(foto Ansa)
nelle urne
La sinistra che ha detto sì al referendum
Per coerenza con il proprio passato. Perché “questo non è un voto politico” e gli allarmi per una deriva autoritaria sono infondati. Perché è una riforma giusta. Venti voci fuori dal coro dell’opposizione
Votare Sì da sinistra, senza sentirsi una specie di cavallo di Troia del governo Meloni. Votare Sì da sinistra dopo aver girato le piazze, guidati da Augusto Barbera, già presidente della Consulta, ex ministro e parlamentare Pci-Pds, e dal costituzionalista dem Stefano Ceccanti. Gli esponenti della “Sinistra per il Sì” difendono una scelta che a loro non pare blasfema (anzi) con – tra gli altri – l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia e l’ex ministro della Giustizia socialista Claudio Martelli. “Votando Sì adempiamo a un dovere di coerenza”, dice Giovanni Pellegrino, avvocato ed ex senatore Pci-Pds: “Non vedo perché avrei dovuto cambiare idea, visto che questa era la nostra idea già nella Bicamerale di Massimo D’Alema. Né ho bisogno di modificare una scelta fatta allora solo per far dispetto a Giorgia Meloni”.
Si addentra nel percorso avviato a quei tempi Claudio Petruccioli, a lungo parlamentare Pci-Pds-Ds e presidente Rai dal 2005 al 2009: “Fin dall’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, nel 1989, con l’introduzione del sistema accusatorio, si pensava che fosse necessario, per rendere effettivo il passaggio, procedere anche in direzione della separazione delle carriere. E quell’impressione ci è stata confermata nel ’99, con l’introduzione in Costituzione, a larghissima maggioranza, del principio del giusto processo, all’articolo 111. E allora oggi, di fronte a qualsiasi obiezione di natura politica, non riesco a far passare in secondo piano questa convinzione: la vittoria del No sarebbe una messa in mora dell’articolo 111”. C’è chi dice “non voglio votare come Giorgia Meloni”. Petruccioli ricorda che, anche in passato, alcuni referendum – divorzio, riforma elettorale – hanno fatto emergere “la distinzione tra sinistra riformista e sinistra estremista e contraria al riformismo”.
In questi giorni tanti amici gli hanno detto: “Hai ragione nel merito, ma non voglio fare in modo che si rafforzi Giorgia Meloni”. Petruccioli ha risposto: “Io resto per il Sì anche se non posso impedire che Meloni legga il mio voto come vuole. Come non posso impedire, in caso di affermazione del No, che la sinistra lo interpreti come preludio a una sicura vittoria elettorale alle Politiche. Sarebbe un gravissimo errore. Se hai votato No contro Meloni, e vuoi proprio dare un significato politico al tuo voto, allora dovresti pensare che questo voto verrà utilizzato per avvalorare l’inverosimile e catastrofica alleanza Pd-M5s-Avs”.
“Il ddl Nordio è in linea con il garantismo ex Pci-Pds-Ds”, dice l’ex ministro del Lavoro nel governo D’Alema Cesare Salvi, ex parlamentare Pci-Pds-Ds che nel ’99, ha messo la propria firma alla proposta di legge che ha portato all’introduzione del giusto processo. L’allarmismo di oggi pare a Salvi “decisamente fuori posto”: “Capisco che il modo in cui la riforma è stata portata avanti, senza confronto, possa aver suscitato ostilità”, dice, “ma ho sentito addirittura dire che si sta realizzando il piano di Licio Gelli. Non diciamo stupidaggini. Nel piano della P2 era prevista la sottoposizione del pm al controllo del ministro della Giustizia e del Csm a quello del Parlamento. Nel testo odierno non c’è nulla di tutto questo”. Anche sul principio del sorteggio le critiche a sinistra sono state molte, ma Salvi non condivide neanche quelle. “Il Csm, secondo la Costituzione, ha funzioni prevalentemente amministrative. Tutti i magistrati, quindi, a mio avviso, avrebbero la competenza per decidere in seno a quell’organismo, visto che nella loro attività ordinaria si occupano di questioni molto più complesse: un pm può arrestare una persona; un giudice può decidere su controversie di valore miliardario. Quello del Csm, insomma, mi pare l’unico caso adatto al vecchio slogan di Beppe Grillo dell’uno vale uno”.
