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Alastair Campbell

“Mai e poi mai andare in Italia: la Chiesa cattolica è diabolicamente forte, la lira penosamente debole, le donne sono verginelle ammiccanti, i loro uomini sono frustrati e osceni. In un tram affollato di Milano il suonatore in kilt si renderà conto che davvero gli uomini italiani si avventano su qualsiasi cosa in gonnella”. Correva l’anno 1980 e l’autore di siffatte indicazioni era un ventitreenne scozzese alto un metro e novanta.

di Erica Scroppo

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Mai e poi mai andare in Italia: la Chiesa cattolica è diabolicamente forte, la lira penosamente debole, le donne sono verginelle ammiccanti, i loro uomini sono frustrati e osceni. In un tram affollato di Milano il suonatore in kilt si renderà conto che davvero gli uomini italiani si avventano su qualsiasi cosa in gonnella”. Correva l’anno 1980 e l’autore di siffatte indicazioni era un ventitreenne scozzese alto un metro e novanta che dopo la laurea a Cambridge campava scrivendo dal Continente per la rivista porno-chic Forum. E integrava con lavoretti che gli servivano anche da fonte primaria per le sue storie. Insegnando inglese nel Sud della Francia scoprì che un giovanotto aitante poteva vivere agiatamente prestando i suoi servizi a ricche signore tra i quaranta e i sessanta. L’articolo uscì con il titolo “Gigolo di riviera”, fu apprezzato per la dovizia di documentazione: dai particolari su madame di ceto elevato, – ricche e colte, spesso belle e sempre con spiccato interesse per il sesso – alle prestazioni e ai compensi: il massimo, 250 sterline per una notte; il minimo, 12 per una serata di chiacchiere. Fu poi la volta del croupier, ma non durò molto perché al casinò non gradivano l’idea di un giornalista ficcanaso.

“Busking”, suonare per strada, con la cornamusa per l’Europa, con una bella ragazza in minigonna che raccoglieva gli oboli, durò invece dieci mesi. Gli introiti, non indifferenti, racconta un altro articolo assai descrittivo, erano integrati dalle solite prestazioni frutto di incontri e avance casuali. Oltre l’Italia, al suonatore non piacque molto neppure la Svezia: troppi sex shop e poco sesso, la diagnosi. Differentemente dalle donne olandesi, che se vogliono qualcosa te la chiedono, e dalle danesi, che meritano una buona sufficienza. Ma le sue preferite restano le norvegesi. Si divertì perfino senza compenso. In Francia invece un uomo d’affari lo pagò profumatamente perché suonasse nudo davanti al suo nuovo ristorante. Del resto, erano nella città nudista di Cap d’Agde. L’autore di queste picaresche corrispondenze ha un nome che qualche anno dopo non gli avrebbe garantito uguale allegro anonimato: Alastair Campbell, fino a pochi mesi fa direttore delle comunicazioni di Tony Blair. Nel 1997, quando divenne capo del servizio stampa del premier laburista, i tabloid si accanirono. Specie perché lui si fece subito premura di chiarire che il sesso era frutto di pura fantasia giornalistica, compresa l’intervista al Sun con foto e titolo: “Cercansi uomini in affitto”.

Se Peter Mandelson è la machiavellica eminenza grigia da sempre presente
dietro al New Labour, Alastair Campbell, re degli spin doctor, è il tenace custode, il mastino che non molla mai la presa e a cui nulla sfugge, che odia e disprezza i giornalisti, specie quelli dei tabloid che non riescono a fargliela, perché lui conosce tutti i trucchi del mestiere essendo stato uno di loro. E uno dei più in gamba. Astuto, falso e spietato. “Biondo e falso” come un Campbell, si dice nelle Highland, specie da parte di chi appartiente al clan rivale e perdente dei MacDonald. I suoi non pochi detrattori, MacDonald e no, sostengono che il nostro sia un fulgido erede della casata. Suo padre, veterinario nello Yorkshire, nato nell’isoletta di Tiree, nelle Ebridi, parlava gaelico. Gli insegnò a suonare la cornamusa, era un conservatore di quelli che si iscrivono al club per giocare a biliardo. A Cambridge, dove studiò Letteratura francese e tedesca, Alastair era triste, senza amici e senza ragazze. Ne diede la colpa agli “old etonian”, gli inarrivabili ex allievi dell’esclusiva Eton. Reagiva bevendo smodatamente, sfogandosi un po’ col rugby e un po’ con i pugni. Ne uscì a ventidue anni con risultati buoni, soprattutto per l’applicazione. Dopo le avventure sul Continente decise di darsi seriamente al giornalismo. Fece domanda al mitico Mirror.

