Ispirazioni e rimozioni: le scelte a sinistra sono già tutte un programma

Lo sguardo a senso unico al “modello Mamdani”, alle sinistre movimentiste e anticapitaliste che demonizzano Israele. Le politiche di buon senso delle sinistre europee ignorate o respinte perché “di destra”. Sarà questo il programma del campo largo? 

5 OTT 26
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Il programma non c’è. Ma ci sono alcune scelte che sono già tutte un programma. La sinistra italiana, come da migliore tradizione, ha scelto ormai da tempo di guardarsi in giro per cercare di trovare una qualche fonte di ispirazione, un qualche esempio da seguire per dare più sostanza al proprio progetto politico. Lo schema è sempre lo stesso. Se quel che facciamo noi lo fa anche qualcun altro, a sinistra, significa che ciò che proponiamo non è poi così male. E se quel che fa qualcun altro, a sinistra, può portare consenso, potrebbe essere una buona idea provare a farlo anche noi. Negli ultimi tempi, la sinistra italiana, in special modo il Partito democratico, ha scelto di guardarsi in giro per trovare una qualche forma di ispirazione. Ma nelle sue peregrinazioni per il mondo il campo progressista ha fatto una scelta piuttosto selettiva: tra le tante sinistre che esistono in questo momento, in giro per il mondo, ce ne sono alcune che la sinistra italiana ha scelto di abbracciare e altre che ha scelto di ignorare. 
Tra le sinistre che ha scelto di abbracciare ci sono ovviamente le sinistre movimentiste, anticapitaliste, antisistema, che hanno fatto della demonizzazione di Israele un proprio elemento identitario. L’agenda Mamdani, per così dire, a sinistra, in Italia, si porta molto, e la prospettiva di avere una sinistra desiderosa di seguire una via della radicalizzazione per combattere “le destre” sembra essere una strada gradita nel variegato campo progressista. Eppure, dando uno sguardo al resto del mondo, il campo progressista, in affanno in molti paesi in cui tenta o sogna di governare, potrebbe trovare molti spunti di riflessione per il suo programma futuro. Potrebbe scoprire, per esempio, che il tanto sbandierato modello Sánchez, modello spesso evocato per la sua capacità di offrire buoni risultati sull’energia e sull’economia, non sulla casa a quanto pare, è un modello che non si fonda solo sulle rinnovabili ma è un modello che si fonda in buona misura anche sul nucleare: il governo Sánchez ha esteso fino al 2030 la licenza di esercizio dei due reattori della centrale di Almaraz, nell’Estremadura, e se si volesse davvero seguire il “modello Sánchez”, sempre che questo modello esista, la sinistra dovrebbe inserire nel suo programma anche un “sì” non solo alle rinnovabili ma anche all’atomo.
Se la sinistra italiana avesse la forza di guardarsi in giro per il mondo, restando sempre in Europa per non fare troppa fatica, potrebbe scoprire anche altre storie istruttive. Potrebbe scoprire che in Danimarca la premier Mette Frederiksen, socialdemocratica, da poco riconfermata, anche se con una maggioranza più fragile rispetto al passato, ha messo al centro della sua agenda politica il forte contrasto all’immigrazione illegale. Sul sito dei socialdemocratici danesi il capitolo sull’immigrazione comincia così: “Il numero degli immigrati nella nostra società conta”. E la spiegazione è interessante: i costi dell’immigrazione non governata, secondo i socialdemocratici danesi, ricadono soprattutto sui lavoratori meno qualificati, sulle persone con salari bassi e sugli abitanti dei quartieri nei quali l’integrazione non funziona, e la restrizione dei flussi, combinata con regole forti sulle espulsioni, con il mantenimento dei controlli temporanei alle frontiere e con il sostegno alla creazione di centri per richiedenti asilo fuori dall’Europa, rientra all’interno dell’idea di voler proteggere i gruppi sociali che il partito vuole rappresentare. Avete mai sentito parlare la sinistra italiana del modello danese? No, perché quello, rispetto al modello Mamdani, non è un’alternativa di sinistra: è una costola della destra.
