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Ludmilla Putina

Il treno per San Pietroburgo era in ritardo. Camminai per piazza Komsomolskaia. Il sole era già tramontato. Era caldo. Quasi 26 gradi, aveva detto la televisione. Dall’autobus numero 40 vidi scendere una donna. Capelli candidi, che contrastavano con l’abituccio nero. In mano una brutta borsa da viaggio. La ritrovai nel mio scompartimento. Con noi c’erano due viaggiatori. Un uomo dalla grande gobba e la sua compagna, kazaka, molto graziosa.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Il treno per San Pietroburgo era in ritardo. Camminai per piazza Komsomolskaia. Il sole era già tramontato. Era caldo. Quasi 26 gradi, aveva detto la televisione. Dall’autobus numero 40 vidi scendere una donna. Capelli candidi, che contrastavano con l’abituccio nero. In mano una brutta borsa da viaggio. La ritrovai nel mio scompartimento. Con noi c’erano due viaggiatori. Un uomo dalla grande gobba e la sua compagna, kazaka, molto graziosa. Lui leggeva un libro sui computer. Lei ascoltava musica da un walkman. La signora dai capelli candidi fumava, guardava dal finestrino, tirava fuori le provviste dalla sacca. Beveva tè, faceva uno spuntino. All’improvviso mi parlò. Chiese di dove fossi. Saputo che venivo dall’Italia, cominciò a descrivermi Chieti, la città dove era stata 30 anni prima, ai tempi di Leonid Breˇznev. Il suo fidanzato era un funzionario del Pci e lei era andata a trovarlo. Mi confidò di lavorare al Cremlino, nell’impresa di pulizie. “Ora ci sarà molto da fare”, ridacchiò il gobbo. La donna non gli diede retta. Mi chiese cosa facessi. Non le rivelai la mia vera professione. “Commerciante, commerciante di televisori”. Il gobbo e la moglie scesero alla prima fermata. Restammo soli, io e Irina Ivanovna. Dal finestrino si vedevano le luci di qualche villaggio. “Vede, io torno a San Pietroburgo a trovare mia sorella”, cominciò a raccontarmi, “sta ad Artovo, proprio accanto alla casa dove un tempo abitava il nostro Vladimir Putin”.

Passandosi una mano tra i capelli candidi mi confidò di conoscere Volodia
e sua moglie Ludmilla. “Vede”, spiegò, “quel triste condominio di Artovo è fatto di piccoli appartamenti. Quello di Vladimir Spiridionovic Putin e di Maria Ivanovna, i genitori del presidente, era di 60 metri quadri. Ci stavano con Volodia. E quando Ludmilla lo sposò andò a vivere lì, in una stanza di soli 22 metri quadrati. Lui aveva 30 anni e Ludmilla 25. Lei era hostess sulle linee interne dell’Aeroflot. Viveva a Kaliningrad. Aveva conosciuto Volodia tre anni e mezzo prima. Lui era da poco entrato al Kgb. Lavorava a Jasnevo, al Primo dipartimento, quello che spiava e spia all’estero. Lei era venuta in vacanza a Leningrado da un’amica. Erano state invitate da un giovanotto a un recital di Arkadij Raikin. Avevano appuntamento sulla Prospettiva Nevskij. Vi trovarono anche Volodia. Vestito come un burocrate, con un terribile abito marrone… Liuda e Volodia si rividero il giorno dopo. Lei era bella, allegra, portava i capelli biondi raccolti dietro la nuca. L’amico Sergej Rodulghin, violoncellista al teatro Kirov, li portò in giro con la Zhigulì. Lei gli raccontò la sua vita. Lui ammise solo di lavorare alla polizia criminale. Quelli del Kgb non potevano rivelare l’appartenenza al Servizio.

