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Il racconto del terrore

Il plotone d'esecuzione di Meloni. Ora la premier chiede anche la testa di Santanchè

Carmelo Caruso

Dopo l'addio di Delmastro e Bartolozzi, in un pomeriggio si tirano le somme di tre anni e mezzo di un governo che sembrava invincibile. È l’ora della necessaria crudeltà da parte della presidente del Consiglio

Roma. In Francia lo chiamarono Il Terrore. Si fucila, si ghigliottina. Rotolano due teste e Meloni vuole la terza, la esige: è la testa di Daniela Santanchè. Si dimettono insieme Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. Meloni con una nota chiede quella della ministra del Turismo: si dimetta. Raccontano di una Meloni che “caccerebbe almeno sei ministri”. E’ sconvolta, si definisce “stanca e scoraggiata di avere a che fare con incapaci”. Nordio si riunisce con Delmastro e Bartolozzi al ministero mentre le agenzie battono la notizia delle dimissioni. Sono scene drammatiche. Bartolozzi si chiude nella stanza di Nordio. Si fucila la protervia, l’arroganza. Si fucila. 

In un pomeriggio si tirano le somme di tre anni e mezzo di un governo che sembrava invincibile. A Chigi, Fazzolari e Meloni decidono che servono teste, che per giustizia, serietà e rigore, si deve dare la prova che in FdI che non esistono impuniti, “nessuno è intoccabile”, così come si è rimproverato ai magistrati. Sembra un quadro: è la Medusa di Caravaggio. Viene convocata una riunione d’urgenza a via della Scrofa, sede di FdI, con Delmastro, Giovanni Donzelli e Arianna Meloni. Sono loro due a farsi carico di questo difficile passaggio. Nelle stesse ore Meloni vuole anche la testa di Santanché, che è stata fischiata a Pontida, ma la Santanché resiste come si dice abbia provato a resistere Delmastro, a trattare. C’è un’altra versione, la più umana, di chi vede la casa crollare: “Delmastro ha lasciato spontaneamente perché umanamente distrutto”. L’incubo è che escano audio, intercettazioni del sottosegretario, il suo nome pronunciato da mafiosi anche solo per vanteria. Si temono perquisizioni. Si temono lacerti di conversazioni scaraventate in commissione Antimafia, la commissione guidata da Chiara Colosimo, altra esponente di FdI, che si troverebbe nell’imbarazzante condizione di fare da arbitro. Si accelera per evitare a Nordio di presentarsi in Aula, per il Question Time, oggi, e dover parlare del caso Delmastro. Salta la comunicazione di Chigi, i telefoni rimangono spenti, si riparla di Gianmarco Chicci, direttore del Tg1, per rafforzare la macchina di governo, salta anche la logica. Nordio va in televisione e si assume la responsabilità politica ma è una dichiarazione sgradita a Meloni perché rischia di passare come un addio, le dimissioni. Accade di tutto in una manciata di ore. Si incardina la legge elettorale, prevista per martedì prossimo, per disinnescare il malcontento della Lega, che è chiamata a votarla, come tutti, ma a scrutinio segreto. La Lega rimprovera Forza Italia perché mancano i voti di due regioni a loro guida, Calabria e Sicilia. FdI pensa che la Lega non si sia battuta perché la riforma era una riforma di Marina Berlusconi.

 

Per dare una ragione alla sconfitta entra di tutto. Entra la Rai, che avrebbe fatto pochissimo, entra Mediaset che a urne aperte, durante la trasmissione 4 di sera, faceva una puntata di antitrumpismo spinto. Nordio che ha tradotto in Italia i testi di Anatole France direbbe con un suo titolo “Gli Dei hanno sete”. Meloni ha sete. Serve una testa anche per Luca Toccalini, il segretario della Lega giovani, che dice: “Nordio deve restare, ma Delmastro come si fa a difenderlo?”. Andrea Orsini, che ha scritto per una vita i testi di Silvio Berlusconi, con la sua voce tiepida pensa che “Delmastro è l’emblema di una classe dirigente impresentabile”. Non è solo una sconfitta. E’ peggio. Si cercano colpevoli anche all’estero. Si esternalizza la ferocia. Paolo Barelli è convinto che “se non ci fosse stato Trump, le bollette e l’Iran, si vinceva di 10 punti, come minimo”. E’ una sciagura Trump, che a tarda sera dichiara: “Abbiamo vinto la guerra, il regime è cambiato”, ma i conti si fanno in cortile, in Italia.

 

Lascia per prima Bartolozzi ma è così altera che si consente il lusso di dare lei la notizia alle agenzie, così come aveva dato quella della sua indagine. Al suo posto di capo di gabinetto dovrebbe andare un funzionario mite come Antonio Mura, capo del legislativo. Pochi minuti dopo lascia Delmastro con un comunicato di “irrevocabili dimissioni. Ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità”. Lasciano i coniugi Macbeth di via Arenula ma il vero panico è quando si viene sapere che Bartolozzi si è chiusa in stanza con Nordio, si dice, per farlo dimettere. Circola l’indiscrezione che anche Nordio possa lasciare, ma viene smentita: “Falso”. Lui resta. Dov’è la terza testa, di Santanchè? Mai Meloni è stata così violenta. Mai. Con una nota di Palazzo esprime apprezzamento per la scelta di Delmastro e di Bartolozzi e “auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè”. Il cielo non ha più pareti e a Santanchè non basta più la protezione di Ignazio La Russa. E’ il primo sgarbo di Meloni a La Russa. Cosa c’è di più crudele che consegnare alla piazza, alla nota, la testa di Santanché? E’ lei lo scalpo grosso. Finora la sola grande dimissione è stata quella di Sangiuliano e poi tre sottosegretari (Montaruli, Sgarbi, e oggi Delmastro). E’ l’ora della necessaria crudeltà, consegnare al popolo corpi per soddisfare il corpo elettorale. Si fucila. Si fucila.

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio