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l'editoriale del direttore
L'analisi del vuoto è più importante dell'analisi del voto. I tre No che Meloni deve imparare a dire
Tagliare i rami secchi della maggioranza e allontanare gli irresponsabili (ne manca uno), riportare il melonismo alla stagione più di lotta che di governo e allontanarsi dall'agenda Maga riportando al centro quella europea. Ecco cosa può insegnare l'esito negativo del referendum alla premier
Le analisi del voto, del voto referendario, sono lì tutte di fronte a noi e c’è poco da aggiungere a quello che abbiamo già visto e raccontato. Le regioni di centrodestra che si ribellano al centrodestra, la maggioranza che cerca di trovare un modo per voltare pagina, il centrosinistra che si galvanizza, il processo al melonismo che si apre, il nord produttivo in cerca di un interprete che non c’è e i magistrati più ideologizzati che trasformano la vittoria del No in una legittimazione del governo dei giudici. L’analisi del voto è andata, lo sappiamo, ma quello che, a due giorni dalla batosta referendaria, può avere un senso mettere a fuoco è un’altra analisi che non riguarda il voto che si è manifestato, ma riguarda il vuoto che è emerso. Ci sono sconfitte che possono generare isteria, in politica, e altre sconfitte che possono insegnare qualcosa, alle leadership. E se c’è una lezione che Giorgia Meloni potrebbe trarre dalla vittoria del No al referendum costituzionale è proprio la capacità di trasformare i No, nella sua quotidianità, in uno strumento utile a segare i rami secchi della sua maggioranza. I No che servirebbero urgentemente alla presidente del Consiglio per affrontare i prossimi dodici mesi di legislatura (segnarsi per le elezioni la primavera del 2027, con le amministrative) sono invece lì di fronte ai nostri occhi e sono tendenzialmente tre.
Il primo No riguarda un tema politico dirimente, coerente con un elemento centrale della campagna referendaria: la responsabilità. Meloni, meritoriamente, ha insistito molto sulla necessità di avere un sistema giudiziario in grado di punire i magistrati che sbagliano. Lo stesso non poteva non accadere e non potrà non accadere all’interno del suo governo. Dove gli errori, se non sanati, trasformano le colpe di un singolo nelle colpe di tutti. Ieri, con ritardo, Meloni ha chiesto al capo di gabinetto del ministero della Giustizia, la dottoressa Giusi Bartolozzi, di farsi da parte, dopo aver offerto al fronte del No un assist facile con le sue frasi sul plotone d’esecuzione dei magistrati: i capi di gabinetto proteggono i ministri, non li espongono a figuracce. Allo stesso modo, ieri è stato fatto dimettere il sottosegretario Andrea Delmastro, che meritava di essere accompagnato alla porta ben prima della storia della partecipazione alla società con la figlia diciottenne di un imprenditore sospettato di essere un prestanome di un clan mafioso: potremmo ricordare a Meloni che un uomo di governo che sostiene di provare “gioia nel non far respirare detenuti su auto di polizia” andava preso a calci nel sedere seduta stante. Allo stesso modo, dopo questi saggi no, ai quali potrebbe aggiungersi un arrivederci anche a Santanché, non si capisce cosa aspetti Meloni a trovare un ministro più adatto di Adolfo Urso a gestire uno dei ministeri più importanti del paese e, se la premier è spesso costretta a fare tutto da sola, è anche perché in alcuni posti cruciali ha scelto di fare a meno di figure in grado di essere per il governo un valore aggiunto.
I No che a Meloni potranno tornare utili, nei prossimi mesi, sono anche altri, naturalmente. Sono i No che dovrà provare a dire a tutti coloro che cercheranno di trasformare il finale di legislatura in un assalto alla diligenza, in un marchettificio permanente, in un tentativo di riportare le lancette del melonismo alla stagione più di lotta che di governo. E sono infine i No che serviranno per continuare a fare quello che ha tentato di fare in questi mesi: evitare di farsi schiacciare dal trumpismo, avvicinarsi all’agenda europea, provare ad avere una sua linea in Europa, allontanarsi dall’agenda Maga e tentare di allargare la propria base senza cedere alla tentazione del ritorno al tribalismo politico. Le sconfitte possono insegnare qualcosa. E iniziare a dire dei No, anche per Meloni, può aiutare a capire che differenza c’è tra un voto elettorale da comprendere e un vuoto politico da riempire. Andare avanti, grazie.