Nella stanza di Fazzolari. Intervista al sottosegretario, braccio destro di Meloni

La chiusura a Vannacci: “È come Conte e non ci alleeremo con lui”. La data delle elezioni, il sogno di un conservatore al Quirinale: “Giorgia adesso non è la figura più adatta”. Ranucci, la Rai e la difesa dell’Ucraina: “E’ una questione di interesse nazionale”

8 OTT 26
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Giovanbattista Fazzolar (foto Ansa)

Giorgia Meloni al Quirinale? “Non credo che sia nelle sue ambizioni. A un certo punto immagino sarà la figura più adatta, ma di certo non nel 2028”. Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che con la premier si sente ogni giorno da molto prima di Palazzo Chigi, il prossimo capo dello stato se lo immagina “conservatore ma il più possibile inclusivo”, e mette in conto che la sinistra, chiunque sia il prescelto, “urlerà comunque allo scandalo”. Meloni invece resta dove sta, e dove secondo lui è diventata “il primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica”. È insostituibile anche alla guida di Fratelli d’Italia? “A oggi nessuno è completo come lei, non solo all’interno di Fratelli d’Italia”. Lo sfidante alle elezioni? “La segretaria del Pd, Elly Schlein, perché è così che funziona nelle coalizioni, quando non sono soltanto cartelli elettorali: il capo del partito più votato è il leader”. Vannacci? “È uguale a Giuseppe Conte, non ci alleiamo con chi concepisce la politica in modo opportunistico”. E quando si voterà? “Non dipende solo da noi. Ma ci sono due possibili scadenze naturali: una alla fine dei cinque anni, quindi a settembre, l’altra a giugno che darebbe agio al prossimo governo di fare con calma la legge di bilancio”. Quindi forse per il governo è preferibile giugno. E questa è una notizia. Timori di ingerenze straniere sul voto? “Il rischio è concreto, la disinformazione russa opera anche in Italia”. Ci sono agenti di Putin nella nostra politica? “No, solo opportunisti di basso livello”. Ranucci cos’è per lei? “Il classico bigotto che fa le prediche agli altri ma poi viene beccato in situazioni imbarazzanti”. E con la legge elettorale che sarà approvata oggi cosa cambia? “L’obiettivo è avere governi più stabili e coalizioni ben definite, questo probabilmente polarizzerà i voti sulle due principali alleanze”. Effetto possibile: ridimensionare Vannacci.
Visto da dentro, il primo piano di Palazzo Chigi ha l’aria di una dimora che ha conosciuto tempi migliori e gusti peggiori, con intarsi di vernice dorata che, con tutto il rispetto per le istituzioni della Repubblica, non sfigurerebbero nella serie Instagram “case pacchiane”. Porte scrostate e un marmo giallino che pare aver rinunciato da tempo ad aspirare al bianco. Dice Fazzolari: “Questo Palazzo è stato per troppo tempo solo un luogo di passaggio”. E si nota. La stanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio è invece spoglia come un ufficio appena consegnato. Alle pareti ci sono una bella carta geografica del mondo e una veduta marinaresca così ossidata che il mare sembra in bonaccia da un secolo, mentre sopra un armadio stanno allineati i modellini di un carrarmato, di un sottomarino, di un aeroplano, e cioè terra, mare e cielo in scala ridotta. Su un ripiano, vicino al televisore, siede una piccola volpe di plastica. “Me l’hanno regalata”. Viene spontaneo domandargli se pensa di essere lui stesso la volpe. “Non credo”, sorride a filo d’erba. Fazzolari porta pantaloni grigio scuro e una camicia celeste, e a metà del colloquio si interrompe per una telefonata. “Mi scusi questa è un’emergenza”, avverte. E’ l’Enel. Si immagina l’amministratore delegato, un dossier energetico, qualche nodo di interesse nazionale da sciogliere fra un palazzo e l’altro. E’ invece il centralino. E la questione seria è l’allaccio del contatore della luce a casa, che il sottosegretario segue con la partecipazione di un qualunque utente fino al sollievo finale, “grandioso, benissimo, grazie”.
