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Bolaffi Alberto

Ha formulato una scienza. L’ha chiamata zoosociologia. È una scienza che nulla ha a che fare con la zoologia e con la sociologia classiche. E neppure con l’etologia. Con tutte queste discipline ha punti di contatto, ma non si identifica con nessuna. La zoosociologia è lo studio dei comportamenti umani attraverso l’osservazione del comportamento delle altre specie di mammiferi che popolano la terra.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Ha formulato una scienza. L’ha chiamata zoosociologia. È una scienza che nulla ha a che fare con la zoologia e con la sociologia classiche. E neppure con l’etologia. Con tutte queste discipline ha punti di contatto, ma non si identifica con nessuna. La zoosociologia è lo studio dei comportamenti umani attraverso l’osservazione del comportamento delle altre specie di mammiferi che popolano la terra. Non c’è, secondo questa scienza, comportamento umano, per strano e deviante che possa sembrare, che non trovi un parallelo e una spiegazione nel comportamento degli animali. La sua idea l’ha fatta rappresentare in un grande olio che domina su una delle pareti affollate di immagini del suo studio. Lo stile è realista, iperrealista persino. Una coppia di umani, nudi e abbracciati di spalle, si specchiano in una coppia di gorilla. È un’immagine di serenità e di equilibrio. Non è la prima escursione di Alberto Bolaffi nel campo delle scienze eccentriche. Già Enrico Baj, il compianto pittore, che aveva apprezzato le sue disposizioni al gioco intellettuale, lo aveva accolto nell’antica confraternita della Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie, creata da Alfred Jarry, il padre di Ubu Roi. Ma Alberto Bolaffi ha un nome.

Forse vorrebbe dedicare tutto il suo tempo al libro in cui progetta di esporre le sue idee, forse vorrebbe dedicare tutto il suo tempo ai cavalli, anche se un puledro ingrato lo ha morsicato a un orecchio, di certo vuole dedicare tutto il suo tempo al collezionismo di cui il suo nome è diventato un sinonimo. Se il gene del collezionismo è inscritto nel dna dell’uomo, nel dna della famiglia Bolaffi quel gene è ipertrofico, dominante e si trasmette anche ai rami laterali. Suo cugino è quel Franco Artom che raccoglie automobili e tute spaziali, suo cugino è quel Guido Artom che è stato il presidente del tempio stesso del grande collezionismo privato in Italia, il museo Poldi Pezzoli di Milano. Ma per Bolaffi il collezionismo per eccellenza, il collezionismo che meglio risponde alle esigenze dell’atavismo è il collezionismo dei francobolli. Anche lui ha avuto momenti di debolezza. Quando era giovane (e più ricco, dice) collezionava arte moderna. Mostra con un orgoglio per nulla celato una sua fotografia nella sua garçonnière da giovanotto (“Era lunga venti metri”, dice) circondato dai suoi quadri. In mano tiene una celebre tela di Egon Schiele (“Ne avevo diversi, di Schiele”, dice) che ha avuto un ruolo nella storia d’amore con sua moglie. Incongrua tra le immagini alle pareti dello studio dei suoi segretari privati, si nota una riproduzione di uno splendido Kandinsky del periodo migliore (“Anche quello è stato mio”).

La collezione di quadri aveva dovuto venderla in un momento di difficoltà finanziaria. Un sacrificio, ma un piccolo sacrificio, se proporzionato all’obiettivo, che era quello di rendere più prospero e più efficiente il commercio e il collezionismo dei francobolli. I quadri moderni, per splendidi che siano, per Alberto Bolaffi dicono poco della storia dell’uomo. Arrivasse il proverbiale marziano, cosa potrebbe capire dell’uomo e della civiltà da una tela astratta? Il motto della ditta è “Per noi la storia è un oggetto da collezione”. Tradotto significa che il collezionismo è il modo più concreto di conservare la storia, di continuare a vivere la storia. La storia che a conti fatti, se si fa salvo il pollice opponibile, è proprio il tratto che distingue la specie umana dagli altri mammiferi, anche dai più affini, come i primati. Da un armadio estrae alcuni libri che sono parte di una sua collezione privata, la prima edizione di “Totem e Tabù” di Sigmund Freud, la prima edizione francese del Capitale di Carlo Marx, la fotocopia (l’originale è in banca) di una bozza di Albert Einstein fittamente annotata di pugno dall’autore. Marx, Freud, Einstein, i tre uomini che hanno disegnato la fisionomia della modernità. “Lei sa perché gli ebrei, non tutti, ma molti, hanno saputo cavarsela benino?”.