L’ex ministro dell’Interno nel governo Gentiloni Marco Minniti, oggi presidente di Med-Or Italian Foundation, pensa che questa riforma sia “un passo in avanti” che rende “l’Italia più moderna, più europea e più sicura”, oltre a permettere di “infrangere il potere del correntismo”. Anche il Sì di Minniti rimanda alla riforma Vassalli: “Il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio fu il crollo di un piccolo muro di Berlino italiano”. L’ex ministro individua nella riforma “una spinta europeista” che “avvicinerebbe la nostra giustizia ai valori e ai princìpi di fondo dell’Europa, alle garanzie di tutela dell’individuo. In un contesto internazionale come quello attuale, avere un riferimento comunitario è un elemento di forza, non di debolezza”.
Esprimendo la sua preferenza per il Sì a titolo personale, Paolo Pombeni, storico, politologo e direttore della rivista Il Mulino, pilastro della sinistra bolognese, invita a riflettere sul concetto di divisione dei poteri (“non significa contrapposizione di poteri e neanche concorrenza tra poteri, perché il potere, tecnicamente, è uno solo: quello dello stato, affidato a organismi diversi per evitare il rischio di totalitarismo”) e su quello che significa autonomia e indipendenza della magistratura (“la magistratura non può essere eterodiretta”, dice, “deve autodirigersi in base ai compiti che svolge, anche se sarebbe poi da evitare quello che io chiamo ‘rischio di ritorno dell’Inquisizione’”). Nel giorno del voto, Pombeni spera che i vincitori, chiunque siano, “non si schierino in assetto di annientamento dell’avversario. Significherebbe mandare a rotoli il paese, in un momento internazionale delicatissimo”.
Da un altro ex ministro dell’Interno ed ex sindaco di Catania come Enzo Bianco arriva una spiegazione articolata del voto per il Sì: “Parto da una considerazione elementare che purtroppo alcuni sottovalutano”, dice Bianco: “Si tratta di un referendum, non di un’elezione politica. Dovremmo porci una semplice domanda: siamo soddisfatti, oggi, del funzionamento della giustizia nel nostro paese? Beh, a me pare che l’ordinamento giudiziario sia gravato da problemi delicati e in alcuni casi gravissimi. Mi riferisco, ad esempio, alla durata dei processi: su questo la legge non interviene in modo specifico, ma con la vittoria del Sì ci sarebbero comunque effetti indiretti positivi. Soprattutto, c’è confusione di ruoli tra magistratura inquirente e giudicante, e questo può portare a far assumere al giudice posizioni influenzate dalla vicinanza con il pm”. Altro aspetto grave (forse il più grave per Bianco) il ruolo che hanno assunto le correnti tra Anm e Csm: “Se vuoi fare carriera e scegliere di andare in un posto piuttosto che in un altro, la decisione è presa sostanzialmente all’interno delle correnti. Il sorteggio non è la soluzione migliore in assoluto, ma è il male minore. E lo dico avendo vissuto le conseguenze del malfunzionamento del sistema: da qualche settimana sono stato completamente assolto da un’ipotesi di reato in un processo durato sette anni fino al primo grado, dov’ero accusato di un qualcosa che ho fatto fatica a capire: la turbativa d’asta per il trasferimento di un assessore che doveva insegnare Storia del diritto romano. Se costui poteva insegnare Storia del diritto romano alla facoltà di Lettere o solo alla facoltà di Giurisprudenza, che cosa c’entra con la turbativa d’asta? Non l’ho ancora capito. E si badi che sono stato assolto non da questo reato, ma da un altro reato che nessuno mi aveva mai contestato: l’abuso d’ufficio (motivazione poi addotta: l’abuso d’ufficio era stato eliminato). Per non ammettere il torto, quindi, hanno detto che sono stato assolto da una cosa che non esiste”. A sinistra c’è chi ha paura delle eventuali “derive autoritarie”: “Non vedo segnali di questo tipo, anche se nel centrodestra qualche figura un po’ bislacca e leggera sicuramente c’è”, dice Bianco, “ma mi permetto di ricordare che al Quirinale siede una persona di straordinario livello, Sergio Mattarella, e questo è una garanzia assoluta”.
