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Jonathan Miller

“Iconoclasta, alto di statura, austero ma satirico. E allo stesso tempo avvocato rigoroso in difesa dell’arte e della moralità nella scienza, Jonathan Miller si presenta come un erudito esponente del Rinascimento, i cui interessi abbracciano arte e scienze, universalmente acclamato e riconosciuto in tutte le sue versatili attività”. Questo dicono di lui, eppure per questo distinto signore sessantottenne la vita è stata “una rapsodia infinita di auto dubbi”.

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Iconoclasta, alto di statura, austero ma satirico. E allo stesso tempo avvocato rigoroso in difesa dell’arte e della moralità nella scienza, Jonathan Miller si presenta come un erudito esponente del Rinascimento, i cui interessi abbracciano arte e scienze, universalmente acclamato e riconosciuto in tutte le sue versatili attività”. Questo dicono di lui, eppure per questo distinto signore sessantottenne la vita è stata “una rapsodia infinita di auto dubbi”. Un po’ di curriculum. Redattore dell’opera completa di Freud, è anche professore di Scienze neurologiche ed esperto di psicolinguistica; ha tutta una serie di lauree ad honorem, in più come Newton è membro della Royal Society e come Benjamin Franklin è anche membro della American Academy of Arts and Sciences. In passato è stato inoltre professore, capo di dipartimento di Storia della medicina, ma anche di Storia del dramma alla London University, collezionando anche tutta una serie di incarichi nelle facoltà di Medicina e Neuropsicologia di varie città. Però il cervellone in questione è assai più noto al pubblico britannico e americano come autore satirico – messo in scena a Londra e a Broadway – e anche come dissacrante regista di teatro, televisione e cinema, nonché per essere stato a lungo direttore artistico del Royal National Theatre. E tutto il mondo lo conosce come uno dei più originali registi di opere musicali.

La Scala, il Maggio musicale fiorentino e il Regio di Torino
lo ricordano per la sua “Tosca” ambientata nel 1943, il suo “Don Giovanni” e per una fila di altre messe in scena, “La Fanciulla del West”, “Così fan tutte” e “Le Nozze di Figaro”. Londra, Glynebourne, il Metropolitan di New York, Houston e Los Angeles, Vienna – è una lista infinita – si sono entusiasmate per le sue produzioni musicali che spaziano da Rossini a Janacek, da Britten a Wagner, da Verdi a Strauss. Eppure Jonathan Miller crede fermamente nell’integrità artistica e nella necessaria sintonia tra opera e cast attraverso personaggi ben delineati e assolutamente veritieri. Non gli interessano i divi peripatetici personificati da cantanti che si limitano a indossare il costume del personaggio sopra il proprio solito abito e che – essendo pagati a recita – rifiutano di fare le prove. “Questo fa parte di ciò che io definisco la ‘sindrome da Jurassic Park’: si mettono in scena ‘I tre tenori’, dopo di che quello che ci si può aspettare è un estratto di ‘Nessun dorma’, magari solo l’acuto! Io lavoro molto a Zurigo. Lì almeno la metà delle produzioni operistiche sono carrozzoni da Jurassic Park. L’ultima volta che ci sono stato, in una sola settimana comparvero, in tre recital differenti, i tre mostri sacri di cui sopra: Carreras, Domingo e Pavarotti. Uno dopo l’altro, venivano liberati dalle loro gabbiette e indotti a cantare mentre qualcuno provvedeva a pulire la gabbia”.

Purtroppo però, sia Miller che il direttore dovettero ammettere
che “questi disgustosi, volgarissimi idioti” raccolgono interi quarti d’ora di ovazioni e mettono “un sacco di deretani a sedere nei sedili”. Certo è che la “rapsodia di autodubbi” è in realtà la cosa che ispira l’impegno artistico di Miller e che si riflette anche nella sua continua ricerca. Il tema è questo: se l’aver abbandonato l’innovazione della ricerca scientifica in favore della renovatio dell’avanguardia artistica abbia banalizzato la sua vita e i suoi talenti oppure no. “Può sembrare stupido, ma non si riesce a liberarsene. Si passano dieci anni della propria vita a imparare una certa cosa e si viene istruiti a pensare che sia la cosa importante che uno possa fare e poi improvvisamente ci si ritrova a fare qualcosa che in un certo senso rappresenta l’apice della frivolezza. Non che Shakespeare sia frivolo, ma uno passa il tempo ad abbigliare le persone con gli abiti di un altro e a farle passare per ciò che non sono… E con il passar degli anni uno pensa: ma in fin dei conti che cosa diavolo c’entra tutto ciò?”. C’è un momento durante il quale uno sa che si tratta di un’impresa assolutamente legittima, dopo di che si trova a pensare: “Ho fatto una produzione della ‘Dodicesima notte’ e fra tre anni ne saranno state prodotte almeno altre venti versioni. Ben poco sopravvive.

