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Joséphine Baker

Quando, nel 1949, tornò sulla ribalta delle Folies-Bergère Joséphine Baker, non potei trattenermi dal fare un piccolo confronto aritmetico: ella indossava, ora, tra gli altri, un abbigliamento che pesava la bagattella di 35 chili (90 metri di stoffa) e costava 510.000 franchi (360 mila di soli ricami) contro i 250 grammi di maglietta (franchi 16,75) dei suoi lontani esordi agli Champs-Elysées.

di Lionello Fiumi

30 Novembre 1999 alle 00:00

Quando, nel 1949, tornò sulla ribalta delle Folies-Bergère Joséphine Baker, non potei trattenermi dal fare un piccolo confronto aritmetico: ella indossava, ora, tra gli altri, un abbigliamento che pesava la bagattella di 35 chili (90 metri di stoffa) e costava 510.000 franchi (360 mila di soli ricami) contro i 250 grammi di maglietta (franchi 16,75) dei suoi lontani esordi agli Champs-Elysées. Tra le due tappe, 1925 e 1949, una valanga di cataclismi, bomba atomica compresa; e Joséphine stessa in divisa militare (sottotenente Baker), poi in veli nuziali (Mme Bouillon). Invecchiata di certo, con lineamenti un poco impastoiati di cellule adipose, quella che, scodinzolante moracchiotta, vestita della sua pelle caucciù e del suo sintetico cinturino di banane, aveva mandato in visibilio Parigi d’entre-deux-guerres. Io la ricordo, per l’appunto, alla nascita. Un corpo fresco e perfetto come fatto con lo stampo. Ebano? Macché, appena caffelatte, con più latte che caffè: il tipo mulatto che gli spagnoli chiamano cuarterón. Sopra, una vellutatura di cipria lilla, che faceva somigliare la carne a seta cangiante. Poi, due occhioni dalle pupille maliziose che roteavan come lancette d’orologio sulla sclerotica luminosa. Un sorriso che sgranava una filza di perle.

I capelli, cortissimi, tanto neri e lucidi da sembrare una mano di lacca su testa da bambola. Imprimevate a tutto ciò un moto frenetico, in cui si sarebbe detto soffiare il fiato torrido delle foreste dell’Ubangui, laddove era ritmo di charleston, e avevate Joséphine. A Parigi, fu la follia. Nelle vetrine, a natiche puntate verso lo zenith, ancheggiava la statuetta di Joséphine. I giornalisti avevano aggiunto, sulla tavolozza delle loro similitudini, il colore Joséphine. Le signore si facevano tosare a macchina e mantecavano di brillantina i capelli superstiti, per essere coiffées à la Joséphine. Le furie epilettiche del charleston, nonostante gli anatemi dei mille Catoni, tenevan duro perché le aveva lanciate Joséphine. All’ufficio di Stato civile, qualche mamma, tuttavia abbagliata dai lustrini del music-hall, proponeva, per la neonata, il nome di Joséphine. Era nata a Saint Louis, Missouri, la città dai 100 mila negri, il 3 giugno 1906, al dire del suo biografo Marcel Sauvage. La famiglia era poverissima, d’una povertà da non poter accozzare la cena col desinare. La piccola mulatta (il padre era spagnolo) divenne ballerina perché… Saint Louis è città molto fredda, lei batteva i denti e ballare scalda le ossa. A sedici anni si sviluppò tutta d’un colpo, esitò, infine: 1) si fece tagliare i capelli; 2) abbandonò la famiglia. Esordì a Filadelfia nella rivistucola d’un teatrino male in gambe che, otto giorni su sette, non pagava i suoi guitti. Quando di aver le budella sotto le calcagna non ne poté più, con gli ultimi cent che le restavano prese il treno per New York. Una volta giunta, filò dritta al music-hall di Broadway Street. Ma il direttore fu amabile come una porta di prigione: “Tornate domani”, disse, duro. Il ritornello si ripeté per una settimana.