Francesca Scopelliti, storica compagna di Enzo Tortora, ex senatrice, in questi mesi ha girato le piazze con una maglietta su cui era stampato il volto del presentatore di “Portobello”. “Il voto per il Sì”, dice Scopelliti, “è importante per tutti quelli che hanno seguito con affetto la vicenda di Tortora, esempio plastico dei danni che può fare l’unicità delle carriere, metodo amato dal fascismo, basato sul rito inquisitorio e sul principio di colpevolezza. La riforma è molto semplice. Si chiede di rispondere a questi interrogativi: voglio un giusto processo? Voglio un giudice terzo e imparziale? Voglio un pm libero e indipendente? Ecco, se vuoi questo vota Sì”. Ci sono però anche quelli che dicono: siamo d’accordo, ma Giorgia Meloni potrebbe interpretare il responso delle urne come un via libera verso il premierato. “Il tema della giustizia non è di destra né di sinistra”, dice Scopelliti: “Enzo diceva sempre che pretendere una giustizia giusta è come pretendere l’acqua potabile e l’aria respirabile; sono beni fondamentali. E la giustizia è il valore più alto in uno stato di diritto. Questo non è un voto politico, e il Sì non è un favore a Meloni, tanto più che la premier ha detto che, comunque vada, lei resterà. Se si vuole combattere il governo, lo si faccia nel 2027. Intanto, però, non perdiamo l’occasione: i partiti passano, la Costituzione resta”.
Anche la riformista dem e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno vota Sì “perché questo è un referendum e non un’elezione politica”, dice: “E la separazione delle carriere non è una proposta che venga dal nulla. Ne dibattiamo da decenni”. Agli elettori di centrosinistra spaventati dalla possibilità di una deriva autoritaria, Picierno dice che questa “è una riforma perfettamente inserita nelle procedure democratiche di modifica costituzionale, come già avvenuto più volte nella storia repubblicana. Al di là del proprio orientamento basterebbe questo, ma purtroppo non basta. Prevale la reciproca delegittimazione, un tratto di immaturità del nostro sistema politico, sempre più polarizzato. Ogni occasione elettorale, oggi addirittura ogni confronto referendario, viene vissuto come l’ultima spiaggia per salvare il paese dalla barbarie. Ovviamente non è così e paghiamo questo continuo accapigliarsi sul nulla con la disaffezione al voto, in una spirale patologica di ricerca del consenso identitario e radicale. Poteva essere questa una buona occasione per rimettere in sesto un confronto tra le parti utile e civile. Così non è stato. C’è da augurarsi che lo possa essere l’esito, qualunque sia”.
Da Italia viva, la presidente dei senatori renziani Raffaella Paita ribadisce il suo sentirsi a casa in un partito dove il leader ed ex premier Matteo Renzi ha lasciato libertà di voto e vuole difendere le ragioni della sinistra garantista nell’esprimere il suo Sì a favore della riforma, anche nel rispetto della sua storia politica personale, a valle dell’assoluzione sulla mancata allerta per l’alluvione di Genova, dopo anni di titoli cubitali infamanti nel periodo in cui Paita era assessore alla Protezione civile in Liguria. “La sinistra ha il garantismo nel suo Dna”, dice, rammaricandosi però “per come è stata condotta la campagna elettorale, su entrambi i fronti”. Altro rammarico, per Paita, “non essere riusciti a farci ascoltare, in Parlamento, in direzione di un miglioramento del testo nelle parti che, a nostro avviso, non funzionavano, per esempio sul sorteggio dei laici. E credo sia stato un grave errore di Giorgia Meloni non aver accolto modifiche migliorative proposte dall’opposizione. Peccato, la riforma sarebbe stata più condivisa”. Dopodiché, di fronte alla scelta netta per il Sì o per il No, Paita, “nonostante tutti i limiti”, vota in coerenza con i suoi principi di garantista: “Per me”, dice, “si tratta di un percorso naturale che si inserisce nella storia del migliorismo e del riformismo di una parte della sinistra di provenienza Pci, percorso che si ritrova in varie piattaforme di riforma, a partire da quella tentata da D’Alema per finire in tutte le tesi congressuali riformiste all’interno dei vari partiti della sinistra democratica italiana”.
