1939-2026
Balzac a Posillipo: vita e politica di Paolo Cirino Pomicino
Era convincente come pochi, bugiardo per necessità imprescindibile, professionista in tutto, ma con brio, con efficacia finché è durata, con quello spirito malandrino che non si poteva non onorare. O Malommo, O Ministro, lo chiamavano, era invece umanamente specchiato, irridente verso le virtù, queste sconosciute al servizio delle peggiori perversioni dell’intelligenza
.Paolo Cirino Pomicino (1939-2026) era l’oro di Napoli, in ogni senso. Aveva due o tre cuori, rimediati tra Houston e Milano. Occhi tra i più scaltri e sornioni che si siano mai visti. Un brillante curriculum accademico e clinico nel campo della neurologia. Gettato alle ortiche per un amore sconfinato, esigente, pericoloso, che lo ha portato dovunque, nel consiglio comunale, nel gioco delle correnti, nei concerti politici o alleanze di sapore vagamente criminale e di alta statura istituzionale, nel parlamento, nel governo, nei tribunali, in carcere, nelle brutte sceneggiature di Sorrentino, nella leggenda del circo mediatico giudiziario, al vertice della Dc e del debito pubblico, al fianco del grandissimo “colluso di rango” Giulio Andreotti. Questo amore era la politica, la politica a ogni costo, per lui innanzitutto, e per gli altri, gli onesti contribuenti, i clienti trasformati in accusatori e delatori, gli amici leali convertiti alla più sordida inimicizia dopo la caduta.
Non si contano i suoi denigratori, accusatori, assalitori, non si contano le persone serie che lo rispettavano, che gli credevano, entro i limiti del corretto e oltre l’aspetto fiabesco, nero e grigio, irrispettoso verso ogni morale non politica. Era convincente come pochi, bugiardo per necessità imprescindibile, professionista in tutto, ma con brio, con efficacia finché è durata, con quello spirito malandrino che non si poteva non onorare come si fa con i personaggi da romanzo. Un eroe di Balzac nel teatro scintillante di Posillipo, nei bassifondi della politique politicienne tipicamente romana, un antigavianeo e ripulitore della palude, con un sorriso che si fingeva falso, O Malommo, O Ministro, e che era invece umanamente specchiato, irridente verso le virtù, queste sconosciute al servizio delle peggiori perversioni dell’intelligenza.
Affascinante è dire poco. Era inafferrabile, carico fino a scoppiare di senso dell’umorismo, capatonda e brillio della perspicacia, una parentela pittata con Charlot, nemico del comunismo, che era stato il nutrimento del suo amato fratello Bruno, l’attore, ma amico dei comunisti, non solo via Andreotti e la solidarietà nazionale, prima e dopo l’assassinio di Moro, eppure detestato, almeno in apparenza, da Cossiga che gli imputò, a lui che ne sapeva una più del diavolo, che aveva scienza e libri e storie vere e false in saccoccia, un “analfabetismo di ritorno”. Lo si ricorda passeggiatore eccitato nei corridoi laterali di Montecitorio quando, nel fuoco della lotta contro Craxi, di cui era un ammiratore segreto e che temeva e che rimpiangerà, favorì alla vigilia del crollo l’ascesa di Scalfaro al Quirinale, fottendo con i cecchini organizzati la candidatura di Forlani. Rovinoso errore che non si rimproverò mai, assuefatto alla negazione come arte della sopravvivenza politica.
Leggende e testimonianze di una Repubblica stramorta, alla quale sopravvisse come memorialista del suo male oscuro, come difensore delle immorali virtù di una classe dirigente potente brillante strafottente e puerile nell’idea della propria immortalità, come facitore di un debito che ha fondato la forza dell’Italia nel tempo, secondo la sua lezione un po’ perversa, dai contenuti obliqui e così poco montiani o draghiani, ma stringata e allegra. Si preparava a votare No perché era un bastian contrario, oltre tutto. E lo scrisse per il Foglio. Era un appassionato di giornali. A Milano per un trapianto, lo ricordano i migliori del Corriere quando con la maschera dell’ossigeno, non potendo allontanarsi, faceva incursioni nel giornalone per sfottere e titillare i suoi cronisti, editorialisti, i suoi nemici e pochissimi irriverenti amici. Considerava gli imprenditori carne da macello per il tritato politico, sgraffignava il dovuto e no per procedere nel percorso del potere, sicuro di non impoverire nessuno. Sapeva essere dolcissimo, la vecchiaia lo ha premiato con una salute malferma di ferro, con l’amore della sua Lucia e delle sue figlie, con le trappole del bene benpensante tese ai suoi denigratori professionali, sempre tenuti a bada con perizia. Un grande, a suo modo.