La giovinetta vide davvero lo spettro della miseria più nera dei suoi capelli. Tre giorni, senza mangiare; e la notte, a dormire sull’erba diaccia di un parco. Il settimo giorno, il direttore scattò, furibondo: “No, no, e poi no. Oltre tutto, sei anche brutta. Brutto il corpo, brutta la faccia, vattene!”. Il giorno dopo, la sedicenne era ancora alla porta del burbero individuo; esitò più d’un’ora, aveva una gran voglia di piangere; finalmente bussò: gli era passata la luna? Ebbe un posticino, partì in tournée. Le compagne di scena sbertucciavano la novellina: “Balli come una scimmia”. “Ballo così e ballerò sempre così: e un giorno sarò io a dar lavoro a voi”. In barba alle maligne, la rivista tenne il cartellone per due anni. Una sera che la vedette era malata, Joséphine fu incaricata di sostituirla: il pubblico la festeggiò più della vedette. Le si presentò un’impresaria, che meditava di condurla in Europa. E il Berengaria salpò dal molo di New York con il carico prezioso di quelle due gambe a cinquemila volts. Un mese dopo, la Revue Nègre ai Campi Elisi. Di punto in nero (stavo per dire: in bianco), Joséphine Baker era famosa in tutto il globo. La “stella nera” ebbi agio di studiarla un po’ a occhio nudo quando, non contenta di ballare davanti alle folle dei teatri, Joséphine volle un cabaret tutto suo, tutto per sé. Bianchi e neri di marsine e avori di spalle nude gremivan la sala oro e porpora, che lampade incarcerate di turchino annegavano in dolce chiarore di plenilunio. In mezzo, le coppie danzavano allo strepitio convulso del jazz. Dopo mezzanotte, una corrente ad alta tensione traversava quella popolazione snervata di gaudenti.

Joséphine arrivava. Giungeva, dal teatro, chez elle, e cominciava la seconda parte
della sua nottata: la bistrote, la bettoliera. Con movenze serpentine, con il riso bianchissimo stampato sulla maschera dagli occhioni roteanti e dal casco di capelli bitumati, scivolava fra i tavoli, tirava l’orecchio a un signore, attorcigliava la barba a un altro, pettinava la calvizie di un terzo, monella impertinente e irrefrenabile. L’allegria si propagava, gli occhi s’accendevano, le stelle filanti razzavano per aria e s’intersecavano in variopinte ragnatele. Ora, ella danza, frenetica. Il pavimento sembra scottarle sotto i piedi. Gridi gutturali punteggiano il suo carnemoto demoniaco. Il furor selvaggio non le sta più nella pelle, vuole appiccarlo agli altri come un’epidemia, salta su uno spettatore, lo afferra, lo costringe a danzare con lei, lo molla, ne traina un altro ancora, e un quarto, un quinto, tutti: riluttanti o consenzienti, timidi o sfrontati, dubbiosi o entusiasti. L’elettricità nella sala era al parossismo. Si aspettava di veder scoccar scintille fra le coppie in orgasmo. Ma l’immagine d’una seconda Joséphine, della Joséphine privata, andò disegnandosi a poco a poco. Il suo fascino apparve dovuto a certo selvatico candore che smussava l’impudicizia delle sue più svestite esibizioni.

Apprendemmo che l’elastica baccante caffelatte credeva fermamente in Dio, e tutta nuda, a mani giunte, ginocchioni nel suo camerino, cantava orazioni su arie di canzoni negre. Cuor d’oro sotto la pelle banana, i cronisti parigini la sorpresero spesso in gesti di furtiva carità a una povera vecchia raggricciata, a una misera pupa intirizzita. Con la fama, con i contratti favolosi, poté attuare un suo sogno: essere Mamma Natale; Mamma Natale nera, offrendo un albero colmo di gingilli ai marmocchi di Parigi, raggiante, essa più di loro. Poté, lei che aveva amato bestiole fin da quando sua madre la metteva alla porta perché non voleva separarsi dai suoi cuccioli e dai suoi gatti, pagarsi addirittura un serraglio, sette cani, tre gatti, un pappagallo, due caprette, un pesce rosso e un porcellino. E la vedemmo, nei suoi cabaret, cucinare lei stessa, addentare con appetito di lupo il piatto prediletto, certi spaghetti alla napoletana, sui quali però aveva spolverato per mezz’ora il barattolo del pepe di Caienna. Una Joséphine Baker che Parigi aveva europeizzato, pur lasciandole intatto il suo profumo delle foreste del Missouri.

di Lionello Fiumi, “Li ho veduti a Parigi”, edizioni Ghelfi

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