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Auguri Loredana

Cesenatico, ventesimo secolo. Un ragazzo si è appena svegliato da un cattivo sonno pieno di brividi. Dormire in spiaggia senza sacco a pelo, senza coperte, senza niente che non sia la camiciola solita e un maglioncino certo non di cachemire, lanaccia forse mista ad acrilico, anche ai primi di agosto significa inzupparsi di umido e di freddo.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 19 maggio 2002

Cesenatico, ventesimo secolo. Un ragazzo si è appena svegliato da un cattivo sonno pieno di brividi. Dormire in spiaggia senza sacco a pelo, senza coperte, senza niente che non sia la camiciola solita e un maglioncino certo non di cachemire, lanaccia forse mista ad acrilico, anche ai primi di agosto significa inzupparsi di umido e di freddo. Il sole adriatico non è come quello tirrenico, è anemico, ci vogliono ore prima che riscaldi. Va aiutato con un cappuccino. Nel bar dello stabilimento balneare si sente la canzone dell’estate (forse da un juke-box, può darsi che ci fossero ancora i juke-box).

Parla di una luna metaforica e poetica che nessuno vuole più, che dopo l’ennesima porta in faccia (“ad un party in piscina/ senza invito non entra nemmeno la luna”) fa di necessità virtù e sceglie un’eccitante bohème: “E allora giù quasi per caso/ più vicino ai marciapiedi/ dove è vero quel che vedi”. Il cappuccino non è ancora pronto, il barista sta facendo schiumare il latte, il ragazzo in mancanza dello spazzolino fa girare la lingua sui denti, quel sapore cattivo adesso ha una colonna sonora e un testo capace di dare una teoria alla notte brava. Dieci anni dopo avrebbe usato Baudelaire e Pasolini (o forse Praga e Guerrini), ma a Cesenatico, in spiaggia, l’illuminazione è fornita da Lavezzi-Avogadro-Pace. In quei versi c’è un’autobiografia scapigliata, analoga alla propria e a quella della cantante, a giudicare dall’anima che ci mette.

Milano, ventunesimo secolo. Un uomo sale le scale dietro al culo di Loredana Bertè. A metà strada fra la cucina (piano rialzato) e il soggiorno (primo piano) c’è un pianerottolo e lì per un istante il culo in carne e ossa si affianca al culo fotografico della storica pubblicità dei jeans Jesus. “Quel culo è il tuo?”. “Perché lo dovrei dire proprio a te?”. La domanda non era il massimo dell’eleganza ma è venuta spontanea osservando in parallelo le due icone, quasi identiche. Come uguali sembrano gli hot pants, di cui Loredana è stata la più grande divulgatrice italiana. Adesso che grazie alla dieta (“niente nutella, niente pizzette, niente schifezze”) è tornata alla sua antica taglia (lo hanno notato tutti a Sanremo) potrebbe anche indossare i pantaloncini originali, se non li avesse regalati. Quand’era ancora gonfia, più o meno l’anno scorso, ha dato un baule pieno di abiti di scena ad Asia Argento, che è una sua fan scatenata. Insieme hanno fatto anche dei video molto vintage dove Asia imita Loredana indossando i suoi vestiti anni Ottanta (quelli da regina dei pirati) e cantando in playback i pezzi dell’ultimo cd. Si impegna allo stremo, la ragazza, con una dedizione che commuove, solo che il risultato oscilla tra il necrofilo (è pur sempre la figlia di Dario Argento) e il grottesco.

Asia è una delle pochissime amicizie rimaste: un’altra è Dori Ghezzi e poi c’è Renato Zero, odio-amore di una vita. “È come un fratello, è come una sorella, è tutta la mia famiglia”. Ma non lo avevi denunciato? “Sì, però adesso siamo tornati amici”. Tutte le sue vicende, artistiche e sentimentali, si snodano tortuose, con alti e bassi (molti bassi), e non bastano le tante telefonate e i vari nastri registrati a casa sua per capire come stanno veramente le cose. Lei poi è maestra nell’attorcigliare le spiegazioni: prima divaga e poi dilaga, infervorandosi contro gli innumerevoli nemici. Non sono i guasti dell’età, era ombrosa anche da giovane, solo che ci si perdeva a guardarla e si faceva meno caso a quello che diceva. Con la sorella, che per gli altri è Mia Martini e per lei è sempre e solo Mimì, i rapporti sono stati ondivaghi, un po’ come con Renato Zero. Con i genitori, invece, sempre pessimi, sia negli anni di Bagnara che in quelli successivi di Porto Recanati, dove il professor Giuseppe Radames Bertè venne anche eletto consigliere provinciale. La madre arrivò a querelarla non avendo gradito il contenuto di un’intervista in cui la figlia la dipingeva come una donna succube, in balia di un marito violento.

