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Gabriel Batistuta

È in Italia da quasi dieci anni, ma lui “tano”, il nomignolo che in Argentina affibbiano agli italiani, proprio non lo vuole diventare. E non è solo questione di passaporti. Anche perché, con quel cognome che in origine era Battistutta, gli basterebbe il minimo sforzo per ritrovarsi regolarmente “comunitario”. Il trisnonno Domenico arrivò a Buenos Aires a fine Ottocento partendo da Borgnano, oggi in provincia di Gorizia, all’epoca sotto l’Impero austro-ungarico. La verità è che Gabriel Batistuta è orgogliosissimo di essere argentino.

30 Novembre 1999 alle 00:00

È in Italia da quasi dieci anni, ma lui “tano”, il nomignolo che in Argentina affibbiano agli italiani, proprio non lo vuole diventare. E non è solo questione di passaporti. Anche perché, con quel cognome che in origine era Battistutta, gli basterebbe il minimo sforzo per ritrovarsi regolarmente “comunitario”. Il trisnonno Domenico arrivò a Buenos Aires a fine Ottocento partendo da Borgnano, oggi in provincia di Gorizia, all’epoca sotto l’Impero austro-ungarico. La verità è che Gabriel Batistuta è orgogliosissimo di essere argentino, e argentino “del interior”, di provincia, senza quella spocchia che i “porteños”, quelli di Buenos Aires, si portano in giro per il mondo. Questione di radici.

A tavola così come nel tempo libero, il centravanti della Roma fa di tutto per rivendicare la sua argentinità. Con gli anni ha forse imparato ad apprezzare anche il caffè espresso, ma la sua droga si chiama sempre matè: l’infuso di “yerba mate” che si beve caldissimo, quasi bollente, ciucciandolo da una cannuccia metallica, la “bombilla”, dall’interno di una piccola zucca svuotata. Un rito da consumare in compagnia, come la grolla dei valdostani o il narghilè degli arabi. E chi ama il personaggio ricorderà magari qualche foto di Che Guevara, suo illustre compatriota, in posa da vero macho a torso nudo, alle prese col rito del “tomar mate”. Batistuta ha vissuto nove anni a Firenze, e in epoca di mucche sane, ma per lui tra l’asado – la superba grigliata di carne argentina – e la bistecca fiorentina continua a passarci la differenza che passa tra il giorno e la notte. E a colazione non rinuncia al “dulce de leche”, la crema da spalmare al gusto di mou che ha tirato su varie generazioni di argentini, da Perón a Maradona, e che è l’equivalente sociologico della Nutella per gli italiani. Ma non bisogna dedurne che Gabriel Omar Batistuta sia un inguaribile nostalgico, uno che non ha saputo inserirsi nella realtà italiana. È solo che lui sui gusti ha le idee chiare.

Per il resto l’Italia gli piace, eccome. Gli ha regalato fama e denaro. Ci arrivò in un torrido pomeriggio d’estate, con quei lunghi capelli biondi sulle spalle e il sorriso angelico di un ragazzone di 22 anni. La Fiorentina lo aveva acquistato per segnare tanti gol, e il suo mestiere lui lo ha sempre fatto alla grande. Guadagnandosi sul campo il soprannome di Batigol, realizzando più reti di tutti nella storia della Nazionale argentina (Batistuta batte Maradona 54 a 35, e non suoni blasfemo) e in quella della Fiorentina, tanto da diventare il miglior cannoniere straniero del calcio italiano di epoca moderna, cioè da quando, nel 1980, vennero riaperte le frontiere. Per strapparlo alla Fiorentina il presidente della Roma, Franco Sensi, ha sborsato 70 miliardi sull’unghia, offrendogli un contratto da dodici miliardi all’anno per tre anni, a lui che di anni comincia ad averne 32 e ha pure qualche acciacco. Ma chi sospettava che non fosse un grande affare è già stato smentito da classifiche e tabellini.

