(foto Ansa)

il viaggio

Eravamo trumpiani. La trasferta senza fanfare di FdI a Dallas da Trump. Mentre la premier si distanzia dal tycoon

Luca Roberto

Per la nuova edizione del Cpac, la convention dei conservatori americani quest'anno in Texas, Fratelli d'Italia manda una delegazione (ma senza sbandierarlo troppo). Nel momento di massima freddezza tra la premier e il presidente Usa. Diserzioni nella Lega

Ci vanno, ma senza sbandierarlo troppo. Con una delegazione di “aficionados”. Giorgia Meloni lo scorso anno era intervenuta con un videomessaggio al Cpac, la convention annuale dei conservatori americani. Aveva parlato di “Italia e Stati Uniti legati indissolubilmente da storia e valori comuni”. Si era soffermata su Trump “leader forte ed efficace”. Per l’edizione di quest’anno, che si terrà dal 25 al 28 marzo a Dallas, in Texas, invece, nel bel mezzo dell’offensiva americana in medio oriente, tutto questo non avverrà. Anzi. Fratelli d’Italia non rinuncerà a inviare suoi esponenti. Ma seguendo l’esempio dello scorso anno: senza dirigenti di primissimo piano. A eccezione del segretario di Ecr Antonio Giordano e del capodelegazione FdI a Bruxelles Carlo Fidanza. Non ci sarà, per dire, il deputato Andrea Di Giuseppe, eletto nella circoscrizione Esteri e amico di Trump.

 

Prima ancora di diventare premier, era il febbraio 2022, all’epoca del governo Draghi, Meloni partecipò in presenza alla convention dei conservatori americani  organizzata a Orlando, in Florida, in piena presidenza Biden. In quell’occasione si presentò soprattutto in qualità di presidente dei Conservatori europei. Poi l’anno successivo, quando era già sbarcata a Palazzo Chigi, Meloni inviò a Washington una foltissima delegazione di parlamentari: oltre a Giordano c’erano Nicola Procaccini, allora appena eletto co-presidente di Ecr. I deputati Manlio Messina, Federico Mollicone, Mauro Rotelli, Gianluca Caramanna, Fabio Roscani, Fabio Pietrella e Andrea Di Giuseppe, oltre ai senatori Elena Lombardi, Paola Ambrogio, Simona Petrucci e Paolo Marcheschi. L’anno scorso, invece, oltre a Giordano erano partiti in direzione Stati Uniti Messina (che nel frattempo ha lasciato FdI e si è iscritto al Gruppo misto), Rotelli e la senatrice Cinzia Pellegrino. Quest’anno, come anticipato, la delegazione sarà guidata da Giordano e da Fidanza. Previsto anche il ritorno dei deputati Pietrella, Caramanna e Rotelli, a cui si aggiungeranno i parlamentari Matteo Gelmetti, Emanuele Loperfido, Marta Schifone e Lorenzo Malagola. La delegazione dovrebbe rimanere a Dallas per poter assistere anche al comizio finale di Donald Trump, previsto per domenica 28 marzo.

Lo scorso anno, quando nell’aria aleggiava già  la questione dazi, i dirigenti di Fratelli d’Italia avevano dato come consegna ai partecipanti alla convention quella di non marcare troppo la propria presenza. Questo anche perché, a Cpac già aperta, si era scatenato un dibattito nei partiti della destra europea a proposito dell’opportunità o meno di partecipare all’evento. Soprattutto in seguito al saluto romano offerto alla platea da Steve Bannon. Gesto che fece fare dietrofront al presidente del Rassemblement national Jordan Bardella, che lo definì “una provocazione che fa riferimento all’ideologia nazista” e preferì declinare l’invito a un panel.

 

Si capisce allora il quieto imbarazzo (o quantomeno la volontà di non esporsi troppo) ora che quel collegamento  tra Stati Uniti e Italia, fra Trump e Meloni, è stato messo in discussione proprio dalla galassia Maga. Il no all’utilizzo della Nato per aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz “dimostra esattamente quello che sto dicendo da tempo, di fronte ad una narrazione mediatica totalmente falsa: Giorgia Meloni non è un ponte per l’America con l’establishment politico europeo”, ha detto Bannon in questi giorni a Repubblica. Ma nelle scorse settimane l’ex ideologo del trumpismo si era spinto a dire che la premier è diventata “globalista e irrilevante”. A tutto questo si unisce l’inedita freddezza che si registra tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca, abituati ad allacciare conversazioni e incontri senza troppi preamboli diplomatici (come nel caso del viaggio a Mar-a-Lago della premier prima della liberazione di Cecilia Sala), mentre adesso, dall’inizio dell’offensiva di Stati Uniti e Israele in Iran, non c’è stato alcun colloquio tra Meloni (che invece ha sentito molto spesso il cancelliere tedesco Merz, anche in queste ore a Bruxelles) e il tycoon. Guardando dalle parti del Carroccio, invece, di solito la Lega manda oltreoceano gli europarlamentari: 13 mesi fa a Washington Salvini inviò Susanna Ceccardi, Silvia Sardone e Anna Maria Cisint. La prossima settimana, però, al Parlamento europeo si voterà il pacchetto rimpatri e potrebbero esserci defezioni. Ceccardi per esempio sarebbe dovuta andare ma ha rinunciato. Quest’anno, poi, la convention americana sarà a ridosso di quella organizzata a Budapest sabato dal premier ungherese Viktor Orbán (potrebbe esserci un videosaluto di Trump). Presenti dal primo ministro della Repubblica ceca Andrej Babis, al leader del partito portoghese Chega!, Andrè Ventura, fino all’ex premier polacco Mateusz Morawiecki (presidente di Ecr). Ecco perché i leghisti potrebbero preferire fare la loro apparizione nella capitale magiara. Lunedì invece Salvini volerà a Budapest per partecipare a un comizio elettorale in sostegno a Orbán, impegnato nella corsa per le presidenziali del 12 aprile. Con lui ci sarà anche Marine Le Pen. E Forza Italia? Non ci sarà né a Dallas né tantomeno a Budapest.

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  • Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.