Da quel groviglio inestricabile di arte e vita che è la discografia della Bertè vengono fuori versi da tragedia greca più che da musica leggera (leggerezza, una parola che Loredana non conosce). “Padre, davvero, che cosa mi hai dato?/ Ah, non mi avessi mai generato!” (anni Settanta). “Padre padrone padreterno/ va all’inferno!” (anni Novanta). Il tempo non ha smussato gli angoli, anzi, ha incancrenito i livori e alimentato nuove accuse, come quella di non essere stato vicino a Mimì nei suoi ultimi drammatici giorni del ’95. La sorella, afflitta da problemi di salute e dalla nomea di iettatrice, si era appena trasferita a Cardano al Campo, vicino alla Malpensa e all’abitazione del padre: “In quella maledetta casa c’è stata solo tre giorni: uno da viva e due da morta”, per dirne la solitudine. Ogni tanto, negli andirivieni del discorso, spunta una brutta parola: avvocati. Non sta più parlando della famiglia ma del lavoro. Sempre di dispiaceri, comunque. “Da quando sono scesa dal palco dell’Ariston passo il tempo negli studi legali”.

Ce l’ha con mezza musica italiana ma in specialissimo modo con Pacolli, il discografico kosovaro che l’ha iscritta a Sanremo abbandonandola un minuto dopo al suo destino, dice. Si è dovuta arrangiare da sola sia per l’albergo che per i costumi: “Meno male che c’era Pippo Baudo, l’unico che mi ha sostenuta”. I motivi del litigio calabro-albanese devono essere in qualche nastro non sbobinato, dove omertosamente e cautelosamente rimarranno. Resta il fatto che nei negozi di dischi c’è un mini-cd (solo quattro canzoni) che non rende nemmeno l’idea della vibrante interpretazione sanremese di “Dimmi che mi ami”, unico momento di verità di un’edizione del festival loffia come poche altre. Il disco vende bene anche se la qualità del suono e della grafica (priva di foto) farebbe pensare a un falso, se non fosse stato comprato in un Ricordi con tanto di bollino Siae. “Se lo avessi dato ai falsari lo avrebbero stampato meglio, quelli almeno sono dei professionisti. E non mi avrebbero sbagliato i titoli dei pezzi”.

Insomma, il disco le è sfuggito di mano, i soldi pure (ecco il perché degli avvocati) e non avendo la base musicale su cui cantare non ha potuto nemmeno partecipare ai vari dopofestival. Di fare una tournée, in queste condizioni, non se ne parla proprio. A un certo punto Renato, il sempiterno Renato, ha provato a mettersi in mezzo, a fare da paciere, ma Loredana ormai diffida anche del vecchio amico degli anni romani, di quando lui, lei e Mimì erano l’attrazione del Piper (in quell’epoca remota lo scandaloso terzetto cambiò il costume italiano, agitandosi sulla pedana di via Tagliamento fra piume di struzzo, magliette aderenti, gonne troppo lunghe o troppo corte). I due si beccano sempre, instancabilmente, come vecchi coniugi. Lui, sfidandone le ire, cerca di consigliarla: “Hai cinquant’anni, hai la pancia, devi smetterla con le minigonne, devi vestire firmato”. Lei si ribella all’anagrafe: “Ma che pancia! Ma che firmato! Tina Turner di anni ne ha un secolo e mostra ancora le gambe”. Il paragone non è mica azzardato perché Loredana, osservata dal basso, è ancora la bagnarota scostumata che se ne andava in giro nuda per le copertine.