Il deputato renziano e radicale storico Roberto Giachetti dice invece Sì innanzitutto perché il Sì fa parte della sua “storia di radicale vissuto a pane e separazione delle carriere”. “Ricordo Marco Pannella, nel ’93”, dice Giachetti, “a un congresso delle Camere penali, intento a proporre di lavorare assieme a una legge sulla separazione delle carriere e per l’abolizione obbligatorietà azione penale. Battaglia che si radica nella necessità di completare un percorso che Giuliano Vassalli, ex partigiano, avviò nel 1988-89. Si fa inoltre finta di dimenticare che la parte conseguente della sua riforma fu la riforma costituzionale del ’99, una delle poche per cui non si andò a referendum. Motivo: fu approvata in Aula con una maggioranza bulgara. Ma già allora si sapeva di dover fare un altro passo di completamento: la separazione delle carriere. Poi si decise di soprassedere, ma la legge su cui siamo chiamati a votare oggi non è una cosa che cali dal cielo come un meteorite. E io penso sia giusto che l’arbitro, prima della partita, non vada a cambiarsi nello spogliatoio di una delle due squadre, ma lo faccia in uno spogliatoio a sé. Ricordo inoltre che quando mi sono candidato alla segreteria nazionale del Pd, nel 2019, quando si candidarono anche Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, nella mia mozione c’era la separazione delle carriere, ma anche in quella Martina, e che quella posizione fu tra l’altro appoggiata dall’attuale responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani”. Ma oggi, nel Pd, in molti temono successivi scivolamenti autoritari. “Per fortuna in questo paese ci sono molti poteri che possono limitare quest’eventuale tentazione, vedi la Corte costituzionale e il presidente della Repubblica”. Detto questo, a Giachetti la campagna referendaria è parsa talmente sguaiata da diventare surreale: “Abbiamo visto la maggior parte dei rappresentanti del Sì fare campagna per il No e quelli del No campagna per il Sì. Un’anomalia sconfortante – questa sì figlia del fatto che il percorso di questa riforma sia nato male: in Parlamento, per la prima volta nella storia delle riforme costituzionali, è stato portato in Aula un provvedimento blindato, senza dare possibilità di fare modifiche non soltanto a chi, dall’opposizione, era favorevole, ma neppure a chi voleva farlo dalla maggioranza”.
Lo storico ed ex deputato dem Andrea Romano invita a guardare indietro per un attimo: “E’ da oltre un quarto di secolo”, dice, “che la storia italiana è intossicata da un rapporto malato tra politica e magistratura. Non già per colpa della magistratura, ma essenzialmente perché parte della politica ha rinunciato alla propria funzione di rappresentanza e decisione delegando alla magistratura valutazioni e legittimazioni che in una democrazia solida e matura spettano alla politica. Questa riforma, nei limiti di una riforma e nonostante il colore politico dei proponenti, non può che essere sostenuta da coloro che hanno a cuore l’autorevolezza, la forza e la capacità di rappresentanza democratica della politica. Da coloro che auspicano che il confronto tra destra e sinistra non sia delegato alla magistratura (o che una parte politica sequestri i principi di moralità e superiorità morale), ma sia un confronto su soluzioni di governo anche radicalmente diverse ma definite democraticamente. E’ una riforma, in sostanza, che deve essere sostenuta da coloro che auspicano che l’Italia diventi una democrazia solida e matura. La controprova? La troviamo in una delle argomentazioni principali dei sostenitori del No. Anche in questi giorni Giuseppe Conte ha scritto e ripetuto che ‘il Sì rafforza la politica’, che lui evidentemente intende come un atto abominevole. Un’argomentazione definitiva per chi ritiene che sia ora di porre un argine agli abbondanti disastri provocati da un trentennio di antipolitica”.
