Ed ecco che il leader, lo stratega, ha lo scatto di reni. Consapevole che il tempo non è suo alleato, decide di rompere l’accerchiamento e di anticipare lo scontro. Sceglie il terreno più favorevole, quello delle Regionali, perché permettono di scomporre la campagna in quindici fronti più piccoli. Quindici contro quindici, Barletta rivisitata da Gallipoli. E questa scadenza opportunamente drammatizzata diventerà il test per le Primarie. Solo che, anziché imporre le sue scelte, traccheggia. Esita con la Lega e Bossi prende la strada di Arcore; non cambia i campioni malandati e affaticati; prende come buone le previsioni inevitabilmente approssimative di un istituto di sondaggi. A Mitterrand non è mai successo di svegliarsi un lunedì mattina per rendersi conto di aver parlato a un altro paese. Visto come è andata a finire non c’era bisogno di scomodare Sun-Tzu e i fondamentali dell’alta strategia. Bastavano Ave Poli e Amedeo Poggi che fin da gennaio così leggevano l’anno 2000 del premier, nato come si sa a cavallo tra Ariete e Toro e che in vite precedenti sarebbe stato di volta in volta cantante, musicista, giocatore d’azzardo e teologosofista: “Pesantezza, stress, nessun diritto all’errore… grandi sacrifici e rinunce… emotività e immagine personale precluse… Nel caso di elezioni anticipate non sarebbe fra i favoriti... Se abusasse del potere sarebbe contestato senza pietà. Necessaria una revisione completa della sua scala di valori”.

Come chi si vuole padrone del tempo, non porta orologi e scrive a mano, con una vecchia stilografica. Ma c’è già chi lascia intendere che se i nuovi vincitori dovessero offrirgli alte cariche istituzionali, non si tirerebbe indietro. Altro che deserto e solitudine, altro che de Gaulle, che rimase chiuso undici anni in una casa solitaria in un posto sperduto a scrivere alla luce della lampada le sue memorie mentre si rodeva l’anima e chiedeva al povero François Mauriac, ogni volta che andava a trovarlo, come mai il suo paese non lo avesse ancora richiamato in servizio. Nel partito è capitato a molti di sottoporgli un’idea: lui ascolta silenzioso, poi qualche giorno dopo torna per ripresentare l’idea come fosse sua, abbigliandola in un modo così sottile, così ricco di particolari inediti, così ben sistematizzata da convincere l’interlocutore di non averla mai pensata. Siccome tutti raccontano la stessa storia, deve essere vera per forza. Il gioco è talmente scoperto da risultare inconsapevole, quindi innocente.

E’ come se la sua natura profonda lo portasse a riconoscere come reale solo ciò di cui riesce ad appropriarsi. E’ quel che si dice essere totalmente autoreferenziali. Forma senile d’autismo. Ma anche tratto distintivo di un vero monarca. In questo caso tutto sta nel modello cui ti ispiri. Se all’adolescente di qualche secolo fa, cui un grande cardinale raccomandava “di essere grande, superbo e solo” per servire al meglio il proprio paese. O all’esitante rappresentante di una dinastia di provincia. E’ forse tempo che l’erede del Migliore, che fu il Massimo e che ora ascende all’Unico, decida se essere un vero superbo o uno in tutto come gli altri.

In breve
E’ nato a Roma nel 1949. E’ stato segretario cittadino e regionale del Pci. Nel 1975 è eletto segretario nazionale della Federazione giovanile comunista, quindi membro della segreteria nazionale del Partito. Nel 1987 è eletto deputato. Diventa coordinatore generale del governo ombra del Pci e membro della commissione Difesa. Dal 1988 al 1990 dirige l’Unità. Nel 1991 è nel Coordinamento politico del Pds. Nel 1994 è nominato segretario del Partito. Nel 1998 diventa presidente del Consiglio. Nel 2000 si dimette.

Lanfranco Pace
ha lavorato per quindici anni a Libération. Collabora al Foglio dall’inizio. Vive tra Roma e Parigi.

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