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Il colloquio

Cruciani: “Senza una svolta Meloni rischia di diventare l'anatra zoppa di cui parla Renzi. Ne cacci altri”

Salvatore Merlo

"Per la prima volta in tre anni la premier ha scoperto che si può perdere su qualcosa che ha voluto lei. Ha capito che può perdere”, dice il conduttore della Zanzara. "Serve il colpo d'ala. Fare piazza pulita di alcuni che le stanno attorno. Non ci sono soltanto Bartolozzi e Delmastro. Santanché? Anche”

“Serve il colpo d’ala. Senza un colpo d’ala il galleggiamento porterà Giorgia Meloni inevitabilmente a perdere anche le elezioni”. Giuseppe Cruciani non fa pause tra una frase e l’altra. La Zanzara di Radio 24 ha già deciso dove vuole arrivare, e ci arriva diretto. Il colpo d’ala, appunto. Ma cosa significa? “Significa tre cose. Prima cosa: le tasche degli italiani, ma non con le mancette, con quattro soldi pubblici buttati nel cesso. I voti non si comprano. Il voto d’opinione conta di più di quello clientelare, come dimostra anche questo referendum. Bisogna intervenire sul fisco. E va fatto adesso. Seconda cosa: la sicurezza e gli extracomunitari. Sono i temi per cui Meloni è stata eletta, sono i temi su cui gli italiani aspettavano risultati e i risultati non ci sono. Anzi, nel mezzo di una campagna elettorale ha annunciato una sanatoria per cinquecentomila immigrati”. La terza cosa qual è? “Fare piazza pulita di alcuni che le stanno attorno. Non ci sono soltanto Bartolozzi e Delmastro”. Santanché? “Anche”.

 

E insomma, dice Giuseppe Cruciani, “nell’ultimo anno prima delle elezioni bisogna fare come in America. Le cose impopolari andavano fatte prima, adesso bisogna fare cose popolari. Bisogna mettersi l’elmetto”. Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi si sono dimessi ieri sera. “Ecco, appunto. Questa è la terza cosa. Ed è forse la più urgente: la zavorra. Ci sono situazioni, anche altre, intorno a Meloni che lei tiene in piedi per ragioni di equilibrio interno, di fedeltà, di rapporti di partito. Tutte cose comprensibili. Ma se lei pensa, come credo che in effetti lei pensi, che queste cose l’abbiano danneggiata, allora è il momento giusto per tagliare”. Zac. Via. “Senza rimpianti”. Ma a chi ti riferisci? “Non mi va di fare elenchi di nomi. Sono sgradevoli”.

 

Cruciani si è convinto di tutto questo guardando il risultato del referendum. Un voto che, dice, non ha avuto nulla a che fare col merito della riforma. Sulla quale lui, peraltro, non si è mai sperticato. “Era un voto politico puro. E lei ha offerto alla sinistra disorientata esattamente quello che aspettava: una ragione per unirsi, la chiamata alle armi contro il fascismo, contro l’autoritarismo, contro quelli che prendono tutto e vogliono profanare la Costituzione più bella del mondo. La sinistra si alimenta di minacce, reali o costruite”. La sinistra si è mobilitata, la destra un po’ meno? “Se non riesci a mobilitare i tuoi fino in fondo è perché ti vogliono dare un segnale. E il segnale è arrivato”. Il segnale dice una cosa precisa, secondo Cruciani: “Comincia a mancare la fiducia nel fatto che le cose possano cambiare con la Meloni. Ed è esattamente quella fiducia – quella che tre anni e mezzo fa l’ha portata a Palazzo Chigi – l’unica cosa che vale la pena riconquistare. Non con le cabine di regia. Non con una legge elettorale confezionata su misura. Con un colpo d’ala. Che significa anche liberarsi dal peso di Donald Trump. Non offrire più la possibilità a persone come Milena Gabanelli di dire e pensare che il governo si mette a ‘novanta gradi’ davanti al presidente degli Stati Uniti”. La domanda è dove trovare le risorse, personali, psicologiche e politiche per farlo, il colpo d’ala. Quella del referendum di domenica e lunedì è stata la prima vera sconfitta di Meloni in quasi quattro anni. Un fatto nuovo, anche per il presidente del Consiglio. E qui Cruciani cambia leggermente registro. Non abbassa la voce, ma rallenta. “Sul piano psicologico lei è preparata, perché ha la sconfitta nel sangue. Nasce in un mondo di sconfitti”. La comunità dei vinti, diceva Andrea Augello, intellettuale e politico tra i più acuti del Msi e poi di An.

 

“Chi l’ha sentita nelle prime ore dopo il risultato dice che era sotto un treno. Ed è ovvio che sia così”, dice Cruciani. “Per la prima volta in tre anni ha scoperto che si può perdere su qualcosa che ha voluto lei, non su una scadenza già prefissata. Ha capito che può perdere”. Ma è quello che viene dopo lo choc iniziale che conta. “Lei viene da anni nelle sezioni, quando stare lì dentro significava già sapere come sarebbe finita la serata. E’ abituata a stare in minoranza, è abituata a essere sconfitta, è abituata a tirare fuori nel momento peggiore le sue armi migliori. E le sue armi migliori sono quelle di chi viene dal nulla e non ha lobby da proteggere”. Tutto questo, per Cruciani, serve a scongiurare uno scenario preciso. Lo formula citando Matteo Renzi, cosa non frequentissima, e lui lo sa. “Quello che dice Renzi è in parte vero. C’è il rischio dell’anatra zoppa: che si trascini per un anno, che offra al nemico tutte le armi possibili per abbatterla definitivamente. E non basterà la legge elettorale che cercherà di confezionare per uscirne viva. Se non c’hai il paese dietro, se al paese non offri un sogno, non basterà. Non basta più dare la responsabilità ai magistrati rossi, alla sinistra che li ha fatti entrare. Queste sono cose che pesano, alla fine”. Si ferma. Poi, di nuovo: “Un colpo d’ala. Capito?”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.