La filosofa Claudia Mancina, ex parlamentare Pds-Ds, vota Sì “perché questa riforma aumenta le garanzie per i cittadini. E’ l’attuazione dell’art. 111 e il completamento del codice accusatorio, adottato su iniziativa di Giuliano Vassalli. Il codice accusatorio è proprio dei sistemi democratici, mentre quello inquisitorio, ereditato dal fascismo, è proprio dei sistemi autoritari. La separazione istituzionale delle carriere è necessaria per realizzare la terzietà, superando la vicinanza tra giudice e accusa. Due sono le riserve principali sollevate da chi si oppone alla riforma. La prima è l’idea che tale separazione, dividendo in due il Csm, porrebbe la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo. Ma il testo della riforma ribadisce con forza l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Dunque questa o è una menzogna, o è un processo alle intenzioni: in ogni caso un argomento del tutto infondato. La seconda riserva riguarda il sorteggio dei componenti dei due Csm. Il sorteggio ha lo scopo di spezzare il sistema correntizio che da tempo ha sfigurato la magistratura e intaccato seriamente la sua credibilità”. C’è chi dice: sono d’accordo con la riforma ma non voglio portare acqua al mulino di Meloni. “Anche se oggi è presentata dalla destra”, dice Mancina, “la separazione delle carriere è il punto d’arrivo di un percorso di sinistra. Ma oggi il Pd, con il cosiddetto campo largo, vi si oppone strenuamente, agitando la difesa della Costituzione di fronte a una supposta deriva autoritaria. In realtà, chi parla tanto di deriva autoritaria mostra di avere poca fiducia in quella Costituzione che dice di voler difendere. Agli elettori di sinistra dico di avere fiducia nella Costituzione e nella sua forza, che ha saputo includere nel suo perimetro anche chi, in origine, ne stava fuori. La Costituzione fu un atto di fiducia nella storia e nella nascente democrazia italiana. Non merita di essere strumentalizzata in una contesa che non guarda al merito. Contro il governo ci pronunceremo alle elezioni politiche; oggi è giusto pronunciarsi sul testo della riforma”.
Il senatore renziano Ivan Scalfarotto si è astenuto durante il voto in Senato: “Lo dico subito, perché la trasparenza mi sembra il minimo quando si chiede agli altri di seguirti in una scelta. Nella riforma ci sono cose che non mi convincono. Ma il referendum non mi chiede di riscrivere la legge: mi chiede di giudicare se l’Italia con questa riforma starà meglio, se rafforzerà la sua democrazia. E la mia risposta, da elettore, è certamente Sì. Mettiamo da parte per un momento le profezie sul futuro autoritario – che cosa vorrà fare Meloni, dove vuole arrivare la destra. Domande legittime in altri contesti. Qui però rischiamo di non vedere quello che c’è davanti ai nostri occhi: due principi di civiltà giuridica che questa riforma finalmente introduce, e che se vince il No resteranno lettera morta per decenni. Il primo principio è la terzietà del giudice. L’articolo 111 della Costituzione dice che il giudice deve essere terzo e imparziale. L’imparzialità è una virtù che si conquista ogni giorno, con il comportamento e il rigore professionale. La terzietà è diversa: è uno stato oggettivo. O sei terzo o non lo sei. Oggi il giudice italiano non lo è, perché è un collega del pm. Questa commistione risale all’epoca fascista, quando mettere accusa e giudizio dalla stessa parte era coerente con la logica di uno stato autoritario. Noi quella logica non l’abbiamo mai smontata del tutto. Con la separazione delle carriere lo facciamo. Il secondo principio riguarda merito e responsabilità. Oggi le carriere dei magistrati dipendono dai loro rappresentanti al Csm. Ma chi deve giudicare il proprio elettore raramente lo condanna. Il risultato è una corporazione che si autoprotegge. Con la riforma, i nuovi Csm e l’Alta corte disciplinare potranno giudicare senza quei vincoli di riconoscenza. E ai compagni di centrosinistra che temono la deriva autoritaria dico: l’articolo 104 della Costituzione rimane intatto. L’indipendenza della magistratura dal governo non è toccata. Il timore è comprensibile, ma non regge all’esame del testo. Quello che invece è certo, in caso di vittoria del No, è che i cittadini italiani continueranno a entrare in un’aula penale sapendo che il loro avversario è un collega di chi deve giudicarli. Non è un dettaglio tecnico. E’ la differenza tra uno stato di diritto maturo e qualcosa che ancora non lo è”.