Prima di innamorarsi di Vladimir Vladimirovic, Liuda si era già innamorata di Leningrado.
Kaliningrad era una città chiusa, proibita, buia. Lei voleva fare l’università, vedere il sole, il mondo, andare a teatro. Col teatro Volodia l’aveva conquistata. Era stato lui, le disse Rodulghin, a trovare gli impossibili biglietti per Arkadij Raikin. E lei disse a Rodulghin: ‘Questo è proprio l’uomo che può avere i biglietti per qualsiasi teatro’. Infatti Putin, su richiesta di Liuda, procurò anche quelli per il Music Hall di Leningrado e per il teatro del Lensoviet. Alla fine del breve soggiorno della hostess venuta da Kaliningrad, fecero un viaggio in metropolitana. Volodia, dopo averle stretto la mano, le passò un bigliettino col suo numero di telefono. Non l’aveva mai dato a nessuno. Lei strinse quel pezzetto di carta fra le mani. Era attratta da quello sguardo gelido e penetrante, da quei capelli biondi. Era proprio la persona adatta. L’uomo da sposare. Per noi russe, in quegli anni, il matrimonio serviva a risolvere molti problemi: andarsene dalla famiglia, dalla provincia, approdare alla grande città. Cambiare, forse in meglio. Per tre anni e mezzo continuarono a incontrarsi, a telefonarsi. Era più lei a prendere l’iniziativa. Volodia era impacciato; lei invece espansiva, simpatica, morbida, sexy, come dite voi occidentali. Una sera stavano a casa dei genitori di Volodia. E lui disse: ‘Amica mia, ora sai come sono fatto. In realtà non sono un uomo molto accomodante: taciturno, certe volte brusco, offensivo in alcuni casi. Insomma un compagno rischioso’. E continuò: ‘Penso che in tre anni e mezzo hai deciso tutto per te…’. Liuda pensò che la stesse lasciando e stesse cercando una scusa.

Era innamorata di lui e voleva sposarlo. Ci fu un attimo di silenzio.
Poi Putin aggiunse: ‘Beh, insomma, mi avrai capito come sono. Voglio sposarti’. E fissò anche la data. Andarono a nozze tre mesi dopo, fecero un party in un bar  galleggiante in mezzo alla Neva. Lei indossava un bell’abito bianco. Lui completo nero e cravatta a righe. Lo stesso vestito e la stessa cravatta messi alla festa per Masha, la primogenita. Vivevano, come le ho detto, in quel misero appartamento. Lui andava e veniva da Mosca. Lei studiava lingue: francese, spagnolo, portoghese. Era una secchiona. Sergej Rodulghin dice ora che Liuda ha un carattere deciso, che non ha paura della verità e che diventa asfissiante, col suo perfezionismo. Ludmilla Putina non aveva un carattere facile. Era molto decisa. Anche col marito, che pure era un bel tipo. Ed anche con la suocera Maria Ivanovna sapeva far prevalere i suoi principi. Quell’alloggio, dato al vecchio Vladimir Spiridionovic per meriti di guerra, era stretto. Un solo bagno e finestre minuscole. In quattro ci si muoveva a malapena. Ma Liuda voleva tutto in ordine. Prima di andare all’università puliva la casa, lavava, stirava, molto rapidamente.

E’ una donna che può rimanere in piedi tutta la notte e stare allegra
e poi, la mattina, mettere in ordine l’appartamento e preparare la colazione. Questa era Liuda a Leningrado. Poi so che andò in Germania orientale con Volodia. Da quel momento la persi di vista”. Eravamo a metà del viaggio quando Irina Ivanovna si versò una tazza di tè e terminò il suo racconto. Avevo nella borsa il libro scritto da due giornalisti russi, intitolato “Conversazioni con Vladimir Putin”. Un’opera agiografica ma interessante, che lascia capire molto di lui e di lei. A Berlino avevo catturato altre notizie. Cominciai il mio racconto. “Vede Irina Ivanovna, anch’io, vendendo televisori, ho saputo qualcosa su Liuda. Prima di partire col marito per Dresda dovette subire un rigoroso esame psicofisico al Kgb. Avveniva per tutte le mogli. Solo allora si accorse che Volodia lavorava nei Servizi. Ne fu orgogliosa. Arrivarono a Dresda nel 1986, quando Michail Sergeevich era già passato dalla Staraja Ploshad al Cremlino. Ludmilla si era appena laureata. Masha aveva un anno e stavano aspettando Katia, la seconda bambina. ‘In Unione Sovietica c’era già la perestrojka, ma i tedeschi credevano ancora nel luminoso futuro comunista’ ricorda sempre Liuda Putina.