Ogni anno cinquemila aspiranti fanno domanda per dodici posti.
La franca e autoironica presentazione colpì i selezionatori. Al colloquio si rivelò perfetto per i tabloid: duro, arrogante e fascinoso; con in più una forte dose di risentimento e invidia di classe. Fece pratica per due anni, ma già il primo giorno incontrò l’amore della sua vita, che eclissò ogni altra donna. Le è rimasto fedelissimo fino a oggi. Fiona Millar è figlia del giornalista Bob Millar, classico esponente dell’antica scuola imperiale di Beaverbrook. Era una bella biondina piena di spirito ma anche di volontà di ferro. Alastair, che non si era mai occupato di politica, si innamorò di tutta la famiglia, laburisti urbani e illuminati. E si trovò nel Labour “giusto”, quello delle cene colte di adulti arrivati e non di studenti frustrati. Venne assunto al Daily Mirror nel 1983, anno in cui anche un altro sconosciuto iniziava la sua carriera, ma a Westminster: un penalista brillante e promettente, quattro anni in più e stessa ambizione: Tony Blair. In cinque anni di giornalismo aggressivo Alastair si distingue tra i più forti bevitori in un ambiente in cui l’alcolismo è, e soprattutto era, ai tempi gloriosi di Fleet Street, la norma. Decide di fare il corrispondente politico e riesce a ottenere l’ambitissimo posto di reporter da Westminster pur senza esperienza e con forti rivali. Poi non ne azzecca più una: lascia il Mirror per fare il dirigente di Today, nuovo tipo di quotidiano che, troppo all’avanguardia per i tempi, non decollò mai. Infelice e confuso beve più che mai e un bel giorno crolla letteralmente a terra. Con un gigantesco esaurimento nervoso. Lo salva la tenacia di Fiona, ma per sei mesi è fuori combattimento e per un anno l’ombra di se stesso. Nessuno crede che ritornerà mai più lo stesso di prima. Invece risorge dalle proprie ceneri ancora più forte e con un obiettivo chiaro: la politica, la più alta. E diventa il political editor del Sunday Mirror. Due anni dopo lo è del Mirror. Vede in Neil Kinnock la via giusta per la rinascita laburista e presto ne ha in mano l’ufficio privato.

È lui a inventare il New Labour English.
Con l’aiuto di Fiona lancia sulla scena i futuri leader: Blair, Mandelson, Brown. “Vaffanculo, primo ministro, sto cercando di calcolare le mie spese”. Il malcapitato non era Blair, a cui pure piace esagerare l’asservimento al suo press secretary, ma che in fondo ha sempre tenuto il coltello dalla parte del manico. Il malcapitato era John Major, l’ultimo dei tory a entrare a Downing Street. Campbell gli distrusse per sempre l’immagine pubblica nei primi giorni della sua ascesa al potere, avendo per primo notato che John Major si rimboccava la camicia nelle mutande. Da allora è difficile trovare una vignetta senza le mitiche mutande dell’ex leader conservatore. La propaganda laburista, ispirata alla campagna di Clinton, rivela un partito trasformato, volatile e votabile. Ma la stampa, è ancora per tre quarti filoconservatrice. E il 1992 segna la quarta vittoria dei tory. Difficile dire cosa sarebbe successo di Campbell e di tutti gli altri se John  Smith, il nuovo leader subentrato al trombatissimo Kinnock, non fosse morto improvvisamente nel 1994. Quel che si sa è che da tempo Alastair e Fiona avevano capito che l’uomo giusto era Tony Blair e non il predestinato Gordon Brown. Conclusione a cui nei tempestosi giorni seguiti all’infarto di Smith arrivò anche Peter Mandelson.