Le produzioni teatrali spariscono, si dissolvono
mentre se si pubblica una relazione sulla meccanica quantistica o sulla fisiologia dei nuclei cellulari, questo sì che resta”. Questa sua dinamica di lealtà divisa tra due ambiti rappresenta il suo personale brodo di cultura. Infatti è dall’esperienza acquisita nell’applicare idee d’avanguardia in campi come la psicosi, l’intuizione e la psicolinguistica che Miller deriva l’originalità e l’impatto delle sue regie teatrali, cinematografiche e operistiche. “Passo un sacco di tempo ad attirare l’attenzione degli attori sui più minimi e sottili dettagli del comportamento umano, che è esattamente quello che cercavo di fare nella mia attività di neurologo. Bisogna osservare attentamente andatura e portamento e il modo di parlare e l’espressione, e questo è esattamente quello che si fa quando si visitano pazienti con lesioni cerebrali. Così quando osservo l’attore e cerco di persuaderlo a far finta di essere un altro in modo convincente, in pratica sto cercando di ottenere un atteggiamento naturale. In un certo modo mi sembra di continuare ad applicare le mie cognizioni neurologiche”.

Ciò nonostante il neurologo che è in lui,
“malgrado una vita appagata e piena”, sente rimorso per aver abbandonato la scienza pura e dura: “Semplicemente mi sembrava di dover raggiungere dei traguardi in un campo che ritenevo di indiscutibile valore. Se si pensa alla teoria degli anticorpi monoclinali, sapete che ho ragione”. È quello che Miller ha rappresentato nella famosissima serie televisiva della Bbc, “The Body in Question”. Miller crede che arte e scienza rappresentino mondi ben separati che si autoescludono. “Non credo che le arti visive o qualsiasi altro tipo di arte abbiano molto a vedere con la scienza. La scienza è un’attività autosufficiente. Credo che questa mia passione per cercare di abbinarle derivi dal fatto che esiste una certa prevenzione per gli scienziati ritenuti un po’ disumani o non sufficientemente impegnati a seguire sempre dettami etici o morali o come li volete definire, ma forse non si riesce a cambiare questo stato di cose somministrando, come si fa talvolta, dosi profilattiche di Thomas Mann. Non bisogna mai dimenticare che la metà della gente che studia le arti in genere non le ama per niente. Per molti le arti sono poco più di una bigiotteria modaiola, con la quale si adornano per dare la bella impressione di essere persone colte e di successo.

Se fosse vero interesse per l’arte ci sarebbero folle di spettatori
per il ‘Don Carlos’ o la ‘Maria Stuart’ di Schiller come ci sono per ‘Carmen’ o ‘La Traviata’. Io metto in scena tutte queste opere e ritengo che ci sia sempre il modo di farlo attirando l’attenzione dello spettatore su quello che tutte rappresentano e cioè il rapporto tra gli esseri umani. Se invece il fulcro è dato dall’allestimento scenico e dai costumi, l’attenzione dello spettatore viene deviata e allora diventa uno spettacolo con il sottofondo musicale del testo e io ritengo che ciò sia veramente deplorevole. Le grandi opere rappresentano sempre tragedie umane e cosa voglia dire vivere da esseri umani”. A Miller la cosa che fa più piacere è quando gli spettatori reagiscono dicendo: “Non avevo mai pensato che potesse essere così”. “Ora ciò è esattamente quello che stanno cercando di fare gli scienziati: cercano di far capire alle persone che il mondo può essere visto anche in un altro modo e che ciò è corretto”. Però Miller, vero esperto dell’Illuminismo e appassionato cultore di Mozart, non è un iconoclasta alla Robespierre, dato che ammette di dibattersi tra “le due idiozie correnti del tradizionalismo assoluto e del modernismo imperante”. “Quando ho iniziato la mia attività teatrale la sola cosa che combattevo era una sorta di tradizionalismo fatuo, ma con il passar del tempo mi sono accorto che teatro e opera sono stati contaminati dallo stesso pazzo relativismo che ha conquistato vaste zone del mondo accademico. Passo la maggior parte del mio tempo a cercare di trovare un linguaggio indenne sia dal tradizionalismo che dal modernismo”. La mette con una delle sue micidiali battute: “La maggior parte dei relativisti che vanno cianciando sul fatto che tutto sia collegato a certi interessi sociali o politici sono felicissimi di poter prendere l’aereo sapendo benissimo che funziona perfettamente”.