È la premessa più persuasiva che si potesse desiderare per la tesi che gli sta a cuore, e cioè che Palazzo Chigi non sia affatto un luogo di potere. “Stare a Palazzo Chigi è molto più difficile di quanto sembri da fuori. Quando entri in un posto, capisci subito se è un posto di potere oppure no. C’è poco da fare. Questo è stato storicamente un luogo di mediazione, di raccordo. Tutto te lo comunica”. Di passaggio, appunto, e così è stato, precisa, “fino all’arrivo di un governo che è già durato quattro anni”. Sicché quando gli si ricorda Pietro Nenni, che entrò nella stanza dei bottoni e si accorse che i bottoni non c’erano, Fazzolari si mette a ridere. “Siamo arrivati qui convinti di avere molta più capacità d’azione. Si decide una cosa in Consiglio dei ministri, e non è vero che poi hai pienamente la possibilità di farla. Così è sempre stato. Poi uno prova a cambiare le cose. Oggi Palazzo Chigi conta di più di prima e coordina meglio le decisioni dei singoli ministeri. Meloni con la sua autorevolezza ha costituito un premierato di fatto, e per questo dico che è il primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica”. Rimpianti? Occasione perse? “Non aver potuto mettere in atto una serie di misure a causa dello stato delle finanze pubbliche che ci hanno lasciato i nostri predecessori”. C’è un fallimento che non si perdona? “Non me ne viene in mente nessuno nello specifico”. Impossibile. “Vuol dire che ce ne sono diversi, ma che nessuno di questi mi ha particolarmente abbattuto”.
La voce si fa più tagliente quando il discorso arriva a Roberto Vannacci, il generale eletto con la Lega e passato a un partito tutto suo, Futuro nazionale. “Trovo molto poco sincera la sua posizione filorussa. Se fosse un agente pagato dal Cremlino avrebbe almeno una sua linearità. Ma non lo è”. Lui e il Movimento 5 stelle, sostiene Fazzolari, si contendono la quota di italiani che non vuole sentir parlare di Ucraina, con una disponibilità all’adattamento che non conosce confini. “Se domani convenisse sostenere che la Lituania deve invadere San Pietroburgo, loro sosterrebbero l’invasione lituana di San Pietroburgo”. Quanto ai parlamentari che hanno lasciato il centrodestra per seguire Vannacci, “casualmente sono tutti politici che non avevano grandi probabilità di essere ricandidati”, compresi “ex sottosegretari del governo Draghi che si improvvisano esponenti della vera destra”. Il paragone, per Fazzolari, è con la Meloni del 2012, che rinuncia a un incarico di primo piano offerto da Berlusconi per fondare un partito destinato a prendere l’1,95 per cento alle politiche. “Noi siamo all’esatto opposto”. E le suppletive di Reggio Calabria, a suo giudizio, hanno chiuso la questione. “Sei il partito della rottura e ti presenti con un navigato esponente centrista? Arrivi per cambiare tutto, e per cambiare tutto prendi un signore delle preferenze. Questo è uno schema da Prima Repubblica”. La conclusione dunque è senza appello. “Io non vedo alcuna differenza tra Vannacci e Giuseppe Conte. Sono come i Barbapapà, per dirla con Giorgia, perché cambiano forma in base alla convenienza. E noi non ci alleiamo con chi fa così”. I sondaggi che danno il generale al 7 o all’8, addirittura al 10 per cento, non lo turbano più di tanto, “la nuova legge elettorale darà una forte spinta a concentrare i voti sui due schieramenti, la riforma ha una logica polarizzante. E inoltre il passato offre conforto, non è la prima volta che qualcuno cerca di fare un’operazione per sfasciare da destra il centrodestra. Angelino Alfano, all’inizio, quando fece il suo partito, era stimato al 10 e poi non ebbe successo. Fini, quando ruppe con il Pdl, era stimato all’8,5 per cento e poi prese lo 0,4. Collocarsi alla nostra destra è complicato, per il semplice motivo che molti di noi provengono dal Fronte della Gioventù. Ci si può provare. Auguri”.
E insomma, ripete Fazzolari, la pregiudiziale contro Vannacci non è il suo essere filorusso “perché significherebbe prenderlo sul serio. E nel suo modo di porsi non c’è niente di serio”.
Sull’Ucraina, Fazzolari si concede uno sguardo da storico, e la lezione comincia da una cronologia poco lusinghiera per l’Europa. “Non è vero che l’Europa si è schierata subito. Scoppiata la guerra, gli stati dell’Europa occidentale hanno tenuto un profilo basso, aspettandosi un crollo rapido dell’Ucraina e magari una specie di Crimea bis. Tutti tranne Boris Johnson”. Mentre Johnson si schiera immediatamente e i capi di governo di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia corrono a Kyiv, il celebre viaggio di Macron, Draghi e Scholz arriva soltanto a giugno, dice Fazzolari, quando ormai era chiaro che Kyiv non sarebbe caduta. “Nei libri di storia accanto a Johnson ci sarà Giorgia Meloni. Gli italiani fanno fatica a capire che quello che accade in Ucraina li riguarda direttamente. In questo contesto di opinione pubblica, Meloni avrebbe potuto collocare l’Italia su qualunque posizione, e se avesse scelto per convenienza una linea di distacco ne avrebbe guadagnato in consenso. E una diversa postura dell’Italia avrebbe probabilmente creato un effetto domino in tutta Europa. Se l’Unione europea è ancora così ferma è perché quello che qualcuno considerava l’anello debole ha tenuto”.
