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dodici ore di logoramento

Santanchè, orgoglio e pregiudizio. Le dimissioni della ministra

Salvatore Merlo

“Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. La resistenza, la trattativa, le telefonate. E Giorgia Meloni che friggeva

Alla fine si è dimessa. Lo ha fatto in serata, quando i palazzi si svuotano e le notizie cadono nel momento giusto per non fare troppo rumore. Lo ha fatto dopo una trattativa – perché anche le dimissioni, in Italia, si negoziano – e dopo aver tenuto il governo in stallo per ore, in un conflitto tra “orgoglio” e “pregiudizio”, in quello che probabilmente resterà come uno degli episodi più intricati della storia recente di Fratelli d’Italia: una ministra che resiste, che non obbedisce, che costringe il presidente del Consiglio ad “auspicare” pubblicamente quello che avrebbe dovuto ottenere con una telefonata. Ma anche una ministra che dice “perché devo pagare io la sconfitta refendaria?” e poi in una lettera pubblica rivolta al capo del governo aggiunge: “Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. Daniela Santanchè si è dimessa. Ma lo ha fatto a modo suo. La condizione, pare, è la ricandidatura. Una garanzia, un’assicurazione sul futuro, qualcosa che le consenta di uscire dal governo senza uscire dalla politica, una forma di immunità per i guai giudiziari. Chi le è vicino lo dice con la soddisfazione di chi ha strappato un buon contratto. Chi le è lontano, e dentro Fratelli d’Italia ce ne sono molti in queste ore, scrolla le spalle e dice che le promesse fatte nel momento del bisogno hanno la consistenza della nebbia di marzo. “Vedremo”, dicono. E nel “vedremo” c’è tutto.

In un tripudio di “vado avanti” e “mi sfiducino pure”, mormorato al telefono o consegnato alle chat con gli amici lunedì sera, in un rosario di mezze allusioni e quasi minacce, di “vengo in Aula a parlare” e di più cauti “non ho fatto niente di male”, per quasi dodici ore nessuno sembrava avere la forza politica di imporre le dimissioni a Daniela Santanchè. Giorgia Meloni mandava emissari, diplomatici, ambasciatori e persino metaforici sicari, tutti respinti, anche Ignazio La Russa. E questo mentre la ministra del Turismo arrivava puntuale alle 10 del mattino nel suo ufficio in via di Villa Ada, come ogni giorno, al ministero, pettinata e truccatissima, e poi usciva alle 15 per pranzo inseguita dai cronisti di mezza Italia, con una normalità ostentata che era anche questo un gesto di sfida inaudito. “In Italia c’è così tanto autoritarismo fascista che il presidente del Consiglio non ha il potere di sostituire i suoi ministri”, diceva allora Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, che ovviamente è di Fratelli d’Italia: “Vedete che servirebbe il premierato?”. Ma poiché le dimissioni, soprattutto quelle che non vengono date, non misurano soltanto l’eleganza del dimissionando, ma misurano la grandezza politica e il prestigio di chi le chiede, il problema per il presidente del Consiglio stava diventando sempre più grosso, di ora in ora. Imbarazzante. “Se chiedi le dimissioni a ripetizione e non riesci a ottenerle abbassi un poco alla volta la soglia della tua autorevolezza, della tua credibilità e del tuo potere politico”, diceva l’ex ministro del Pd, Enzo Amendola. Gli uomini del centrosinistra, seduti in Transatlantico, alla Camera dei deputati, per un giorno intero hanno goduto come a uno spettacolo per le contorsioni e gli spasmi di una maggioranza che pure era stata apparentemente inscalfibile fino a lunedì scorso, fino all’esito infausto del referendum. Perché dentro Fratelli d’Italia, il partito in cui tutti adesso si muovono come piselli in scatola, la domanda che circolava sottovoce, nei corridoi di Montecitorio e nelle chat, non era più “quando si dimette” ma “perché Santanchè non si dimette”. E siccome i politici, quando non capiscono una cosa, tendono a immaginare la cosa peggiore e più intricata, le ipotesi si moltiplicavano con la fantasia barocca tipica dei momenti di crisi. Cosa nasconde Santanchè? Cosa teme che possa trovare, in quelle stanze di Villa Ada, un ministro nuovo che ci metta piede per la prima volta? Un ministero che ha gestito denaro, finanziamenti, bandi. E un ministero, soprattutto, che negli ultimi anni ha consumato i suoi dirigenti con una velocità inquietante – la segretaria generale Barbara Casagrande, il vicecapo dell’ufficio legislativo Michele Mongili, il primo portavoce Nicoletta Santucci, una pletora silenziosa di direttori generali che se ne sono andati o sono stati mandati via, in un clima che chi c’era dentro descrive come irrespirabile: si racconta addirittura, ma è certo una leggenda di corridoio, d’una rissa, a mani nude, tra l’ex segretaria generale e l’ex capo di gabinetto. Ipotesi, contorsioni logiche, dietrologismi, il vero, il falso e il verosimile che si fondono.

Quel che è certo è che prima di arrendersi, Santanchè aveva passato ore al telefono. Chiamava gli amici, uno per uno, come si fa quando si cerca conferma di una decisione già presa e invece si trova qualcuno che dice l’opposto. “Che ho fatto di male”, chiedeva. “Non c’entro niente col referendum”. Gli amici, quasi tutti, le dicevano la stessa cosa: devi dimetterti, Daniela. E lei: “Abbiamo fatto una scelta garantista col Sì, e su di me si prende una decisione manettara”. E c’era in lei, anche, forse, qualcosa di più viscerale, sanguigno, caratteriale. Santanchè nei momenti di pressione non si piega, si irrigidisce. E si è sempre vantata, in trent’anni di politica, di avere una fermezza che molti colleghi maschi non hanno. E’ pur sempre la Pitonessa, che ai tempi del Pdl e di Berlusconi, diceva “adesso so che regalo fare ad Angelino Alfano: le palle... per l’albero di Natale”. E allora non era disposta a vedersi trattare da capro espiatorio, da variabile di aggiustamento in una crisi che giudicava non sua, da pedina sacrificabile nel momento in cui il gioco si faceva difficile. L’orgoglio di Santanchè contro il pregiudizio di Meloni. Ammesso che fosse soltanto orgoglio.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.