Sempre da Italia viva, il consigliere alla Regione Lazio Luciano Nobili vota Sì sulla base di tre premesse: “Premessa numero uno: abbiamo assistito a una campagna referendaria indecente su entrambi i fronti, piena di balle, a base di irresponsabile e deliberata disinformazione. Una campagna che ha disorientato più che convincere le persone, inquinato il dibattito più che fornire gli strumenti per una scelta consapevole. Premessa numero due: il governo guidato da Giorgia Meloni è dannoso per il nostro paese e ha fallito su tutti i fronti: dall’economia ferma al costo della vita sempre più pesante per le famiglie, dall’emergenza sicurezza alla propaganda senza risultati sull’immigrazione, dal disastroso abbraccio con Donald Trump all’imbarazzo che l’incapacità di molti suoi membri arreca al nostro paese. E il dovere del centrosinistra che stiamo provando a costruire è quello di batterlo nelle urne alle politiche del 2027 con una proposta migliore. Premessa numero tre: la riforma della magistratura è stata costruita con un metodo inaccettabile, con la maggioranza indisponibile a qualsiasi dialogo anche con le forze politiche sinceramente interessate a collaborare: una vera mortificazione del Parlamento”. Ma questo non ha fatto vacillare Nobili nella sua convinzione. “Nonostante ciò”, dice, “ho deciso di votare Sì per coerenza, perché da sempre credo e mi batto per la separazione delle carriere e per la terzietà del giudice. Perché il garantismo e la battaglia per una giustizia giusta sono nel dna della sinistra riformista”. La vittoria del Sì, dice Nobili, “può portare in prospettiva a una vera riforma della giustizia e a scelte coraggiose nell’interesse di tutti: dall’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale alla responsabilità civile dei magistrati. Voterò sì per onestà intellettuale e per scelta etica”. Il pensiero va anche alla riforma Renzi. “Ho vissuto sulla mia pelle la bocciatura nel 2016 di una riforma costituzionale ben più importante di questa”, dice Nobili, “e per motivi che nulla c’entravano con il merito, e sento il dovere morale di non cadere nello stesso errore. Perché i dieci anni che sono trascorsi hanno dimostrato quanto danno ha fatto un’opposizione pregiudiziale e politica a riforme condivise e utili all’Italia. Voterò sì anche se Meloni non lo merita. Ma le migliaia di italiani che sono state vittime di un sistema patologico, che hanno avuto la vita distrutta da inchieste costruite sul nulla e che chiedono un cambiamento se lo meritano eccome. Perché i governi passano – e continuerò a battermi perché questo governo passi presto – ma la Costituzione resta”.
