Politica
L'editoriale del direttore •
Dare ordine al disordine con le voci fuori sacco di leader e ministri, con qualche buona notizia
Quando si vota? E le primarie? E la Corte? Fare ordine significa cercare fili conduttori in grado di unire persone distanti, ma significa anche provare a fissare, sul terreno di gioco, alcuni paletti utili per orientarsi. Idee, dopo la festa del Foglio
13 OTT 26

Abbiamo passato una giornata intera con una compagine ben nutrita di sindaci, governatori, aspiranti leader, leader di partito, ministri, ex presidenti del Consiglio, presidenti della Corte costituzionale di oggi e di ieri e nelle chiacchiere a latere, poco prima e poco dopo le interviste della nostra Festa del Foglio, abbiamo raccolto qualche spunto utile per tentare di compiere il gesto più ottimista che si possa fare in una fase storica dominata dal disordine: provare a fare ordine. Fare ordine significa cercare fili conduttori in grado di unire persone distanti, ma significa anche provare a fissare, sul terreno di gioco, alcuni paletti utili per orientarsi. Il filo conduttore che, con gioia, unisce sempre di più un pezzo di maggioranza e un pezzo di opposizione è quello che riguarda la difesa dell’Ucraina, la difesa dell’Europa, la distanza dal trumpismo.
Elly Schlein, leader del Pd, ci ha detto, e ripetuto, che la difesa dell’Ucraina, anche armata, è un elemento inderogabile dell’identità del Pd: generosi, ma non ingenui. Paolo Gentiloni, ex premier, ha elogiato Elly Schlein per questo e ha ricordato che le divisioni vere, in politica, in Italia e in Europa, oggi sono su questo punto: chi ha la forza di essere contro Putin e chi no. Ignazio La Russa, Fratelli d’Italia, presidente del Senato, ha detto di essere d’accordo con Gentiloni, e dunque con Schlein. Matteo Renzi, poco dopo, ha detto di considerare l’Ucraina, la sua difesa, un elemento inderogabile della difesa dell’identità del centrosinistra, pur volendo concentrare l’attenzione sull’elemento diplomatico, che manca, almeno in Europa. Luigi Di Maio, ex leader del M5s, ha elogiato l’europeismo del governo, ha ricordato che Meloni ha una centralità nel Golfo Persico che nessun altro leader europeo ha.
A sinistra, poi, convergenze interessanti. Schlein e Bonelli concordano che, sull’energia, il centrosinistra deve fare qualcosa di più rispetto a quanto fatto nelle giunte regionali: entrambi non considerano un modello ciò che fa la Sardegna, guidata da AlessandraTodde, M5s, sul tema delle rinnovabili, e quel 99 per cento di aree non idonee, contro le quali il governo di centrodestra ha fatto ricorso, ancora grida vendetta. Al centro, Renzi manda messaggi d’amore a Occhiuto, Occhiuto ricambia, Renzi lo invita ad andare nel centrosinistra, visto che il centrodestra fa tutto l’opposto di quello che fa Occhiuto, Occhiuto lo invita ad andare a destra, visto che il centrosinistra gli chiede il certificato di residenza per poter stare in coalizione, ma i punti che uniscono i centristi, a destra e a sinistra, sono più di quelli che li uniscono ai partiti più estremi, nelle rispettive coalizioni, e qualche riflessione su questo si può fare: quanto peserebbe, un centro, se tutti i centrini, piuttosto che andare divisi, stessero insieme?
E, allo stesso tempo, che senso può avere andare fuori dalle coalizioni, per un centro, in un contesto che favorisce il bipolarismo, come quello previsto dalla legge elettorale? Votare al centro per far saltare tutto o votare al centro per non contare nulla? Chissà. Trasversalità, fili che si intrecciano e che si uniscono con un elemento di fondo interessante: il Pd cerca un modo per depotenziare il criptoputinismo del M5s, fissando paletti da non superare, Fratelli d’Italia cerca un modo per distanziarsi dal criptoputinismo di Vannacci, dicendo quello che La Russa ha detto con chiarezza: a oggi, la percentuale di possibilità che il centrodestra si allei con Vannacci è dello zero per cento.