Il primo disco, introvabile, non a caso si chiamava “Streaking”. In un album degli anni Ottanta, “Carioca”, c’era un servizio fotografico con lei in splendida forma, in costume succinto, ripresa sotto una cascata nel bel mezzo della foresta brasiliana. Memorabile il primissimo piano di quella già molte volte citata parte anatomica. “Era il tuo?” (potendosi ipotizzare una controfigura). Stavolta risponde senza fare tante storie: era il suo. Anche in casa circola poco vestita. Non ha l’aria condizionata e d’estate per stare un po’ fresca si mette in tanga sul tavolo di marmo della cucina, a braccia aperte. Sarebbe da farci una foto, che subito appenderebbe a una parete, feticista com’è. I tre piani dell’appartamento milanese (in una via di lusso tra la Stazione Nord e la Fiera) sono tappezzati di manifesti suoi, della sorella e di Che Guevara, la cui venerata effigie appare anche sull’antenna parabolica in balcone. Nemmeno l’ombra dei tanti uomini di una lunga carriera: Berger, Borg, Fossati il quasi cognato, Lavezzi, Panatta, perfino un parmigiano amico di un’amica che qui si saluta. “Amici non ne ho” è un titolo di successo e un concetto che ripete di continuo, ma senza compiacimento, anzi col tono di chi avrebbe preferito che non tutte le sue canzoni si avverassero. “Mi sono pentita di averli sempre mandati affanculo”, dice riferendosi ai discografici mentre si accende l’ennesima sigaretta, che fuma col bocchino (però corto, non di quelli da diva del cinema muto). A forza di mandarli in quel posto, ecco lo strabiliante risultato: Loredana è l’unico caso al mondo di disoccupata in hit-parade, chiusa in casa a girarsi i pollici e a tirare calci agli armadi (in camera da letto le porte dei mobili sono tutte scardinate).

In America e in Inghilterra chi sfascia le stanze d’albergo entra nella leggenda della musica, lei al massimo ci guadagna una citazione su Dagospia. Una biografia rock, nell’Italia dove pure è nato il “vivere pericolosamente”, non se la fila nessuno. Qui la vita spericolata è ganza solo fino ai trenta, poi bisogna smettere o almeno fingere di, e andare in tivù a fare i testimonial del ravvedimento, esortando i giovani a usare il preservativo, la droga solo se leggera, il bicchiere di vino solo ai pasti. Inutile avere le gambe di Tina Turner e la voce di Janis Joplin (ascoltare per credere “Mercedes Benz” nell’ultimo cd) se poi servono soltanto a ballare e a cantare da sola, o per un pubblico molto ristretto, che al momento si riduce a un singolo elemento (sempre quello di Cesenatico).

L’unica è starsene qui ad aspettare, fra letto e cyclette, che finalmente arrivi l’estate, quando la richiameranno quelli del Teatro dell’Opera di Roma per una ripresa di “Gerusalemme”, lo spettacolo messo in scena a Caracalla che l’anno scorso è piaciuto molto. In “Gerusalemme” Loredana canta parole di Mario Luzi incastonandole su musiche di Giuseppe Verdi, un’acrobazia a cui poteva prestarsi solo una che non ha niente da temere e niente da perdere. Il poeta e la cantante non si conoscono di persona e all’uomo che invece conosce entrambi viene richiesto di organizzare un rendez-vous a Firenze. Lei per prepararsi sta leggendo le sue poesie, nell’edizione verdolina della Garzanti. Lui forse non sta ascoltando le sue canzoni ma, di recente interpellato al riguardo, ha mostrato di apprezzarla. Luzi era un moderato anche da giovane, figuriamoci a ottantotto anni, perciò non bisogna prevedere un gran scatenamento dionisiaco. Sarà comunque curioso vedere se lei, per l’occasione, si coprirà almeno un po’ le gambe.


In breve.
È nata a Bagnara Calabra nel 1950. Nel 1974 l’esordio con “Streaking” e il primo scandalo per un suo nudo in copertina. Ha inciso una ventina di album, ha partecipato sette volte a Sanremo. Tra alti e bassi, storiche amicizie, burrascose storie d’amore e liti da cortile che hanno deliziato la stampa popolare, si è ritagliata un posto nella storia del pop italiano con hit come “Dedicato”, “E la luna bussò…”, “Non sono una signora”. Lo scorso anno a Caracalla è stata protagonista di “Gerusalemme”, in cui ha cantato liriche di Mario Luzi.


(Camillo Langone vive a Parma. Si occupa di letteratura e poesia, collabora con Il Foglio e il Giornale)

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