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L'editoriale del direttore

I quattro defibrillatori che servono all'Italia. Parla Emanuele Orsini

Claudio Cerasa

Energia, investimenti, velocità. Il presidente di Confindustria: “ Le imprese sono forti ma non possono aspettare in eterno. Dal ministero dello Sviluppo ora serve una spinta all’altezza delle necessità"

Non galleggiare, governare, provare ad andare veloce, usare più coraggio, puntare sugli investimenti e non perdere l’occasione di trasformare la stabilità in un valore aggiunto per smuovere l’Italia. Che cosa vuol dire cercare la discontinuità? Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, dice di essere, insieme, preoccupato e fiducioso. Preoccupato per la situazione economica, per gli effetti delle guerre, per le bollette alle stelle, per i rischi per la crescita, per l’impatto sul lavoro dell’instabilità mondiale. Fiducioso perché ogni crisi, dice Orsini, nasconde un’opportunità, un’occasione per ripartire, per rimettere insieme i pezzi, per ragionare sul futuro, per cercare di recuperare ambizione. E sia quando si ragiona sulle crisi globali sia quando si ragiona sulle crisi locali, ovvero quelle nazionali, le parole d’ordine sono sempre quelle: preoccupazione e fiducia. A condizione, però, dice Orsini, che l’Italia sia in grado di tenere in mano uno strumento di cui oggi ha disperatamente bisogno per provare a dare una scossa all’economia, per provare a dare una smossa all’Europa e per provare a trasformare anche le energie negative in occasioni per ripartire. Lo strumento, dice Orsini,  si chiama “defibrillatore”.  “Serve un defibrillatore”, dice il presidente di Confindustria, “e serve  per provare a curare alcune patologie che abbiamo oggi di fronte a noi”.

Il primo problema da curare urgentemente con il defibrillatore, dice Orsini, è ancora l’energia. “Per un paese come l’Italia, che non ha la capacità fiscale della Germania o della Francia, che non ha investito abbastanza sulle nuove tecnologie, che non ha individuato per tempo le aree idonee per costruire un mix energetico serio, resta un nodo enorme. I numeri ci possono aiutare a capire di che cosa stiamo parlando. Fiscalmente, la Germania ha approvato un piano di 26 miliardi per ridurre i costi energetici. La Spagna, per fare un altro esempio, ha avuto l’anno scorso un costo medio dell’energia di 40 euro per megawattora. L’Italia, prima dell’inizio della nuova guerra, diciotto giorni fa, era a 106 euro: in questi giorni ha toccato anche i 150-160 euro a megawattora”. Sì, ma che fare? “La prima cosa da fare è lavorare a livello europeo e italiano insieme. A livello europeo bisogna costruire un vero mercato unico europeo dell’energia. Poi bisogna intervenire sul modo in cui viene formato il prezzo, e qui entrano in gioco Ets (il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2) e Ttf (l’indice di riferimento europeo del prezzo del gas). L’Ets nasce con uno scopo nobile, e non dico che sia sbagliato in sé. Però oggi ha preso una piega diversa. Vi faccio un esempio: i proventi derivanti dalle aste CO2 del sistema di scambio di quote di emissione dell’Unione europea (Eu Ets) – secondo il Gse – nel 2025 sono stati pari a circa 2,7 miliardi di euro. Di questi solo 600 milioni sono stati utilizzati per la compensazione dei costi indiretti a favore delle imprese energivore. Possiamo andare avanti così? E ancora: se il conflitto dovesse andare per le lunghe, penso che l’Italia dovrebbe spendersi per attivare degli Eurobond legati all’energia. Potrebbero servire sia a sostenere il sistema dal lato dei prezzi, sia a costruire nuove infrastrutture, quindi a dare sollievo ai paesi più penalizzati. Ecco perché parlo di debito europeo e non di aiuti di stato: il debito europeo, come durante il Covid, distribuisce risorse anche ai paesi che non possono permettersi aiuti di stato. L’Italia, in questo momento, a differenza della Germania e di altri paesi, non ha quella capacità fiscale. Per questo è importante”. Prima malattia, primo defibrillatore.