Oltre a fama e denaro, l’Italia ha regalato a Gabriel anche “la più bella tripletta”: Thiago, Lucas e Joaquim, i tre figli nati dal matrimonio con Irina e che riempiono la villa di Casalpalocco, nati tutti e tre a Firenze. E dire che il sogno di Batigol era quello di sciogliersi davanti alle trecce di una bambina. Aveva anche scelto il nome: Selene. Ma il risultato della sfida con Irina (il papà sceglie il nome della femmina, la mamma quello del maschio) è stato finora impietoso. Difficile immaginare il grande campione nei panni del tranquillo papà in giardino? Eppure Gabriel è così. Il gesto della mitraglia- ammazza-tutti che è diventato il suo personale marchio di fabbrica, un’esplosione di grinta ed esultanza dopo il gol, per Batistuta rimane confinato in campo, archiviato nei replay della tv. Fuori dallo stadio, il guerriero diventa un uomo tranquillo, appagato. Non ama troppo uscire, neppure la Roma gaudente lo attrae. Passa il tempo libero nella quiete della famiglia, in giardino a improvvisare infuocate partitelle con Thiago, il primogenito. Oppure si concede la play-station, le simulazioni di Formula Uno al computer. Paradossale ma vero, il calcio in tv a Batistuta non piace proprio. Forse anche perché, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, da bambino non è mai stato un fanatico del pallone. Giocava così, perché è nella natura degli argentini e perché lo facevano i suoi amici. Ma prima di diventare un calciatore vero non aveva mai messo piede in uno stadio.

Un’infanzia serena, in una famiglia di classe media come possono esserle quelle dell’Argentina tra gli anni Sessanta e Settanta: con il caos politico ed economico imperante, tra un golpe di militari peronisti e uno di antiperonisti. Ma lassù al Nord, a Reconquista, nella provincia di Santa Fe, a quasi mille chilometri da Buenos Aires, l’eco triste delle mattanze della giunta di Videla e le storie delle migliaia di desaparecidos quasi non arriva. Tra gli alti e bassi dell’Argentina dell’epoca, anche l’economia familiare è un po’ instabile, ma a casa Batistuta non manca niente. Papà Osmar e mamma Gloria hanno prima Gabriel e poi, in sequenza, tre figlie femmine: Elisa, Alejandra e Gabriela. Anche il luogo comune che vuole il campione in gioventù scavezzacollo e poco incline allo studio è smentito dalla biografia del futuro Batigol. A scuola ci va volentieri, i risultati sono buoni. Tiene il passo fino ai 16 anni; poi però, quando comincia la sua avventura nel calcio professionistico, gli mancano le ultime due classi per il diploma di perito industriale.

A differenza della maggior parte dei suoi connazionali coetanei, il Batistuta bambino si prende con la sua famiglia anche qualche piccolo lusso, qualche vacanza. Va a visitare le cascate dell’Iguaçù, al crocicchio dei confini di Argentina, Paraguay e Brasile, va al mare sulle spiagge di Tamborin, nel sud del Brasile. Il suo microcosmo è comunque sempre lì, nel nord della provincia di Santa Fe, tra Avellaneda, la città natale, e Reconquista, il posto dove ha vissuto dai cinque anni in su, sulle rive del torrente Rey, a pochi chilometri dal gigantesco Paraná, il fiume cui Gabriel è legatissimo e di cui conosce mille segreti. Da ragazzo, di fronte alla prospettiva di una partita di pallone con i compagni o quella di una levataccia per andare a pescare, Bati sempre sceglieva la seconda opzione. Armato di canne e lenze ma non solo, visto che oltre alla pesca tradizionale affiancava anche quella del “sábalo”, un pesce vegetariano che non abbocca all’amo e che si può catturare solo in piena notte, con l’aiuto dei fari e armati di una particolare lancia, che Gabriel ha imparato a usare ben presto con perizia. Il classico “chico de campo”, insomma, un ragazzo di campagna poco attratto dalla vita di città, esattamente come da adulto sarà poco avvezzo ai lussi delle metropoli, ed estremamente a suo agio quando è a contatto con la natura. Tanto che la pesca e la caccia (pernici e anatre soprattutto) sono ancora oggi praticate dal campione della Roma quando in estate (l’inverno australe) si fa vedere nella sua Reconquista. Prima qualche giorno al mare, magari nelle spiagge più esclusive della Sardegna. Ma poi sacrosanti quindici giorni nella terra d’origine, tra gli amici di sempre, sul suo fiume e immerso nella sua natura, cascasse il mondo ma Gabriel li deve fare.

