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il colloquio
"Meloni da Fedez? Una mossa intelligente. Il no di Schlein è coerente". L'analisi di Filippo Sensi (Pd)
I motivi che hanno spinto la premier a partecipare al podcast, il ruolo di questo strumento comunicativo nel dibattito italiano e il paragone con il contesto americano. Intervista al senatore dem esperto di comunicazione politica
È l’ultima fiammata della campagna per il referendum sulla giustizia della premier Giorgia Meloni, che domani sarà ospite del podcast del rapper Fedez e del podcaster Mr. Marra. Ed è la prima volta che un presidente del consiglio italiano sceglie di comunicare attraverso questo strumento. “Meloni è stata intelligente”, dice al Foglio Filippo Sensi, senatore del Pd, portavoce di due ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni ed esperto di comunicazione e politica americana. “Tuttavia – continua – credo che questa scelta testimoni anche una difficoltà alimentata dalla paura di uscire sconfitta dal voto del 22 e 23 marzo”. Se così fosse, potrebbe essere comunque una scelta utile. “Lo è sicuramente. Perché i luoghi soliti come la televisione, i comizi, i social o le interviste sulla carta stampata oggi hanno una quarta dimensione che è fatta anche dai podcast o da YouTube”. Dal punto di vista della strategia comunicativa, un lato negativo secondo Sensi c'è. “Credo si sia mossa tardi. Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono sempre i più intensi, sono quelli in cui si definisce l’opinione dell’elettorato più incerto e volatile. Ma sono anche i giorni in cui si concentra un volume talmente alto di contenuti che si rischia l’insignificanza: quando c’è tanto rumore attorno a te è difficile far sentire la tua voce”.
Per i podcaster che la ospiteranno, Mr. Marra e Fedez, non sono mancate critiche: alcuni sostengono che l'invito sia un favore al governo, altri hanno denunciato l’assenza di contradditorio. Eppure gli inviti alla segretaria del Pd Elly Schlein e al presidente del M5s Giuseppe Conte sono arrivati, ma sono stati declinati o ignorati. Hanno perso un’occasione? “La decisione della segretaria è in linea con la sua idea di comunicazione, ha una sua coerenza narrativa. Ha fatto sin dall’inizio una campagna disciplinata, molto programmatica, senza mai grandi lampi o ricerca di palcoscenici particolari. Si è spesa nei teatri, negli incontri pubblici e nei messaggi social”. E Conte? “Doveva essere un volto del No al referendum. Ma è entrato un pò tardi nel dibattito e con un generico messaggio ‘anti-casta’. Le facce che ricorderemo sono state altre, come Nordio o Gratteri”. Che il presidente del Consiglio italiano andasse in un podcast non si era mai visto, mentre negli Stati Uniti lo hanno fatto sia Barack Obama sia Joe Biden che Donald Trump. Anche da candidato, uno degli asset più importanti per Trump nella campagna presidenziale del 2024 è stato proprio partecipare a ogni trasmissione di questo tipo. Mentre Harris girava il paese facendo comizi, con una platea necessariamente limitata numericamente , il podcast di Joe Rogan (uno dei podcaster più seguiti negli Usa) con Trump collezionava milioni di ascoltatori. “Sono due panorami e paesaggi mediatici completamente differenti", dice Sensi. “Non solo per i numeri ma anche dal punto di vista sociale, culturale e politico. L’operazione di Trump fu un’operazione capillare, con l’intenzione di andare in ogni podcast sentito e ascoltato dal suo popolo, con un range preciso di pubblico al quale si rivolge. Un planning in cui costruisco un consenso sotterraneo, un tappeto informativo che opera silenziosamente. A me non pare che in Italia ci sia questo, quanto piuttosto il darsi un tono di modernità”. Il contesto potrebbe anche cambiare tra qualche tornata elettorale, ma nell'avvicinamento della politica italiana ai podcast, almeno in questa fase, "non c’è un lavoro scientifico come quello dell’esempio trumpiano”
Un altro elemento: Fedez e Mr. Marra – per rimanere sulla cronaca – non sono giornalisti. Come non lo sono tanti altri podcaster appassionati di politica, d'altronde. "Viviamo in un contesto di disintermediazione, dove si preferisce parlare attraverso il proprio profilo Instagram piuttosto che andando da un giornalista. Facciamo i conti con la realtà: si stanno sviluppando delle figure che non sono più tradizionali e che influenzano e incidono sull’andamento del dibattito pubblico”. E quindi viva i podcast? “Io sono per la mediazione giornalistica, senza dubbio. Ma non si può vivere neanche nel bosco e pensare di dire ‘io in quel luogo non ci vengo perché non avete passato l’esame per diventare giornalisti’. La maggior parte dei luoghi dove la politica si esprime è sacrosantanamente presidiata dai giornalisti, ma è sbagliato evitare gli altri perché non iscritti all’albo”.
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