Tento la solita risposta dei vantaggi dello spaesamento culturale,
del doloroso privilegio di appartenere contemporaneamente a due culture spesso in contrasto, della possibilità di osservarne una dal punto di vista dell’altra. Questa dislocazione del punto di vista si chiama in letteratura ironia. Dall’ironia, dalla capacità di osservare la propria cultura dall’esterno nascono scienza, arte, umorismo, perfino intelligenza pratica, a seconda delle disposizioni dell’individuo. “Questa è filosofia (nel tono con cui pronuncia la parola filosofia c’è una leggera sfumatura di sufficienza) non zoosociologia. Ha presente gli etiopi, costretti a vivere su un altipiano sconfinato, allo scoperto, alla mercé delle fiere? Per salvarsi non possono contare che sulle loro gambe. Per questo diventano dei fondisti imbattibili. Sa perché tra gli ebrei ci sono musicisti fantastici? O meglio c’erano ( nella pronuncia dell’imperfetto si nota un leggero tono di rimpianto). Perché le porte del ghetto di sera chiudevano e la gente non poteva andare in giro per le città dei gentili. L’unica attività sociale cui potevano dedicarsi era la musica. Per ogni domanda c’è una risposta, tranne che per una”.

Per non fare la figura del babbeo, non chiedo quale sia la domanda,
anche se intuisco che si tratti della domanda fondamentale, quella cui solo la religione e non la scienza dà una risposta, anche se la scienza è la zoosociologia. Sulle origini del francobollo invece Alberto Bolaffi non ha dubbi. La sua esperienza gli proviene da una lunga tradizione. Appartiene alla terza generazione dei Bolaffi collezionisti e mercanti di francobolli. A cominciare, a Torino, era stato suo nonno, importatore di biciclette e francobolli da collezione. I primi cataloghi filatelici erano già apparsi, in Francia e in Inghilterra, nei primi anni Sessanta del diciannovesimo secolo (naturalmente sono conservati, in vetrina, nella splendida biblioteca filatelica all’ultimo piano della casa Bolaffi). Non molto dopo il nonno Bolaffi aveva saputo interessare alla filatelia la regina d’Italia e aveva fatto sì che una grande cartiera uscisse con una celebre serie di quaderni con la copertina dedicata ai francobolli. Con quei quaderni i francobolli entrarono nelle aule di tutta Italia, seminando la passione della filatelia in una infinità, se non nella totalità dei bambini in età scolare. Tra le due guerre non c’era bambino borghese che non imparasse l’esistenza di paesi strani e lontani, che non riconoscesse l’effigie dei potenti del mondo, che non ricostruisse la storia del suo paese attraverso i francobolli.

Quanto alle regine, con i francobolli avevano un debito di riconoscenza. Non sono molti coloro che non sanno cosa sia il penny nero. È il primo francobollo del mondo, è la minuscola calcografia che apparve per la prima volta sulle lettere inviate in Gran Bretagna il 6 maggio 1840. La minuscola acquaforte mostrava la giovane Vittoria di Hannover (che non aveva ancora compiuto tre anni di regno, che si era maritata neanche da tre mesi con il suo sposo fedele, il principe Alberto di Sassonia- Coburgo) fu all’origine di una rivoluzione forse poco appariscente, ma che avrebbe portato molto lontano. Il mondo intero conobbe l’effigie della regina di un piccolo paese al nord dell’Europa che da cinquant’anni era sulla strada di dominare, se non il mondo, il commercio del mondo. Di quel processo precoce di (per usare un termine corrente e abusato) globalizzazione il francobollo fu uno strumento essenziale. La posta prepagata si adeguava ai nuovi mezzi di trasporto che le successive rivoluzioni andavano via via creando. Se ci fu un “Secolo del ferro, ossia L’Era del vapore”, come illustrava un celebre libro di Schweiger- Lerchenfeld, tradotto in Italia dalla casa editrice del dottor Francesco Vallardi, quello fu anche il secolo del francobollo. All’industria meccanica e al francobollo Vittoria dovette l’orgoglio di aggiungere alla corona reale la corona imperiale.

