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a urne chiuse
Quanto hanno pesato i “nì” al referendum della società civile vicina a Meloni
La mobilitazione di Cgil, Anm e artisti per il No. La timidezza di Coldiretti, Confindustria e gli altri. Bilancio
Da una parte Confindustria, Cisl e Coldiretti che si sono tirati fuori dalla competizione referendaria. Dall’altra Anm, Cgil e Nazionale Cantanti (indico così il variegato mondo dello spettacolo) che invece hanno motivato e animato il fronte del No. Sta anche in questa opposta postura delle due società civili una delle chiavi del risultato delle urne dell’ultimo weekend. Confindustria, Cisl e Coldiretti di fronte al quesito sulla giustizia se la sono cavata, a tre giorni dal voto, con uno striminzito comunicato – firmato assieme a Confcommercio, Confartigianato e Confagricoltura – che invitava gli italiani a votare. Un comunicato forse ispirato dalla suggestione diffusa dai sondaggisti che una maggiore partecipazione al voto avrebbe favorito il Sì ma certo troppo poco per giustificare una politica di scambio che le tre organizzazioni avevano imbastito con il governo Meloni. La Coldiretti lungo un’ampia fase della legislatura è stata sicuramente la rappresentanza sindacale più vicina a Meloni, organizzando anche con lodevole tempismo la prima uscita pubblica della vincitrice delle elezioni (come simmetricamente ieri ha fatto Maurizio Landini con i leader del campo largo). Successivamente ha guidato ogni mossa e scelta del ministro Francesco Lollobrigida e ha anche avanzato la candidatura del suo presidente Ettore Prandini a possibile futuro governatore della Lombardia. Con la Cisl Meloni ha stretto un patto di ferro in funzione anti-Cgil. Ha addirittura portato nel governo con compiti di plenipotenziario per il Sud l’ex segretario Luigi Sbarra (con che risultati?) e ha fatto approvare la legge-bandiera della Cisl, quella sulla partecipazione d’impresa inizialmente promossa con una raccolta firme di iniziativa popolare. Tanta concordanza ha prodotto che la Cisl si sia schierata contro gli scioperi generali politici di Maurizio Landini e poco altro però. Al momento del referendum sulla giustizia il sindacato bianco non si è fatto coinvolgere, ha recitato le solite giaculatorie sulla partecipazione e non ha mobilitato le sue strutture a favore del Sì come Meloni avrebbe in cuor suo desiderato. Il tutto senza che ci fosse stato nessun casus belli tra palazzo Chigi e Via Po. Come invece era capitato con la Coldiretti che non hai digerito il Sì al Mercosur che l’Italia ha convintamente pronunciato a Bruxelles (a differenza della Francia).
Infine la Confindustria. Quella tra Meloni e il presidente Emanuele Orsini è stata in questo scorcio di legislatura una vera abbinata che ha mutato il tradizionale posizionamento degli industriali che pur non essendo stati mai anti-governativi a prescindere avevano un passato di presidenze che avevano tenuto una distanza con palazzo Chigi. Orsini, andando probabilmente incontro a una sensibilità di Meloni, ha anche centralizzato l’organizzazione togliendo protagonismo alle strutture territoriali che in passato avevano dato prova di maggiore autonomia. Ma in dirittura d’arrivo quando un appoggio confindustriale avrebbe giovato al “Sì” da Viale dell’Astronomia è arrivato solo quel comunicato striminzito. Eppure una parte della base confindustriale sarebbe stata orientata verso l’approvazione della riforma Nordio già di per se, se non altro per un’atavica distanza dalla magistratura rafforzata dagli exploit delle procure sia nel caso Ilva sia nella versione milanese del pm Paolo Storari che ha bastonato le griffe della moda e i big della consegna del cibo a domicilio. Ma Confindustria non ha voluto correre il rischio di perdere come accaduto nel 2016 con Renzi. Scelta prudente, troppo secondo alcuni osservatori, che alla fine si è rivelata giusta per evitare di essere travolti dai No ma che sicuramente non è piaciuta alla premier.
Ma perché tanta consonanza almeno delle tre organizzazioni non ha portato armonia nella scelta più difficile? Chi conosce le pene dell’industria cita il ministro Adolfo Urso e la sua decrescente popolarità presso i confindustriali. Chi segue i tavoli sindacali di palazzo Chigi rimanda alla pervicace volontà di Meloni di invitare rappresentanze imprenditoriali minori e inesistenti sul territorio o addirittura rei di firmare contratti-pirata (l’ultima volta Confindustria e persino la docile Confcommercio si sono rifiutati di sedere allo stesso tavolo con le associazioni del dumping). Ma forse più in generale bisognerebbe dire che Meloni non possiede una vera cultura dello scambio, ha l’idea di un suo rapporto diretto con la Nazione e le effusioni con i corpi intermedi sono pura diplomazia per non averli come nemici. Non è un caso che siano schierati contro di lei (minacciando addirittura lo sciopero) i sindacatini autonomi dei dipendenti di palazzo Chigi. Quanto poi la corsa a occupare posizioni giudicate chiave con personaggi graditi a FdI (come il vicepresidente di Confindustria Fabrizio Bianchi e il portavoce del Forum del Forum del Terzo Settore con Giancarlo Moretti) è uno esercizio fine a sé stesso. Tante poltrone, zero policy. Sull’altro lato della barricata la società civile del No si è dimostrata più compatta e incisiva. Landini che pure ha portato l’unità sindacale in un vicolo cieco, ha perso il referendum sul lavoro e ha sprecato una batteria di scioperi generali, lunedì sera faceva da padrone di casa a piazza Barberini alla festa della vittoria del No. E’ vero che il segretario ha schierato la sua organizzazione con i magistrati ma l’impressione che ha dato è stata quella di voler posizionare la Cgil dentro il processo di formazione del campo largo. Gli obiettivi possono essere due: recitare il ruolo di kingmaker tra Elly Schlein e Giuseppe Conte in virtù dei voti che il sindacato potrebbe riversare sui gazebo e in parallelo condizionare il programma della coalizione sui temi economico-sociali e non solo. Sul versante giudiziario poi c’è l’Anm che forte del traino che ha esercitato nel referendum avrà sicuramente modo e spazio per scriverlo quel programma sulle materie che la coinvolgono direttamente. Landini e l’Anm, a differenza di Orsini e Fumarola, hanno grande consuetudine di presenza nei talk show, sono amati dai vari conduttori e quindi avranno ampia possibilità di parlare non solo ai propri iscritti ma anche all’universo degli elettori. Chiude la rassegna dei “poteri forti” del campo largo quella che abbiamo chiamato la Nazionale Cantanti. Le Mannoia, i Sorrentino, i Gifuni, i Germano, i Gassmann che hanno supportato il No e hanno portato il loro contributo alla causa. Sono una falange compatta e soprattutto senza nessun contraltare interno al proprio mondo, come annotava qualche giorno fa Antonio Polito su X alla vana ricerca di “un comico, un cantante o un attore che faccia campagna per il Si”.