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lutto in verde
Memoir Bossi. I leghisti della prima ora ricordano il Senatùr
Il rapporto con i territori, gli interventi lunghissimi a Radio Padania. “Il suo lascito più grande? Aver fatto entrare la gente comune nella scena politica". Memorie leghiste con Giulio Cairnaca, Paolo Grimoldi e Gigi Moncalvo
Il Senatùr è morto, la repubblica federale della Padania è in lutto. Facile intuire il colore che prevarrà ai funerali di domenica a Pontida. “Ho appena finito una diretta di un’ora con Matteo Salvini”, dice al Foglio Giulio Cairnaca, condirettore di quella che dal 2022 si chiama Radio Libertà. Per la morte di Umberto Bossi, però, preferisce tirare fuori il nome originario: “Oggi a Radio Padania libera è andato in onda un flusso d’interventi con tantissime chiamate e aneddoti. Il suo rapporto fisico con la gente è stata la cosa più ricordata in assoluto”. Su quelle frequenze, ricorda Cairnaca, Bossi interveniva allo stesso modo di Marco Pannella su Radio Radicale. "Capitava molto spesso che chiamasse in diretta durante la mia rassegna stampa per intervenire. Lo faceva mentre era in viaggio in macchina, se arrivava un argomento che gli interessava. A volte me lo ritrovavo la mattina in redazione, ci parlava per ore. Era immerso costantemente in questa condizione di discussione". Sarà forse per questo che la Lega, oggi il partito più anziano ad avere rappresentanti in Parlamento, "è stato il primo partito in Italia ad avere quattro mass-media di sua proprietà", ricorda Gigi Moncalvo, decano del leghismo e già direttore del quotidiano la Padania. "Oltre a questo c'era anche un mensile, il Sole delle Alpi, una radio, Radio Padania, e una televisione, Telepadania".
È l’occasione per togliere un po’ di polvere a qualche vhs d’epoca. “Che cosa ha fatto la Lega?”, chiede una voce fuori campo a Bossi, ripreso in mezzo a decine di persone in uno spot elettorale del 1994. “Moltissimo – risponde lui – ha fatto scoppiare Tangentopoli svelando quali erano i rapporti tra i partiti basati sulle tangenti che avevano portato il paese al fallimento”. Poche parole dirette a quell’Italia tramortita da Mani pulite, in cui il Senatùr appare come un oggetto misterioso e accattivante.
“Il suo lascito più grande? Aver fatto entrare la gente comune nella scena politica, creando un senso di continuità tra il popolo e il leader – spiega Cairnaca – ma anche la comunicazione ultra diretta, ultra efficace, fuori dal linguaggio paludato, elegante e da adetti ai lavori di Forlani o di Craxi: quella era la classe dirigente che parlava di se stessa a se stessa. Con Bossi il popolo entra in gioco”. Quando Nord stava ancora sul nome ufficiale della Lega, quella che ce l’aveva duro e che mai e poi mai si sarebbe schierata con “i nipoti dei fascisti”. La Lega dell’ampolla con l’acqua sacra del “Dio Po”, della chiamata alle armi contro il pentapartitismo di Roma. Quella che nel 1992 stravolge la grafica precisa ed elaborata dei manifesti elettorali con un disegno grossolano e cartoonesco che dice all’elettore: “Paga e taci somaro del Nord. Per te è pronta l’accusa di razzismo”. “Non aveva mezze misure, e anche dal punto di vista estetico: non si era mai visto un politico in canottiera e mutande”, ci dice Paolo Grimoldi, storico segretario della Lega Lombarda, espulso da Via Bellerio all’indomani delle elezioni europee per aver fatto sapere, alla vigilia delle urne, che Bossi avrebbe votato per Forza Italia. “Si è ucciso per stare sui territori, ogni giorno era in un posto diverso – osserva – È qualcosa che la vecchia politica non conosceva, ma anche quella attuale. Ormai si fa politica sui social, fanno la sparata e poi la settimana dopo non si ricorda più nessuno”.
Poi è arrivata la malattia, l’accordo con Berlusconi, le dimissioni nel 2012. Prima di lasciare il comando del suo Carroccio, Bossi ha avuto il tempo di dare del terrone a Giorgio Napolitano, ai tempi presidente della Repubblica, e di dedicare un paio di corna a lui e a Mario Monti. Condanna per vilipendio al capo dello stato, che fa pendant con quella per vilipendio alla bandiera di qualche anno prima. “Fu un segnale di protesta contro le sue condizioni fisiche. Voleva far vedere che contava ancora qualcosa nel suo partito, che bisognava tornare all’epoca dei duri e puri e alzare l’asticella, farsi sentire”, spiega Moncalvo. In quel gesto così forte c’era il desiderio di dimostrare “che la Lega non doveva diventare una sottomarca di Forza Italia, come poi è diventata”.
Si sprecano le analisi su cos’era il partito con Bossi e su cosa sia oggi con Salvini. “Bossi non si riconosceva più da tempo nella linea di questa Lega, fascista e di estrema destra”. Ne è convinto Grimoldi, che al Foglio si commuove ricordando quando Senatùr spiegò ai suoi compagni di partito quale fosse il segreto della Lega: “Eravamo in consiglio federale, prima della malattia. Ai presenti ha chiesto: ‘Lo sapete perché la Lega ha tutto questo consenso’?”. Dietro di lui c’era una lavagna. Bossi prese un pennarello e disegnò due cerchi. Dentro ci scrisse alcune parole: ‘materia’, ‘razionalità, ‘spirito’, ‘anima’. “Se c’è solo la materia si arriva al fascismo e al comunismo. Se invece c’è solo l’anima, si arriva alla chiesa”, disse Bossi: “La Lega prende i voti perché è a metà strada. Ha un’identità, parla di anima, di cuore. La Lega prende i voti perché gli uomini non sono solo bistecche”.