A casa Volodia non parlava del lavoro: al Kgb c’è sempre stata la regola di non confidarsi con la moglie. Vivevano in una dimora di servizio in un palazzo della Stasi. In tutto 12 appartamenti. Accanto al loro c’era quello del rezident del Gru, lo spionaggio militare sovietico. Gli altri erano occupati da dipendenti della sicurezza statale della Rdt. L’ufficio di Volodia era a pochi metri da casa. Dalle sue finestre vedeva Liuda e le bimbe giocare in giardino. A mezzogiorno Putin pranzava con la famiglia: bortsch, blinis e altri manicaretti preparati da Liuda. La sera stavano con amici russi o tedeschi: ascoltavano musica, parlavano di Mosca. Liuda aveva imparato bene il tedesco e ne era felice. A volte passeggiavano con le bambine in centro, nella città barocca, tra la Theaterplatz e la terrazza di Bruhe. Oppure al parco di Plinitz. Nei fine settimana andavano fuori con la loro Zhiguli di servizio. Mangiavano salsicce, bevevano birra. Erano ingrassati. Liuda era contenta dei negozi, molto più forniti che a Leningrado, dei viaggi a Berlino Ovest, della relativa prosperità. Avevano messo da parte dei soldi per comprarsi una Volga. Ma sognavano comunque di tornare a casa. Soprattutto perché, ha ricordato Liuda, ‘il clima politico con i tedeschi era cambiato’. Frau Putin era una sostenitrice della perestrojka ma le dispiaceva quel crollo inarrestabile della piccola Germania di Pankow. Avevano molti cari amici nella Stasi.

Dopo il crollo del Muro pianse nel vederli restare senza lavoro,
messi al bando. Ancora adesso se ne dispiace: ‘Per loro era il crollo della vita, delle idee in cui avevano creduto, della carriera’. Ricorda Liuda: ‘La perestrojka e tutto quello che accadde nel 1986-’89 l’abbiamo visto in Germania alla tv. Quando siamo tornati a casa abbiamo trovato le stesse terribili code, il razionamento, gli scaffali vuoti. Passavo da un negozio all’altro. Tutti i soldi erano stati divorati dall’acquisto della Volga. I nostri vicini ci hanno dato la loro lavatrice di 20 anni. L’abbiamo portata con noi e ci ha servito ancora per cinque anni’. Con l’ingresso di Putin nell’entourage del sindaco di Leningrado, Anatolij Sobciak, le condizioni di vita della coppia fecero un grande balzo in avanti. Andarono ad abitare in una villetta a 100 km dalla città. Ma dopo un mese e mezzo la casa andò a fuoco. Lei prese la disgrazia con filosofia. Capì che né la casa né i soldi né le cose valgono grossi sforzi. Perché tutto può andare a fuoco in un attimo. Nemmeno la fulminante carriera del marito ha mai stupito questa pratica massaia russa: ‘Ho sempre creduto che a Volodia potesse succedere così’. Lei è sempre stata ottimista, bella e ottimista. Una bellezza da film russo degli anni Settanta, come le ragazze di ‘Mosca non crede alle lacrime’.

Elegante, nonostante gli abiti di allora
: tailleur con le maniche accorciate in casa, calze di nylon autarchico, camicette del Gum fatte ricamare a fiorellini dalle babuske. Ai ricevimenti di Dresda si faceva notare. Portava vestiti scuri, un po’ attillati, per mettere in risalto il corpo appetitoso, da hostess di linea aerea. Anche nei ricevimenti in casa sistemava le posate e tutto il resto con la perfezione, un po’ maniacale, appresa alla scuola dell’Aeroflot”. Il treno si stava avvicinando a San Pietroburgo, già si vedevano i lampioni della periferia. Passò il capotreno. Ci fu del chiasso, non mi accorsi che Irina Ivanovna aveva ricominciato a parlare. “Lei sa su Liuda e Volodia cose che non tutti i russi sanno. Ma voglio dirle altre cose. Io ho pulito la scrivania di Leonid Jliˇc, di Jurij Vladimirovic, di Mikail Sergeevich, di Boris Nikolaeviˇc e ora di Vladimir Vladimirovic. Breˇznev, Andropov, Gorbaciov e Eltsin non tenevano in ufficio i ritratti dei familiari. Putin ha quello della moglie e delle figlie. Lei, nella foto, ha i capelli corti, tagliati da Irina Baranova, la pettinatrice di Naina Eltsina. Liuda dice che Irina è bravissima. Liuda ama le camicette di Escada, il suo stilista preferito. Prima le mogli dei dirigenti si vestivano nella ‘sezione chiusa’ dei magazzini Gum. Ora vanno nei negozi. Liuda ci va per ingannare il tempo.