L’ex parlamentare dem Stefano Esposito, vittima di accanimento giudiziario (finito con un’archiviazione), vota Sì alla riforma “per coerenza politica e personale. Per me è una riforma attesa da troppo tempo che completa l’iter che ci ha portato al passaggio dal rito inquisitorio al rito accusatorio – ed è soprattutto coerenza politica, nel senso che sostengo questa posizione da quando ho iniziato la mia attività. Mi rendo conto di essere, purtroppo, uno degli ultimi mohicani ad ancorarsi a una profonda cultura garantista, ma credo ci sia una connessione tra questa riforma e il voler dare piena attuazione alla nostra alla Costituzione, la più bella del mondo. Una Costituzione profondamente garantista di cui molti, nel fronte del No, parlano senza conoscerla davvero. E mi sorprendono quelli che, sul tema, nel Pd, hanno cambiato idea per ragioni di opportunità politica che non hanno nulla a che vedere con l’interesse generale dei cittadini”. Che dire a chi teme involuzioni meloniane? “La campagna elettorale è stata pessima, ma chi condivide la riforma non si faccia condizionare da un retropensiero politico e dalle bugie: la vittoria del Sì non produrrebbe alcun regime totalitario. E c’è una persona che garantisce tutti, anche in vista delle leggi attuative: Sergio Mattarella”.
Enrico Morando, già parlamentare Pci-Pds-Ds-Pd, invita ad analizzare la campagna sul fronte del No. “Vota No per difendere la Costituzione, questa è stata la parola d’ordine della campagna referendaria per il No del Pd. Messaggio esplicito: chi vota No difende la Costituzione. Chi vota Sì la attacca. Lasciamo per un attimo da parte il fatto che il Pd e i partiti che stanno alle sue radici hanno passato gli ultimi quarant’anni ad avanzare proposte di riforma costituzionale. Veniamo al tema. Noi della sinistra per il Sì partiamo proprio dalla Costituzione, che definisce – all’art. 111 – il giusto processo cui tutti gli italiani hanno diritto: parti in condizioni di parità, di fronte al giudice terzo ed imparziale. Segue banale sillogismo: se il giudice deve essere terzo, deve essere altro dal primo (pm) e dal secondo (avvocato difensore). Ma come potrà essere davvero altro dal primo se ogni minuto passaggio della sua carriera sarà caratterizzato da assoluta vicinanza e intensa relazione col pm? Ne consegue che, se vogliamo che la Costituzione sia attuata – giusto processo – dobbiamo separare le carriere. Questo rapporto di coerenza tra il voto Sì e la Costituzione è sfuggito a chi dirige il Pd, ma non a tutto lo schieramento del No. Prima hanno provato a nasconderlo nella confusione: ‘Il pm è parte imparziale’. Poi hanno abbandonato gli ossimori e hanno deciso di andare al punto. Cito l’editoriale del Fatto quotidiano: ‘La boiata del nuovo articolo 111 della Costituzione (il famoso ‘giusto processo’)…’. Ora è tutto chiaro: la riforma va bocciata non perché attacca la Costituzione, come recitano i manifesti del Pd, ma perché crea le condizioni per attuarla”.
“Voto Sì perché non cambio idea”, dice l’eurodeputata ex dem ora in Azione Elisabetta Gualmini: “Da almeno da vent’anni la penso allo stesso modo: questa è una riforma garantista e liberale a favore dei cittadini e non è contro la magistratura; ed è una riforma che appartiene al centrosinistra, lungo un percorso che parte con Vassalli nel 1989 e prosegue con l’approvazione del nuovo articolo 111. Certo, ci arriviamo con trent’anni di ritardo. Ma è importante votare nel merito. Ci si opporrà al governo in vista delle Politiche. E io non ho mai votato Meloni né la voterò, ma dico che il paradosso è che, per un accidente della storia, Meloni propone una riforma antifascista con cui si arriva a correggere in maniera definitiva l’approccio inquisitorio tipico del codice Rocco, codice fascista. E sono favorevole anche al sorteggio, non per cancellare le correnti come aree culturali, ma per inibire la degenerazione del correntismo che tanto male ha fatto al nostro paese”.