All’idea di un tavolo con l’opposizione, sul modello di Macron, Fazzolari oppone il Quirinale. “Il sostegno all’Ucraina è una questione di interesse nazionale. E a renderlo evidente è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che sull’Ucraina ha sempre mostrato grande fermezza. E chi volesse cambiare la posizione dell’Italia dovrebbe vedersela con lui, prima ancora che con Meloni”. A proposito di Mattarella, il prossimo presidente, se doveste eleggerlo voi, chi sarà? “Penso che non sia scandaloso immaginare una personalità di estrazione conservatrice, alla quale gli italiani riconoscano equilibrio e capacità di seguire l’interesse generale della nazione”. Meloni al Quirinale? “Non penso proprio nel 2028 ma, visto che è così giovane, in futuro chissà…”. E vi serve nel partito. “Sarebbe complicato immaginarsi un altro leader”. C’è un problema di classe dirigente in Fratelli d’Italia. “Assolutamente no”. Milano, Roma, Napoli sono governate dalla sinistra. “Alle scorse amministrative è stato complicato individuare personalità di Fratelli d’Italia che fossero abbastanza conosciute da poter competere. Ma c’è molta capacità nelle nostre fila”. Siete un partito un po’ chiuso. “Non direi. L’apertura ad altri mondi c’è stata e nelle liste di Fratelli d’Italia sono stati eletti Raffaele Fitto, Giulio Tremonti, Marcello Pera, Giulio Terzi, Carlo Nordio e tanti altri”. E’ stato scritto che non ricandiderete Nordio. “Ma non scherziamo”. Torniamo alla Russia, però. Ci sono uomini di Putin nella politica italiana? “Vedo soltanto un gioco opportunistico di forze politiche che provano a lucrare sul tema, senza avere gli attributi per portarlo fino in fondo”. Si è parlato di rischi di inquinamento delle prossime elezioni da parte della Russia. “Il rischio è concreto, ma non riguarda il voto postale come ha detto qualcuno, perché il voto postale è limitatissimo e quasi ininfluente. Il pericolo è la disinformazione. Ci sono partiti e leader politici, in Italia, che offrono risposte semplici e demagogiche a domande ed esigenze create ad arte dalla disinformazione”. E quando andremo a votare? “Se passa la legge elettorale, se insomma non votiamo subito perché cade il governo, le opzioni sono due: settembre, alla scadenza naturale, oppure giugno. La seconda ipotesi consentirebbe di tornare alla normalità del ciclo elettorale e permettere al nuovo Governo di fare la legge di bilancio con un minimo di serenità”. Votare in autunno “vorrebbe dire ripetere quello che questo governo si è trovato a dover fare nel 2022, con la prima manovra scritta in pochissimi giorni e senza dare al Parlamento i tempi consueti per valutarla”. Entrambe le ipotesi restano in piedi, dipende dalla tenuta della maggioranza, e la decisione, precisa, “non compete a noi”. Si vedrà.
