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battaglie ideologiche

Il fatto è, caro Pd, che le procure hanno fatto e disfatto la nostra politica. Vale la pena di tornare a 30 anni fa

Chicco Testa

Dagli esponenti dem che hanno mostrato una cultura giuridica e istituzionale a quelli che invece si sono nascosti o hanno seguito la linea di partito per non creare imbarazzi. In mezzo ci sono le bugie sulla magistratura assoggettata alla politica e la classica scusa per votare No senza entrare nel merito: "Il problema è un altro"

Giuliano Ferrara qualche giorno fa, a proposito di referendum, ha scritto l’elogio dei traditori. Di quelli a sinistra che coerentemente con la storia delle idee di questa parte politica, pur ancora appartenendo alla sinistra, meglio al Pd, o avendo avuto una lunga storia da quelle parti, alcuni sono fondatori del Pd, hanno manifestato il loro netto dissenso con la posizione assunta da quel partito e si sono pronunciati per il Sì. Con dovizia di argomenti e mostrando una cultura giuridica e istituzionale che certamente non si trova nei pochi e propagandistici argomenti messi in campo dal Pd. Goffredo Bettini ha avuto almeno l’onestà di ammettere che il suo No non trova giustificazione nel merito della riforma, ma serve a vincere una battaglia politica contro il governo. Le stesse argomentazioni che furono usate a ruoli inversi per affossare le riforme volute da Renzi. E così una battaglia politica dietro l’altra, spesso a parti invertite con scarso senso del ridicolo, l’unica cosa che non si fa mai sono le necessarie riforme di cui avremmo bisogno.

Altri esponenti del Pd hanno invece preferito tacere o contraddire se stessi rinunciando a una battaglia dentro il Pd che sarebbe stata esemplare per chiarezza e sostanza. I cosiddetti riformisti che, con le note eccezioni, hanno sposato la posizione del partito. Ma non riesco a credere che persone come Piero Fassino, Walter Veltroni, Lia Quartapelle, Irene Tinagli, Giorgio Gori, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Filippo Sensi, Paolo Gentiloni e tanti altri non siano d’accordo con quello che ha scritto Parisi o che ha detto in modo sintetico ma chiaro Giuliano Pisapia. Che abbiano dimenticato la lezione di Vassalli e il dibattito che da almeno 30 anni ha spinto prima il Pci e poi i suoi eredi (Pds, Ds, Pd) verso posizioni più garantiste e favorevoli alla completa terzietà del magistrato giudicante. “Ma il problema è un altro”, sento esclamare. Già, il problema è sempre un altro. “E poi bisogna tener conto del contesto”, e figurati se il contesto non sia la scusa buona per tutto. Non so quale sarà il risultato referendario. In questo gioco degli specchi e dello scambio dei ruoli, a seconda che si stia al governo o all’opposizione, anziché prendere atto che una destra manettara e giustizialista, si noti lo scarso entusiasmo con cui la Lega e una parte della destra partecipa alla contesa, avesse finalmente sposato una posizione un po’ più liberale e garantista, e considerarla una propria vittoria, quella sinistra che del garantismo aveva fatto seppur tardivamente un suo tratto distintivo ha deciso di diventare una succursale dell’Associazione nazionale magistrati. Ma così, ancora si dice, si rendono i magistrati subalterni al governo. Non è vero ma non è questo il punto. Il punto è che fino a oggi è stato esattamente il contrario. Le procure hanno fatto e disfatto governi nazionali, regionali, comunali. Messo alla gogna centinaia di eletti di cui forse nemmeno un decimo è risultato colpevole. Hanno insomma condizionato la vita politica italiana oltre ogni loro limite. E il modo in cui l’Anm ha condotto questa campagna referendaria dimostra in modo palese che essa non accetta la subordinazione alla legge prevista nella Costituzione e si costituisce invece come vero e proprio partito politico. Insomma corriamolo il rischio di tornare esattamente a 30 anni fa. Con buona pace del riformismo e dei riformisti.

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