In area ulivista Giorgio Tonini, a lungo parlamentare, vota Sì “perché è ora di consolidare due conquiste liberali e democratiche – la riforma Vassalli e la riforma bipartisan dell’art. 111 della Costituzione, e di trarne le necessarie conseguenze. Perché è evidente a chiunque che come il magistrato (inquirente o giudicante) non può essere effettivamente autonomo e indipendente se la sua carriera dipende dal governo, allo stesso modo il giudice non può essere effettivamente terzo e imparziale, se condivide con una delle parti la medesima carriera e il medesimo organo di governo della stessa. Allo stesso modo, né il giudice né il procuratore possono essere effettivamente autonomi e indipendenti, soggetti solo alla legge, se le rispettive carriere dipendono da centri di potere impropri, come le cordate di mutuo sostegno che si formano alle elezioni per il Csm. In un sistema liberal-democratico, i cittadini hanno il diritto sacrosanto e inalienabile ad avere magistrati effettivamente liberi da qualunque condizionamento improprio. E ad avere un giudice davvero terzo e imparziale, anche rispetto al magistrato dell’accusa. Votare Sì significa avvicinarci a questo modello ideale regolativo. Votare No significa allontanarsene, per chissà quanti altri decenni. Si dice da parte dei sostenitori del No che non basta guardare al testo della riforma, ignorando il contesto. E il contesto è certamente di sofferenza delle democrazie liberali. Ma se il testo ci dice, come ci dice, che la riforma consolida e completa l’autonomia e l’indipendenza di tutti i magistrati e, in essa, la terzietà e imparzialità dei giudici, è chiaro ed evidente che da essa la nostra democrazia esce non indebolita, ma rafforzata e fortificata”.
Sul lato socialista Enzo Maraio, segretario Avanti-Psi, vuole esprimersi “per un Sì ragionato, riformista e garantista” che “non nasce contro qualcuno né contro la magistratura, che resta un pilastro dello stato di diritto. Nasce invece dall’esigenza di affrontare con serietà i nodi della giustizia, senza slogan e senza propaganda. In queste settimane il dibattito si è fatto confuso e spesso irresponsabile: tra allarmismi e semplificazioni, responsabilità del centrodestra e del governo, si è smarrito il merito della riforma. Proprio per questo sentiamo la responsabilità di un Sì diverso, autonomo dalla destra e coerente con la tradizione socialista. A chi nel centrosinistra teme derive autoritarie diciamo con chiarezza: questa riforma, che ha limiti evidenti, non indebolisce la democrazia, ma contribuisce (o almeno prova) a rafforzare l’equilibrio tra i poteri e le garanzie per i cittadini. Non è una resa, ma un passo – parziale ma necessario – verso una giustizia più equa. E’ un Sì meno rumoroso, forse più scomodo, ma proprio per questo più responsabile”.
E’ ottimista Bobo Craxi, già sottosegretario socialista agli Affari esteri nel secondo governo Prodi. Il suo Sì è “un atto di fiducia verso la maturità democratica delle istituzioni e dei cittadini italiani” lungo il percorso suddetto di riforma del Codice di procedura penale e dell’articolo 111. “Parlo di maturità democratica”, dice Bobo Craxi, perché questo percorso “incoraggia i cittadini, le forze democratiche, il sistema giudiziario a tentare un cambiamento in una fase stagnante delle società liberali”. E a chi teme derive autoritarie, Bobo risponde con Antonio Gramsci “che avrebbe suggerito di non avere ‘paura dei pericoli’”. “Proprio perché questo disegno di riforma fu partorito da menti progressiste e riformiste (Psi innanzitutto)”, dice, “cancellando definitivamente l’impianto reazionario del rito inquisitorio, e adottato (senza successo) dalle forze liberali (FI) e progressiste della Seconda repubblica (Pds, Ds, Pd), vale la pena di tentare, sapendo che, dietro a una riforma che si rivelasse sbagliata, la democrazia liberale di cui dobbiamo avere fiducia ci metterà sempre in condizione di poter cambiare”. C’è però chi fa pronostici drammatici. Bobo Craxi la vede comunque in positivo: “Fin dai decreti attuativi, apparirà chiara la necessità di promuovere un virtuoso compromesso fra forze politiche e associazione dei magistrati, una volta sotterrata l’ascia di guerra. Dobbiamo chiudere definitivamente un conflitto che è durato più di trent’anni. Senza vinti e senza vincitori, tranne la moderna democrazia italiana”.