Della sua terra è anche la moglie. Difficile che la sposa di un calciatore sia così famosa come, suo malgrado, la signora Irina Fernandez, una splendida moretta che detesta comparire in pubblico. Ma Gabriel la tirò proprio nel mezzo, in una delle sue tante notti magiche da calciatore: agosto 1996, stadio di San Siro, la Fiorentina batte il Milan 2-1 e vince la Supercoppa di Lega. I due gol viola, ovvio, portano la firma di Batistuta, che non sta più nella pelle: dopo il secondo prende d’assalto una telecamera a bordo campo e ci si infila quasi dentro, al grido di “te amo, Irina, te amo”. Un urlo che fa il giro del mondo, la dedica sicuramente più originale mai vista sui campi di calcio. Gabriel e Irina si sono conosciuti per la festa dei 15 anni di lei. Salone da ballo del club siro-libanese di Reconquista: lui si presenta accompagnato, ma quando la vede non ha occhi che per lei. Pressa che ti ripressa, nasce l’amorino: lei ha 15 anni ed è la più bella di Reconquista, lui ne ha 17 e ancora non sa che diventerà uno dei calciatori più bravi e famosi del mondo. Il flirt ben presto diventa una storia.

Quattro anni dopo, lei non ha ancora vent’anni, sono marito e moglie nella parrocchia di San Roque, la stessa dove Gabriel da ragazzo andava tutte le domeniche, dove ha fatto Comunione e Cresima. E non è un caso che proprio dopo il matrimonio la carriera di Batistuta cominci a diventare esaltante. Fino ad allora aveva messo insieme due stagioni con più infamia che lode, nel Newell’s Old Boys di Rosario prima e nel glorioso River Plate poi. Da qui, sotto l’abile regia di Settimio Aloisio detto “el Tano”, un procuratore calabrese di nascita ma cresciuto in Argentina, Batistuta passa all’altra grande di Buenos Aires, il Boca Juniors, squadra fondata a inizio secolo dalla colonia dei genovesi immigrati, appunto, nel quartiere della Boca, il grande porto della capitale argentina. Neppure gli inizi nel Boca sono brillanti. Il tifoso mormora e qualche volta fischia pure le movenze sgraziate di quel lungagnone capellone, dal nome pure strano. Poi a fine dicembre ’90 il matrimonio e, poco dopo, nel gennaio ’91, l’arrivo sulla panchina del Boca di un allenatore uruguaiano dal cervello fino e dalle buone letture: Oscar Washington Tabarez.

Il tecnico gli cambia il ruolo, da attaccante esterno lo trasforma in centravanti. Ed è così che Gabriel Batistuta prende il volo: segna a raffica, si guadagna il soprannome di Batigol, conquista un posto in Nazionale e nel luglio di quello stesso anno trascina l’Argentina alla vittoria della Coppa America (l’equivalente dei nostri Europei), trofeo che la Selección non vinceva addirittura dal 1959. Con sei reti, è anche il capocannoniere del torneo. In coppia con l’altro biondo capellone Claudio Caniggia forma l’attacco più micidiale che l’Argentina abbia avuto negli ultimi decenni. Ed è proprio quella vetrina a convincere la famiglia Cecchi Gori a investire sei miliardi (allora comunque una bella cifra, anche se non una follia) su quel centravanti dallo scatto prepotente e dal tiro poderoso. A Firenze, dopo un inizio stentato Gabriel conquista tutti. A suon di gol ma non solo: piacciono la sua generosità, la sua professionalità, quel suo esporsi in prima persona anche quando le cose vanno male. L’affetto dei tifosi gli vale addirittura la costruzione di una statua (che per tanto tempo farà bella mostra di sé sotto la curva Fiesole, il cuore della tifoseria viola) e l’intitolazione di una stella, su iniziativa della rivista Viola, tramite l’osservatorio astronomico dell’Illinois. Nella Fiorentina, Batistuta rimane nove stagioni: ricche di gol, di qualche soddisfazione (capocannoniere nel ’95, la Coppa Italia e la Supercoppa di Lega nel ’96) ma anche di amarezze come la retrocessione nel campionato 1992-’93. Se con compagni e tifosi c’è stato sempre grande affetto o quasi, più burrascoso è stato il rapporto con Vittorio Cecchi Gori, di cui Bati si è sentito (è stato) spesso l’ostaggio dorato.