Limitandosi al teatro, Miller è uno scienziato prudente
: è contrario alle mode attuali, “destrutturative per routine”, che rendono le produzioni teatrali semplicemente incomprensibili. Definisce certe operazioni come puro e semplice “trasferimento teatrale”: ogni singola cosa viene ammassata su un camion e trasportata duecento miglia e duecento anni più in là in autostrada, e poi scaricata”. Miller, a parte il “Così fan tutte” creato per il Covent Garden, non inscena mai opere trasportandole nei giorni nostri. Ma anche quelle opere che ha “trasportato” nel tempo sono sempre ambientate a quaranta o cinquanta anni fa, “così da rappresentare fedelmente quello che era l’intenzione del compositore e cioè di creare una certa distanza temporale”. Ecco perché ha ambientato “Rigoletto” nella Lower East Side della New York mafiosa degli anni 50 e “Tosca” nell’Italia del 1943. Miller è affascinato dal fatto di come le opere d’arte interagiscano tra di loro nello spazio e nel tempo. Nel produrre per il Greenwich Theatre di Londra con la stessa troupe di attori “Amleto”, “Spettri” e “Il gabbiano”, Miller si è ispirato al saggio di Freud “Family Romances”, che tratta dei rapporti ambigui esistenti tra giovani figli maschi con madre e padre, rivelando aspetti finora inesplorati di questi testi teatrali.

Grazie alla sua mostra “Mirror Image: Jonathan Miller on Reflection”
organizzata alla National Gallery di Londra (che poi ha girato gli Stati Uniti), ha capovolto la tradizione delle mostre che le vuole concentrate su un unico artista oppure su una singola scuola pittorica. “Mi pareva che una delle novità dei quadri è che se li si affianca in modo non convenzionale, si evidenziano aspetti che prima erano poco visibili e che saltano improvvisamente all’occhio in maniera molto chiara. Mi sono reso conto di quanta differenza esista in quello che io definisco l’organizzazione della percezione, della differenza tra vedere una cosa, vedere dentro una cosa, vedere attraverso una cosa. Sono rimasto sorpreso nel constatare quali straordinarie, sorprendenti differenze sorgano improvvisamente – nonostante le similarità sotterranee – tra finestre e specchi e quadri e porte”. È proprio questo suo costante autodubitare, abbinato a una predisposizione all’osservazione acuta e idiosincratica e alla capacità mimica, ciò che fa di lui un clown perfetto. Tutta la mia generazione e quella dei miei figli è in grado di recitare a memoria i suoi sketch da “Beyond the Fringe”, lo spettacolo iconoclasta del 1961 che, come la successiva crisi di Suez, denunciò la fine di un fulgido passato imperiale e annunciò l’arrivo degli “Swinging Sixties”.

Per anni “Beyond the Fringe” rimase in scena sia a Londra sia a Broadway. Con mossa caratteristica, il dottor Miller abbandonò presto il palcoscenico di Broadway per tornarsene a lavorare come neurologo a Londra. Gli attori che ha diretto e tuttora dirige al National Theatre o per la stagione shakespeariana della Bbc riconoscono che ha il senso del tempo di un gran comico e apprezzano i suoi metodi ispirati di regia sperimentale che si ricollegano alla sua pratica medica, quando per esempio legge gli inizi dell’Alzheimer in “Re Lear” o il progredire della sifilide negli “Spettri” di Ibsen. Gemma Jones che, diretta da lui, ha recitato nel ruolo della contessa nelle “Nozze di Figaro” e in quello di Goneril nel “Re Lear”, ricorda: “Durante una scena mi disse improvvisamente ‘penso che Goneril soffra di emicrania’”. Il travaglio interiore del personaggio la angustiava, ma l’emicrania le schiarì improvvisamente le idee su come interpretare il ruolo. “Questo è un sistema molto più efficace di stare a dire: “Beh, se suo padre non avesse fatto ciò, e naturalmente non avendo lei più la madre, etc. Ecco, questo è proprio da Jonathan: lui è molto pratico e diretto. La sua interpretazione del personaggio di Albany (il marito di Goneril, ndr) è quella di un intellettuale sempre con la testa immersa nei libri, fatto che deve aver contribuito a far impazzire Goneril. Ecco perché ha trasformato i protagonisti in personaggi che potevano riunirsi attorno al tavolo della cucina, fare colazione con i cereali Weetabix e nel contempo commettere un orrendo omicidio”. Jonathan Miller, che dal 1956 è sposato con Helen Collet, di professione medico mutualistico, resta pur sempre un pratico medico inglese, oltre che un entusiasmante docente. La sua lezione tenuta a Cambridge su “Darwin e la psicolinguistica” resta in assoluto la conferenza più erudita e, grazie alle sue arti mimiche, anche la più esilarante alla quale io abbia mai assistito. Questa sua inesauribile energia, infinita curiosità intellettuale e attività frenetica spiega bene come mai, alla voce che il Who’s Who gli dedica, lui abbia scritto che il suo solo hobby sia semplicemente “farsi una bella dormita”.

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