Trasversalità, ottimismo, sorprese, come quando Giuliano Amato, ex presidente della Corte costituzionale, dice che no, non esiste, bocciare la legge elettorale, da parte della Consulta, sarebbe bizzarro, e anche il presidente attuale, Giovanni Amoroso, fa capire, mentre parla di legge elettorale, che sì, certo, la Consulta sarà chiamata a scegliere, ma i profili palesi di incostituzionalità non esistono, sennò Sergio Mattarella non avrebbe firmato la legge, e dietro le quinte l’impressione generale, non esplicita, è che se qualcosa cambierà dopo i ricorsi alla Corte, quel qualcosa sarà autoapplicativo e difficilmente riguarderà il premio di maggioranza (le firme da raccogliere per presentare un partito? Il nome sul programma? Chissà).
Essere ottimisti, però, lo dicevamo, significa fissare dei paletti e qualche paletto, tra una chiacchiera e l’altra, ci sembra che sia stato fissato. A sinistra, intanto: il programma si farà certamente entro l’anno. Le primarie non dipenderanno da ciò che deciderà la Consulta: si faranno, punto e basta. Si faranno non ora, ma poco prima delle elezioni. Se si voterà a maggio, saranno a febbraio. Ci saranno altri candidati? Difficile. Più probabile: Conte contro Schlein. Ci saranno sorprese a sinistra? Non sul perimetro del campo largo, che nessuno però chiama così, Schlein dice che non ama questo nome, Renzi neanche. Ma la sorpresa, gradita a Schlein, gradita a Renzi, gradita anche al M5s, potrebbe essere quella di Silvia Salis. Non per una sua discesa in campo alle primarie, ma per un suo percorso da federatrice di tutti i centri in cerca d’autore, del centrosinistra. Prospettiva possibile: un buon risultato del centro, del centrosinistra, e un primo passo nell’agone nazionale.
Già, ma quando si voterà? Doppia strategia, che si intuisce dalle chiacchiere. Fratelli d’Italia, partito guida della coalizione, offre segnali diversi. Giovanbattista Fazzolari, braccio destro e sinistro della premier, fa capire che vorrebbe votare a maggio. Ignazio La Russa, fondatore di Fratelli d’Italia, dice che si potrebbe persino, sulla carta, votare a novembre. Non dare punti di riferimento agli avversari è una strategia legittima per costringere gli avversari a improvvisare. Ma qualche paletto si indovina. Ai ministri è stato suggerito di appuntarsi due date: una a maggio e una a giugno. Si dirà: ma che vantaggio ha il centrodestra ad accettare il principio dell’election day, di andare a votare cioè con le comunali, con le grandi città, occasione che di solito mobilita molti elettori di centrosinistra. Ragione spiegata da chi conosce bene Meloni: si rischia qualcosa, è vero, ma si rischierebbe di più a votare, alle politiche, dopo le amministrative, perché una eventuale vittoria a valanga del centrosinistra, nelle grandi città, potrebbe diventare una profezia che si autoavvera. Dunque: paletto della primavera segnato.
E sul resto? La legge elettorale, criticata da molti, a sinistra, piace a tutti, o quasi. Piace ai piccoli partiti, quelli che sanno fare politica, perché con qualche candidatura intelligente, furba, in grado di portare preferenze, i decimali possono aumentare rapidamente. Piace, in piccola misura, a Conte e Schlein, anche se nessuno dei due lo dirà mai sotto tortura, perché con questa legge elettorale, Consulta o non Consulta, sarà più facile fare le primarie, obiettivo che chiunque voglia evitare la tentazione di un terzo nome deve necessariamente portare avanti.
Piace però anche agli elettori di centrodestra che sognano di svuotare il bacino di Vannacci perché votare Vannacci fuori dalla coalizione con una legge elettorale che prevede il premio di maggioranza sarebbe un rischio enorme e darebbe al centrosinistra un vantaggio in più, ragione per cui anche Giuseppe Cruciani, sul palco e fuori dal palco, dice che Vannacci no, fuori dalla coalizione non lo voterebbe mai. Le divisioni sono tante, i punti di contatto pure, destra e sinistra sono in campagna elettorale, ma nonostante la campagna elettorale qualche punto di contatto c’è, qualche paletto fissato sul terreno si può indovinare e il fatto di avere i partiti che si dividono sull’Ucraina può essere deprimente ma avere partiti diversi e distanti che su questo tema si uniscono può essere più confortante. Il disordine c’è, ma un po’ di ordine, a poco a poco, si inizia a vedere, e qualche speranza di ottimismo, a destra e anche a sinistra, forse la offre, se quei paletti, fragili, verranno conficcati con forza sul terreno altrettanto fragile ma forse non troppo delle future identità, di una politica in ordine sparso, sì, che sa dividersi su tutto ma che forse sa unirsi su ciò che conta davvero.