A un certo punto del colloquio Fazzolari, seduto su un divanetto nero, chiede una pausa, qualcuno si offre per un giro di caffè, e al ritorno il sottosegretario spiega che in quella stanza i regali – ninnoli di plastica, s’intende – arrivano con una certa regolarità, volpe compresa. Fra gli omaggi, però, non c’è il busto di Mussolini, gli diciamo provocatoriamente, quello che Ignazio La Russa, presidente del Senato, custodiva nello studio come ricordo di famiglia. Lei, Fazzolari, invece una volta mi ha detto di non aver letto Evola. “E’ vero, ho preferito leggere altro”. La Russa e i suoi coetanei, i vecchi del Msi, li chiamavano “i ragazzini”, quelli come Meloni e Fazzolari, e per un pezzo li hanno trattati di conseguenza. “All’inizio non è stato facile, perché non era semplice da accettare una Giorgia giovanissima che si presentava come leader. Di recente, ho rivisto dei filmati dei tempi della fondazione di Fratelli d’Italia e sembrava davvero una bambina. Sarò invecchiato io, ma capisco che all’epoca non fosse facile prenderla sul serio. Anche per questo è stata una scelta molto coraggiosa da parte di Ignazio quella di fondare il partito con questa giovane donna come leader”. Perché allora non togliete la fiamma dal simbolo? “Fa parte del nostro cammino”. Le svolte, assicura, le hanno sempre dichiarate, un congresso dopo l’altro, un’assemblea dopo l’altra. Prima il partito nato per mettere in salvo una destra destinata a sparire, poi quello dei patrioti, “e ricordo quanto siamo stati sbeffeggiati, era un termine completamente desueto”, infine la casa dei conservatori, “con un elettorato che ormai va molto oltre la destra. E ne siamo perfettamente consapevoli”. Squilla di nuovo il telefono, e stavolta non è l’Enel. “E’ mia madre, a lei devo rispondere”. Il sottosegretario le spiega che è al lavoro, le promette di richiamarla più tardi, riattacca e ammette di aver perso il filo. Lo si riannoda con Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. E’ stato sospeso per dieci giorni. Ma è vero che lo volete licenziato? “No. E se avessimo potuto scegliere in base al nostro interesse, a noi sarebbe convenuto che Ranucci fosse rimasto alla conduzione. Ma mi rendo conto che, per qualunque azienda seria, sarebbe stato complicato”. E allora qual è il problema? “Il metodo. Il delatore ignoto. Prendi uno, gli metti una polpetta in bocca, lo incappucci e gli fai dire qualunque cosa. Una volta ci può stare, se becchi il capo di una cosca latitante in montagna. Ma come regola, nel servizio pubblico, no. Dubito che la Bbc lavori così. Io polemizzai con Ranucci perché mandò in onda un testimone a volto oscurato, il quale raccontava che io avrei organizzato a Palazzo Chigi una riunione per entrare nel risiko bancario. Insomma, mi accusavano di un reato. Ebbene, se il sottosegretario ha commesso un reato è giusto raccontarlo, figuriamoci, ma non con questa leggerezza. E sa qual è l’altro paradosso quasi comico?”. No, dica lei. “Che per difendermi devo fare causa alla Rai, non a Ranucci. E la Rai, con i soldi pubblici del canone che pago anche io, mi schiera contro tutti i suoi avvocati. Insomma, pago il mio avvocato e anche i loro”. E la storia dei servizi segreti? “Ranucci va al Parlamento europeo, nella sede più visibile possibile, e dice che l’ho fatto seguire dai servizi. Al di là della politica, c’è una questione di competenze: io non ho il potere di attivarli. E se l’avessi, non sprecherei tempo e risorse pubbliche per una persona insignificante come lui. Lo scrissi in un comunicato, e credo si sia arrabbiato moltissimo. Annunciai che avrei chiesto i danni, ma poi ho lasciato cadere la cosa. In un’intervista mi chiesero il perché e risposi che, se gli avessi fatto causa, mi avrebbero accusato di intimidire la libera stampa, e se non lo avessi fatto avrebbero detto che le accuse erano fondate. E infatti, poi, è partito il coro: ‘Fazzolari non agisce perché ha qualcosa da nascondere’. Allora, ho presentato la richiesta di risarcimento. La prima udienza è a dicembre, e lì Ranucci dovrà spiegare che fonte aveva per sostenere quello che ha detto. Sempre che non sia un incappucciato con la polpetta in bocca, ma spero che in tribunale non valga”. Che idea si è fatto della vicenda Ranucci, della bomba, di Lavitola? “Il grande moralizzatore scoperto con tutte le debolezze che cercava negli altri. Il classico bigotto beccato in situazioni imbarazzanti”. E con la Rai che si deve fare? “Partirei da un ragionamento serio sull’ipotesi di ridurne il perimetro, magari privatizzandone una parte, per ottimizzare la sua funzione di servizio pubblico. Ma è un ragionamento complesso, da fare con calma”. Con la riforma, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi potrebbe restare? “E’ totalmente prematuro parlarne. Ma ho una grande fortuna: tra i miei compiti non c’è quello di occuparmi di queste cose”. Resta il futuro personale. Un ministero, nel governo che Meloni formerebbe dopo una nuova vittoria? “Siamo una squadra affiatata da lunghissimo tempo. Farò ciò che sarà utile, anche se detesto i ruoli di grande visibilità. Di sicuro, la qualità della vita di chi non ha incarichi di governo è nettamente migliore”. Si augura di perdere le elezioni? “Guardi, le dico così: se c’è qualcuno che può fare meglio di noi, lo voto pure io. Ma al momento purtroppo non vedo grandi alternative”.