 

Secondo defibrillatore per quale malattia? “Il secondo grande problema dell’Italia, in questa fase, riguarda gli investimenti. In Italia sta diventando un problema molto serio il fatto che le misure per gli investimenti vadano messe a terra velocissimamente. Parlo di iperammortamento, parlo della Zes unica, la Zona economica speciale, e parlo del Piano casa. Sono misure che servono a tenere la barra dritta e a fare in modo che, in una fase di grande incertezza, gli imprenditori siano incentivati a fare, a investire. Oggi dobbiamo rimettere in moto il volano, non c’è più tempo da perdere. Il governo, meritoriamente nella legge di Bilancio, in tre anni, ha stanziato oltre otto miliardi sull’iperammortamento e quattro miliardi sulla Zes (solo tra il 2024 e il 2025 la Zes unica con le semplificazioni burocratiche e con il credito di imposta al sud con uno stanziamento di 4,8 miliardi ha generato 28 miliardi di investimenti e 35 mila nuove assunzioni). Ha annunciato un Piano casa da 100 mila nuovi alloggi a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni. Usare il defibrillatore significa questo: andare veloci, mettere a terra i progetti, combattere la cultura della lentezza”. 

 

Possiamo dire che su questi temi il governo sia stato sempre impeccabile? Possiamo dire che il ministro competente su questi temi abbia sempre messo il turbo? Possiamo ricordare che lo scorso anno, per mettere a regime l’Ires premiale, ci sono voluti dieci mesi e che per capire che Industria 4.0 fosse un disastro ci sono voluti due anni? “Oggi, più che mai, serve una forte collaborazione con il ministero dell’Industria per mettere a terra le vere esigenze dell’industria. Oggi serve una vera spinta dal ministero, all’altezza delle necessità e dell’emergenza. Non entro nel merito delle scelte dei ministri e dei ministeri, non è il mio compito. Mi limito a segnalare alcuni fatti. Il primo fatto è che il dossier dell’iperammortamento è arrivato al Mef tra il 5 e il 7 gennaio: aspettiamo con fiducia che si sblocchi. Il secondo fatto è che più che cercare capri espiatori bisogna cercare soluzioni. E per Confindustria la soluzione che serve, se proprio si vuole parlare di defibrillatori anche qui, è quella: la velocità, la collaborazione, la reattività. So che arriviamo da una fase referendaria difficile, conflittuale e polarizzante. Ma sarebbe nell’interesse del paese oggi vedere le forze di maggioranza e quelle dell’opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria. E’ il momento di agire”. Non sarebbe anche nell’interesse del nostro paese capire che ogni giorno perso sull’Ilva è un giorno perso per l’Italia? “Ho a cuore il dramma della deindustrializzazione dell’Italia. Sono il primo a dirle che non possiamo perdere l’Ilva. Bisogna fare di tutto per tenerla in piedi. Poi è chiaro che dentro quel processo bisognerà ragionare anche su ricollocazioni, costi sociali e altro, perché mi pare che alcuni piani industriali non tengano abbastanza conto di questo. Io quei piani non li ho visti, non faccio l’investitore e quindi non entro nel merito. Però una cosa è certa: oggi bisogna lavorare tutti insieme, anche con i sindacati, in modo corretto, per trovare una soluzione che non faccia perdere al paese la sua base industriale. Mi auguro solo che l’Ilva di cui si parla per il futuro non sia una piccola Ilva, da due milioni di tonnellate di acciaio e solo con forno elettrico, ma un’Ilva che possa viaggiare almeno a 4-6 milioni di tonnellate. Speriamo che si capisca l’urgenza del problema”.

   

Di defibrillatori, forse, ne manca ancora qualcuno. “Certo. I problemi italiani, lo sappiamo, non si risolvono senza mettere a fuoco la dimensione europea e quella internazionale. In Europa, la strada giusta per reagire ai dazi trumpiani è stata quella dell’apertura dei mercati, come è stato fatto con il Mercosur e come è stato fatto con l’India, e trovo molto grave che vi siano stati partiti e corporazioni, anche in Italia, che hanno fatto ostruzionismo per aprire nuovi mercati. Ma l’altro tema da affrontare, e di cui tutta la classe dirigente italiana dovrebbe parlare, riguarda la deindustrializzazione. Un dato importante e trascurato. Negli ultimi due anni, le importazioni dalla Cina sono aumentate, in Europa, di dieci miliardi ogni anno. Nello scorso anno, le esportazioni cinesi verso l’Europa sono cresciute del 32 per cento. E secondo i dati dell’Unione europea dietro quel 32 per cento c’è un’erosione di posti di lavoro, nel nostro continente, pari a un milione di unità”.

