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L'editoriale del direttore

Il diritto internazionale trasformato in alibi per non agire contro il terrore. Spunti dal discorso di Mattarella

Claudio Cerasa

In nome dell’umanitarismo i sacerdoti del diritto hanno scelto di chiudere molti occhi sulle mattanze portate avanti dal regime iraniano, Hezbollah e Hamas. Le parole del presidente della Repubblica

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ieri, durante la cerimonia di consegna di un’importante onorificenza accademica ricevuta dall’Università di Salamanca, ha offerto spunti di riflessione preziosi per ragionare attorno alla nuova guerra in medio oriente. Mattarella, in particolare, ha scelto di concentrarsi su un punto che ha a che fare con la lenta erosione del diritto internazionale. Il discorso di Mattarella verrà presentato oggi come un duro atto di accusa nei confronti dell’intervento in Iran degli Stati Uniti e di Israele e verrà molto valorizzato un passaggio del ragionamento del capo dello stato, quello in cui Mattarella denuncia la negazione del “valore del diritto internazionale”. Il capo dello stato, che non cita mai esplicitamente il caso iraniano come teatro di questa violazione, in un altro passaggio del suo discorso offre uno spunto ulteriore per allargare l’inquadratura e ragionare sul tema della violazione del diritto internazionale con un’altra lente di ingrandimento. Mattarella parla di “progressivi atti di erosione del divieto di muovere la guerra” e denuncia lo “smantellamento del sistema di controllo degli armamenti”. Un osservatore non pigro, di fronte a questi temi, non può non ragionare su un elemento importante, a proposito di atti “progressivi”.

L’erosione del diritto internazionale, evidentemente, non passa solo dai tentativi di ribaltare regimi teocratici, ma è, prima di tutto, la conseguenza di un’altra violazione sistematicamente non sanzionata dal fronte unico del pensiero umanitario proprio in nome del diritto internazionale. Nel caso specifico, il tentativo di ridimensionare il raggio d’azione di un regime sanguinario come quello degli ayatollah è proprio figlio di un fallimento strategico dei sacerdoti del diritto internazionale, che per anni hanno tollerato violazioni sistematiche dei diritti fondamentali da parte di alcuni attori collegati l’uno con l’altro: Iran, Hamas, Hezbollah. In nome dell’umanitarismo, si è scelto di chiudere molti occhi sulla mattanza portata avanti dal regime iraniano contro i suoi stessi cittadini.

L’Onu, a febbraio, mentre il regime uccideva decine di migliaia di dissidenti nelle strade delle città iraniane, ha scelto la Repubblica islamica dell’Iran per la vicepresidenza della commissione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sociale, dopo aver già scelto nel 2023 ancora l’Iran per la presidenza del Forum sui diritti umani delle Nazioni Unite. La stessa Onu, in questi anni, non è riuscita a impedire che l’Iran superasse i limiti fissati dall’accordo del 2015 sul nucleare: quel patto consentiva uranio arricchito solo fino al 3,67 per cento, mentre Teheran è arrivata fino al 60 per cento. Gli stessi campioni della difesa del diritto internazionale, in questi anni, non hanno fatto nulla per impedire che fosse rispettata la famosa risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che prevedeva, in Libano, a sud del fiume Litani, il dovere di frenare Hezbollah e di non far avanzare altre Forze armate oltre a quelle libanesi e all’Unifil. Contestualmente, i campioni del diritto internazionale non hanno fatto molto per evitare che a Gaza, prima del 7 ottobre, vi fosse un’architettura umanitaria permeabile all’infiltrazione di Hamas, così evidente che persino le Nazioni Unite hanno riconosciuto la gravità delle accuse su membri del personale Unrwa. Difendere il diritto internazionale è un dovere morale che deve essere però accompagnato da un altro sforzo: capire quando la difesa aprioristica del diritto internazionale diventa un alibi per non intervenire su evidenti violazioni del diritto internazionale e chiedersi, di conseguenza, se di fronte alle possibili violazioni di oggi il problema sia chi forza il diritto internazionale o chi lo usa come una scusa per non agire. E se l’Iran di oggi è diventato un paese in grado di esportare terrore nel mondo, con il bollino dolce delle Nazioni Unite, le responsabilità forse sono proprio di chi ha utilizzato la difesa del diritto internazionale come un pretesto comodo per non agire, per lasciar fare e per voltarsi criminalmente dall’altra parte.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.