Porta con sé il piccolo Toska, il barboncino bianco che Putin non adora. Ma il cane le fa compagnia. Da mattino a notte lei aspetta Volodia. Legge. Guarda la tv. Sta con le figlie. Telefona agli amici. Ha nostalgia di San Pietroburgo. E come non averne! Caro amico, si goda questa città, è unica al mondo”. La donna dai capelli bianchi prese la sua sacca e fece per andarsene. Prima di stringerle la mano le regalai il libro intervista di Putin. “Lo conosco, l’ho letto”, disse interessata Irina Ivanovna. “Anch’io, come lei, ho preso da lì molti dei fatti che le ho raccontato. Ma le voglio dire qualcosa in più. Naina Eltsina e Tatiana Diatchenko venivano al Cremlino, cenavano con Boris Nikolaeviˇc, Borodin e altri della ‘famiglia’. Montagne di pelmeni col pesce e di crêpe con la panna. E poi giù vino e vodka e cognac. Liuda al Cremlino non si vede, se non nelle manifestazioni ufficiali, e lui beve solo acqua. E’ cambiato tutto. Lei è diversa perfino da Raissa Gorbaciova, che si impicciava di politica 24 ore su 24. E soprattutto è bella, giovane, fresca, saggia. Proprio di Raissa le voglio parlare. Quando Michail Sergeevich andò all’estero per la prima volta, si portò la moglie. Un viaggio a Londra. Lei voleva vedere la regina e andare a Palazzo; passò dai grandi magazzini e con le carte di credito comprò tante belle cose. Nella Russia sovietica queste spesucce non furono gradite. Facevano tutti la fila e non avevano nulla.

Quando Putin è andato a Londra nell’aprile scorso non si è portato Liuda, perché si è ricordato di quella storia spiacevole. Liuda era triste, ma alla fine ha capito. Avrebbe voluto andare almeno a Roma, ma anche lì niet. ‘C’è un tempo per tutto’ le spiegò Volodia. Poi l’ha voluta con sé in Spagna e in Germania, dove ha sfoggiato tailleur color pesca e un eccellente spagnolo, un eccellente tedesco. Un’altra volta l’aveva portata con sé, però in Cecenia, tre settimane prima di Capodanno. Le disse: ‘Vado in Cecenia, vieni con me?’. ‘Come faccio a lasciare le bambine? Se succede qualcosa che faranno?’, pensò lei. Vede, noi donne russe contiamo sino a 10 per dire sì o no alla proposta del marito. Disse di sì. La delegatia era composta tutta di uomini, tranne la moglie di Patrusev, il direttore del Servizio di sicurezza federale. Arrivarono a Makhachkala e poi, a bordo di tre elicotteri, si trasferirono a Gudermes. Il pilota, a causa della nebbia, decise di non atterrare. Erano le undici e quaranta di notte. Mancavano venti minuti al Capodanno. Tutta la Russia era già ubriaca. A mezzanotte stapparono spumante in elicottero, fra le nubi. Non c’erano bicchieri e bevvero direttamente dalle bottiglie, due per tutti. Al ritorno a Mosca andarono a salutare Boris Nikolaeviˇc. Liuda lo vedeva per la seconda volta. E come la prima, il presidente era nei fumi della vodka”. La “stazione di Mosca”, così si chiama la stazione di San Pietroburgo, era deserta. La notte era fresca. Accesi la tv all’Hotel Astoria. Davano un vecchio film degli anni di Stalin. Lui era un operaio, lei un’impiegata. Si baciavano sulle rive della Neva, mentre i tedeschi assediavano Leningrado e le tracce dei proiettili illuminavano il cielo.

P.S. Irina Ivanovna è nom de plume.

Ludmilla Putina • E’ nata a Kaliningrad. Ha 43 anni e ha studiato lingue straniere. Ha lavorato come insegnante, poi è stata hostess dell’Aeroflot. Ha incontrato suo marito, l’attuale presidente russo Vladimir Putin, a Leningrado. Nel 1985 lo ha seguito in Germania orientale, a Dresda, dove era stato inviato dal Kgb. Ludmilla e Vladimir sono rientrati in Russia nel 1990. Hanno due figlie di 13 e 14 anni, Masha e Katia. Divenuta First Lady, non ha abbandonato il suo stile estremamente riservato; ha dichiarato di “non interessarsi di politica”.

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