Batistuta non è quel che si dice un mercenario o un giramondo. Ma alla fine la frattura definitiva è arrivata ugualmente, seguita dall’addio che tante polemiche e tanti rimpianti ha scatenato in tutta Firenze. A portare Batistuta a Roma sono stati certo i progetti e i miliardi di Sensi, ma anche i consigli del migliore amico che il calcio gli abbia regalato: Abel Balbo, 35 anni, altro cannoniere straordinario: tra le centinaia di stranieri arrivati in Italia nell’ultimo ventennio è secondo, in fatto di gol, solo a Gabriel. Batistuta e Balbo sono figli della stessa provincia, Santa Fe e hanno cominciato a giocare nella stessa squadra: il Newell’s Old Boys. Hanno diviso tanti ritiri con la maglia della Nazionale argentina e hanno molti ricordi e valori in comune. La fede, per esempio.

Cattolici e praticanti, furono loro a organizzare cinque anni fa un’udienza privata – con famiglie – in Vaticano da papa Giovanni Paolo II. Poi c’è l’amore per la loro terra. I due hanno fatto investimenti simili con i miliardi guadagnati nel grande circo del pallone: hanno comprato centinaia e centinaia di ettari di terreni. Adibiti a coltivazione quelli di Balbo, dedicati all’allevamento quelli di Batistuta. Per il momento Gabriel è un allevatore a distanza, che s’illumina come un ragazzino quando da Reconquista il padre – che gli cura gli affari – gli comunica che sono nati trenta “terneros” (vitelli). Non è difficile trovarli insieme, al lunedì, all’aeroporto dell’Urbe per una gita. L’aereo è un comunissimo Cessna 172, ma il pilota è eccezionale, essendo Gabriel in persona, fresco di brevetto. Non è solo un vezzo: in Argentina i Batistuta hanno un Cessna per sorvolare le mandrie; a pilotarlo in passato era solo papà Osmar che ha trasmesso la passione al figlio, in vista magari di un domani da allevatore. Il volo che lo ha portato a vestire la maglia giallorossa è stato comunque meditato e sofferto. Ricominciare da capo in una città (Roma) e in una società (la Roma) con tanti punti in comune con Firenze e la Fiorentina – anche Roma è quel che si dice una piazza e una squadra non facili – è stata una sfida vera. Ma Gabriel Batistuta, a 32 anni, sogna di conquistare il suo primo scudetto italiano. E diventare magari il nono re di Roma dopo i sette ufficiali e quello calcistico, il brasiliano Paulo Roberto Falcao, incoronato nell’83. E poi, del resto, nel suo destino un fiume c’è sempre: si chiami Rey, Paraná, Arno o Tevere.     


In breve.
È nato ad Avellaneda, in Argentina, il 1° febbraio 1969. Ha esordito nel 1987 nei Newell’s Old Boys di Rosario. Nel 1991 passa al Boca Junior di Buenos Aires. Lo stesso anno è capocannoniere della Nazionale che vince la Coppa America. Nell’estate arriva alla Fiorentina, dove rimane per 9 stagioni; gioca per la Roma dal campionato 2000-2001. È il calciatore straniero che ha segnato più gol in Italia; è il giocatore argentino che ha segnato più gol con la maglia della Nazionale. Sposato con Irina, ha tre figli.


(Matteo Dotto è nato Genova nel 1963, è caposervizio alla redazione sportiva di Mediaset)

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