I cospiratori di ferro vinsero la partita e il resto è storia.
E viene il momento di mettersi al lavoro. Le prossime elezioni sono ancora lontane, ma l’astuto Mandelson ha da tempo individuato nei media la chiave per il potere. E Campbell sarà l’uomo della vittoria. La conquista del Sun è in gran parte opera sua; instancabile, scrive cento articoli a firma Blair ogni settimana, sui più svariati giornali. Conia gli slogan vincenti: “New Labour New Britain”; “Principle, Purpose, Power” (principi, obiettivi, potere). Quando, meno di tre anni dopo, si vota, tre quarti della stampa vuole Blair primo ministro. Anche al governo si rivela geniale: “Abbiamo fatto la campagna dal centro, governeremo dal centro”. Piace a Buckingham Palace e alla Casa Bianca. Bill Clinton, dopo la guerra in Kosovo, vorrebbe rubarlo al suo amico Blair. Durante la crisi della morte di Diana dà il suo contributo a salvare la periclitante monarchia, coniando lo slogan “la principessa del popolo” e spiegando alla famiglia reale che le masse vogliono vedere la loro sofferenza in tivù, per crederci. La routine è durissima, sveglia alle sei e lavoro fino a notte, ma da quando non beve e non fuma ha una resistenza di ferro, sempre lucido e pronto alla battaglia, che è quasi ed esclusivamente con i media e la vecchia sinistra laburista.

Ma da un pezzo ha capito che la sua creatura Tony regge e reggerà. Sono amici da ben prima del 1994. Alastair gli era superiore in esperienza e anzianità, e ancora oggi può permettersi pubblicamente di apostrofarlo “come on, get a fucking move on, Tony” (“su, cazzo, sbrigati”). È irriverente con tutti e questo è il suo irresistibile fascino, dal tempo in cui entrava nell’ufficio del direttore di un quotidiano che vendeva milioni di copie al giorno e, messi i piedi sulla sua scrivania gli diceva senza mezze parole che il suo giornale era “crap”, merda. Mai servile, sempre uguale con tutti, per questo piaceva al “barone rosso” della stampa Robert Maxwell, e va oggi d’accordo con un altro dittatore mediatico, Rupert Murdoch. In fondo è sempre un ragazzaccio e sotto sotto è pure tenero: riempì di pugni un collega del Guardian che esultava quando Maxwell – con cui spesso litigava – morì cadendo dal suo yacht. E quando annunciò le obbligate dimissioni del caro Mandy aveva le lacrime agli occhi. Per stare di più con i tre bellissimi figli, già nel 2001 voleva dare le dimissioni. L’11 settembre prima e le due guerre che l’hanno seguito dopo non gliel’hanno permesso. Finalmente quest’estate se n’è potuto andare. O almeno questa è sempre stata la sua versione, anche quando nessuno sembrava crederci, quando Blair era sotto lo schiaffo della Bbc e lui accusato di aver manipolato i dossier sulle armi di Saddam. No, lui non se ne andava sconfitto e cacciato dai gran nemici della stampa e della Bbc, neanche dopo che la bufera del “caso Kelly” sembrava destinata a travolgere il premier e tutti i suoi spin doctor. Poi è venuta la sentenza di Lord Hutton, Blair ha fatto il gran signore, lui invece si è tolto qualche sassolino dalla scarpa e ha rimesso su il suo celebre sorriso sardonico. Dalle parti di Westminster circola la battuta: il rapporto Hutton è così perfetto per il premier che sembra “sexed up” da Campbell. Ma chi lo conosce bene smentisce: lui ci avrebbe infilato qualche sbavatura, tanto per confondere un’altra volta quei furboni dei giornali… Forse ora avrà finalmente il tempo per metter mano all’idea che potrebbe renderlo milionario: il diario quotidiano diligentemente redatto dei suoi anni a Downing Street.

di Erica Scroppo


Alastair Campbell È nato nello Yorkshire nel 1957. Laurea in  Letteratura a Cambridge, poi qualche anno in giro per l’Europa tra
bohème e giornalismo. Nel 1982 entra al Mirror, inizia una rapida carriera di notista politico. Quando Tony Blair assume la guida del Labour, lo chiama come suo “press secretary”. Campbell svolge un ruolo cruciale per rinnovare l’immagine del partito e riportarlo al potere. Nel 1997 diviene portavoce ufficiale del premier, carica da cui si è dimesso nell’estate del 2003. Sposato con Fiona Millar, ha tre figli.
Erica Scroppo, torinese, vive tra le valli valdesi e Cambridge. Scrive per varie testate italiane.

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