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Perché l'empatia è sopravvalutata

Contro l’obbligo sociale a essere partecipi dei guai altrui. Un libro 

16 Febbraio 2019 alle 06:14

Perché l'empatia è sopravvalutata

Foto via Pexels

Un libro critico verso la parola resilienza non c’è ancora, ci si consoli con la notizia della pubblicazione (Liberilibri, e chi altri se no) di un libro critico verso la parola empatia: “Contro l’empatia. Una difesa della razionalità” di Paul Bloom, professore di psicologia a Yale. Vocabolo da me detestato perché, non appena è venuto di moda, ne ho subito percepito il nucleo ricattatorio, l’obbligo sociale a essere partecipi dei guai altrui. Mentre io non voglio essere partecipe nemmeno dei guai miei. Bloom descrive l’empatia come un riflettore che illumina solo certe persone e solo in un dato momento, suscitando aiuti magari deleteri nel lungo periodo e comunque “lasciandoci ciechi rispetto alle sofferenze di quelli con cui non possiamo simpatizzare”. L’empatico è uno che si emoziona, non è uno che ragiona, ed è per questo che “spesso l’azione motivata dall’empatia non è moralmente giusta”. In estrema sintesi: l’empatia sottrae attenzione ai bisognosi non mediagenici per concentrarla sui bisognosi mediagenici. Si riabilitino dunque i dispatici, noi che nulla facendo nessun danno a nessuno arrechiamo.

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