Una storia ulteriore da raccontare è quella che riguarda una recente campagna elettorale, da cui il centrosinistra ha scelto di tenersi a debita distanza. In Svezia, paese da poco entrato nella Nato per proteggersi dalla minaccia russa, alle elezioni del 13 settembre, elezioni nelle quali il blocco di centrosinistra ha ottenuto 176 seggi contro 173 delle opposizioni, il partito guidato da Magdalena Andersson – che dopo essersi dimessa da primo ministro a causa di una maggioranza troppo complicata da costruire ha ricevuto pochi giorni fa una settimana di tempo per formare un altro governo – ha scelto di inserire nel proprio programma elettorale alcuni punti importanti che riguardano un tema tabù in Italia, non solo a sinistra: la difesa. I socialdemocratici svedesi hanno proposto un’estensione della leva obbligatoria con un impegno cinquantennale per rafforzare la difesa, con almeno 12 mila nuovi coscritti all’anno come obiettivo intermedio e 20 mila a regime. E a questo hanno aggiunto l’impegno a rispettare l’obiettivo Nato del 3,5 per cento del pil per la Difesa. Con un faro chiaro, come si legge nel programma elettorale che dovrebbe avere una qualsiasi coalizione di centrosinistra in tutta Europa: “La causa dell’Ucraina è la nostra”. I socialdemocratici svedesi hanno poi offerto altri elementi di riflessione alla sinistra italiana. Hanno scelto, anche loro, di sostenere il nucleare, chiedendo che lo stato mantenga il controllo sulla sicurezza, sull’economia e sulla localizzazione delle centrali. E rispetto al tema delle guerre in medio oriente non si sono limitati a sostenere l’agenda pro Palestina. Hanno scelto di ricordare un fatto non scontato: bene i due stati, bene il ripristino degli aiuti all’Unrwa, d’accordo anche il divieto dei prodotti degli insediamenti, se proprio dobbiamo, ma non si può non chiedere il disarmo di Hamas e la sua esclusione dal futuro governo palestinese. Avete mai sentito parlare la sinistra italiana del modello svedese? No, perché quello, rispetto al modello Mamdani, non è un’alternativa di sinistra: è una costola della destra.
Un destino diverso sembrava avere invece un leader, di sinistra, finito per qualche tempo nel radar del campo largo: il successore, chissà per quanto, di Keir Starmer alla guida del Labour e del governo britannico, Andy Burnham, la cui “svolta a sinistra” è stata oggetto di interesse per la sinistra italiana. Il suo, disse il Pd il giorno dopo l’arrivo a Downing Street, è “il programma di una sinistra di governo che riporta al centro i bisogni delle persone”. Burnham, poi, è sparito improvvisamente dai radar del centrosinistra non appena il primo ministro inglese, facendo invero una cosa molto di sinistra, ha deciso di mettere al centro del suo mandato indovinate cosa? Il sostegno all’Ucraina. Burnham ha ricevuto Zelensky come suo primo ospite internazionale da primo ministro. Lo ha fatto in un posto speciale, la portaerei HMS Queen Elizabeth, a Portsmouth. E ha scelto di svolgere il suo primo viaggio all’estero, un mese dopo, a Kyiv, per l’anniversario dell’indipendenza ucraina, collegando la resistenza ucraina alla storia britannica: “La mia nazione – ha detto Burnham agli ucraini, da vero leader di sinistra – ha tenuto viva la fiamma della libertà europea nel Ventesimo secolo, voi la tenete viva nel Ventunesimo”. Non solo. Esattamente come la sinistra spagnola e la sinistra svedese, la sinistra inglese ha scelto di portare avanti – lo ha fatto con Starmer e lo ha confermato con Burnham – un investimento di 14,2 miliardi di sterline per Sizewell C e da 2,6 miliardi per il programma dei piccoli reattori modulari. Troppo di destra anche Burnham?
Il punto lo avrete capito. C’è una sinistra, in giro per il mondo, che fa notizia per il suo movimentismo (New York), per la sua politica sugli espropri (la Linke a Berlino), per le sue idee sulla patrimoniale (a Parigi, La France insoumise). C’è poi una sinistra che spesso vince le elezioni e governa in Europa nei pochi luoghi in cui riesce a costruire una maggioranza, e che la sinistra italiana ha scelto di cancellare dal proprio orizzonte per una ragione semplice eppure drammatica: a forza di considerare di destra tutto quello che fa la destra, anche quando ciò che fa la destra è semplice buon senso, né di destra né di sinistra, la sinistra italiana si trova nella situazione complicata di dover considerare di destra le politiche di buon senso messe in campo dalle sinistre mondiali, con il risultato insieme bizzarro e poco promettente di trovarsi a suo agio, in giro per il mondo, con le altre sinistre solo quando queste sono movimentiste, radicali, anticapitaliste e solo quando hanno come tratto comune, magari, la demonizzazione di Israele. Il programma del campo largo, prima o poi arriverà. Ma in attesa di averne uno, testardamente unitario, le ispirazioni della sinistra nel mondo, rimozioni comprese, sono già tutto un programma. Funzionerà? Chissà.