Non c’era piccolo collezionista che non ambiva ad avere nella sua raccolta un esemplare del penny nero, anche mal tagliato. Non c’è grande collezionista, Alberto Bolaffi compreso, che non desideri alcuni degli esemplari più rari dello stesso francobollo (lettere con il timbro del primo giorno di emissione, prove di stampa, errori). Di quel francobollo e del suo analogo con funzioni di marca da bollo, il cosiddetto “Vittoria Regina”, dei loro intrecci, della loro microstoria, Alberto Bolaffi sa tutto e ne scrive con grande autorevolezza e brio sulle riviste specializzate, soprattutto su il Collezionista Francobolli, il mensile che pubblica e dirige. Per la sua collezione di penny neri e di Vittoria regina, per assicurarsi un paio di pezzi che gli mancano, Bolaffi sarebbe disposto a fare qualche pazzia. Le cifre, a giudicare quello che riesco a cogliere da una telefonata e dai record d’asta, sono strabilianti. Ma più della completezza della raccolta, a Bolaffi interessa la storia, le storie. Racconta volentieri di una busta che fu all’origine di un dramma. Il valletto di uno dei creatori del penny nero sottrasse un francobollo di prova al suo padrone. Forse non si accorse che invece di un penny c’era scritto due pence.

Affrancò una lettera e la spedì.
L’anomalia non passò inosservata, il risultato fu che la busta acquistò un enorme valore filatelico, mentre il povero valletto, reo di avere attentato a un geloso privilegio della corona, finì i suoi giorni da forzato in Australia. È la storia a saturare gli ambienti del palazzo con vetrine su via Cavour che ospita a Torino la sede centrale della Bolaffi. Una volta, quando a Torino c’era un’industria fiorente e una specie di famiglia reale, il palazzo di quattro piani ospitava una sartoria, la Merveilleuse. Oggi intorno a tavoli di buon legno, con le gambe a rocchetto, ormai diventati oggetto da antiquariato, non siedono più le lavoranti ad agucchiare e a sognare studenti scapestrati, dalla porta non escono più le piccinine con i vestiti avvolti in panni neri. Ai tavoli e per i corridoi lavorano i collaboratori di Bolaffi. Sono più di ottanta, anche se non tutti sono in sede. Esaminano il materiale, preparano i cataloghi delle aste, tengono i contatti con i clienti affezionati, ne cercano di nuovi. Devono soprattutto fare lo sforzo immane di resistere alla tentazione del collezionismo.

Si muovono tra libri rari, tra splendidi manifesti d’epoca
, hanno l’opportunità di avere per le mani gli oggetti più rari che si possa immaginare: l’unica lettera medievale da mercante a mercante in mano a un privato, una tabella scriptoria e un paio di stili del terzo secolo della nostra era, una pagina della Bibbia di Gutenberg, una quantità di lettere antiche del periodo prefilatelico con scritto, sotto l’indirizzo, una, due, tre cinque volte “cito”, in fretta, le lettere uscite nel 1971 in pallone da Parigi assediata, il pallone dipinto dallo stesso Nadar, grande artista e precursore della fotografia aerea. Tutti i pezzi che vanno a comporre la storia della “Parola scritta”, come Bolaffi l’ha battezzata. Ma non possono indulgere al piacere del collezionismo. Altrimenti diventerebbero concorrenti dei clienti, potrebbero turbare l’andamento delle aste, compromettere la serietà della casa, che non è solo la più antica d’Italia, ma una delle più quotate del mondo.

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