A proposito di burocrazia, lavoro, industrializzazione e priorità. Sull’Italia e sul futuro. E’ una priorità, per Confindustria, passare dalla Zes regionale alla Zes unica? “Lo è. Per un motivo molto semplice: i costi della burocrazia nel nostro paese sono enormi, circa 80 miliardi l’anno. La Zes funziona moltissimo non solo per i soldi messi in campo, ma soprattutto per il modello amministrativo. Il punto non sono soltanto i 4 miliardi, che pure sono una cifra importante. Il punto è che gli imprenditori hanno un interlocutore unico, una struttura commissariale snella, che valuta i progetti rapidamente e dice: se sei a posto vai avanti, altrimenti no. Questo è fondamentale. Riproporre quel modello su tutto il territorio nazionale, e non togliere risorse al sud – perché quello sarebbe un errore – vuol dire estendere la velocità di risposta. Io capisco perfettamente che un sindaco di un comune di 11 mila abitanti, se non ha ancora il parere dei beni ambientali o culturali, non firmi nulla. E’ lì che aspetta. E magari la soprintendenza non risponde. Invece serve un meccanismo che tolga anche responsabilità improprie a chi si trova in difficoltà. Questa è una risposta che funziona moltissimo e che credo sia la via giusta. Per me il modello Zes unica esteso a tutto il paese sarebbe una grande soluzione contro la burocrazia e a favore dello sviluppo industriale. Tutte le risposte entro sei mesi. Servono soldi, certo, ma serve prima di tutto la volontà. Se c’è quella, si può andare avanti”. 

 

Se ci fosse un tesoretto, cosa che potrebbe esserci se davvero, come si dice, attraverso i risparmi del Pnrr dovessero essere stati messi da parte diciotto miliardi di euro, la sua indicazione sarebbe di destinarlo all’iperammortamento? “Oggi le direi: investimenti ed energia devono andare di pari passo. Perché l’energia è una vera incognita, una questione di sicurezza nazionale, e stiamo perdendo aziende che se ne vanno. Non è un modo di dire, è una realtà”. Presidente, quanti danni ha fatto il trumpismo all’Italia? “Sicuramente c’è tanta instabilità. Dal punto di vista del disordine mondiale, tanti: instabilità compresa. Dal punto di vista pratico, se devo guardare i numeri, l’Italia ha dimostrato ancora una volta di essere più forte di come spesso racconta se stessa. Le faccio un esempio. L’anno scorso abbiamo fatto un più 3,2 per cento di esportazioni. Questo è il dato. Poi è chiaro che bisogna capire se quella crescita sia stata favorita dal fatto che gli operatori abbiano fatto scorte prima dell’annuncio dei dazi. Ma, a oggi, il totale dell’export italiano verso gli Stati Uniti non è andato male. Quello che ci ha fatto più male, sul lato europeo, è il cambio euro-dollaro. Oggi siamo a 1,16. E’ lì che bisogna intervenire”. E come? “Puntando a un mercato unico dei capitali europeo. E, di nuovo, puntando ad avere più strumenti comuni: più integrazione finanziaria, più capacità di fare debito comune, più forza dell’euro. E’ lì che si gioca una parte importante della competitività europea”. Il governo, come avrà visto Orsini, vive una fase di disordine. In che modo Confindustria si aspetta che vengano vissuti i prossimi mesi di legislatura? “Io credo che serva un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare, e in gran parte derivano anche dal contesto internazionale. Quello che ci circonda è difficile. Oggi bisogna mettersi a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini”. In sintesi: evitare tentazioni elettoralistiche? “Guardi, la stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità oggi non può essere messa in discussione. Abbiamo davanti sfide colossali. E dobbiamo andare avanti lavorando tutti in modo responsabile. Oggi le necessità dell’industria non hanno più tempo. Dalla legge di Bilancio in poi abbiamo apprezzato molto il lavoro fatto insieme: abbiamo apprezzato l’impostazione strutturale sugli investimenti, il fatto che si sia parlato seriamente di energia, che si sia parlato seriamente di Piano casa. Però ora serve mettere a terra tutto e serve farlo in fretta. Anche perché dobbiamo sapere quello che abbiamo davanti. Gli scenari, come quelli elaborati dal nostro Centro studi, sono tre, se si parla di guerra. Se il conflitto si chiude in quattro settimane, restiamo più o meno dove siamo: la grande botta non la prendiamo, faremo una crescita attorno allo 0,5 per cento, non è il nostro scenario ideale ma il sistema europeo nel complesso regge. Con una guerra di quattro mesi, invece, siamo in stagnazione, che significa essere bloccati. Con una guerra di nove mesi, c’è un rischio serio di declino, soprattutto per l’impatto sul costo dell’energia. Discontinuità, oggi, significa velocità, efficienza, prontezza. Noi siamo pronti. Le imprese sono forti ma non possono aspettare in eterno”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.