(foto Ansa)
Il caso
Così l'indifferenza al referendum di Cisl, Confindustria e Coldiretti irrita Meloni
Dalla sigla sindacale all'associazione degli industriali: il governo sperava nel loro apporto per la campagna referendaria. Ma hanno preferito non schierarsi
Si aspettava un maggior sostegno, Giorgia Meloni. Sapeva che l’invito a non “politicizzare” troppo il referendum sulla giustizia avrebbe potuto innescare reazioni tiepide. Ma se dall’altro lato, quello del no, vede impegnati sindacati, associazioni di categoria, personalità dello spettacolo, da quest’altro, il suo, la premier deve ingoiare persino l’indifferenza di chi credeva potesse sposare questa battaglia (anche il cantante Albano ieri s’è sfilato dalla contesa). In primis è stata la Coldiretti, molto vicina a Meloni e al governo, a far sapere, proprio a noi del Foglio, che non si sarebbero schierati “né da una parte né dall’altra”. Poi la Cisl, con la segretaria Daniela Fumarola che ha detto di non voler dare alcuna indicazione di voto. Ma anche una Confindustria spettatrice disinteressata ora irrita la premier.
Sulla posizione della Confederazione dei coltivatori diretti il dispiacere è stata una sommatoria tra la vicinanza garantita dal governo sin dall’approdo a Palazzo Chigi, vedi il sostegno al bando alla carne sintetica così come il generale coinvolgimento su materie agricole da parte del ministro Francesco Lollobrigida (anche se una distanza s’è prodotta sull’accordo commerciale con i paesi del Mercosur). E però anche il raffronto col precedente referendum costituzionale, del 2016, in epoca renziana. Allora Coldiretti, che storicamente è sempre filo governativa, si era impegnata direttamente a favore del sì alle riforme costituzionali volute dall’ex premier. Con tanto di investitura ufficiale nell’assemblea nazionale dell’associazione.
Sul fronte sindacale, invece, si è scritto in lungo e in largo dell’interlocuzione costante tra il governo e la Cisl. Anche per questo c’era chi, a Palazzo Chigi, in cuor suo sperava in una “discesa in campo” a favore del sì alla riforma della giustizia. Anche per controbilanciare l’onnipresenza, sul versante opposto, del segretario della Cgil Maurizio Landini, impegnato in un lunghissimo tour per il paese. Ma in ragione pure dell’ingresso al governo, come sottosegretario per il Sud, dell’ex segretario Cisl Luigi Sbarra. Risultato? Ieri, in un’intervista al Corriere della sera, la segretaria Daniela Fumarola ha voluto sottolineare come “se leggiamo ogni referendum esclusivamente attraverso la lente della stabilità dell’esecutivo, svuotiamo di significato non solo il quesito, ma anche questo fondamentale strumento di democrazia diretta. La giustizia è un pilastro della vita dei cittadini e dei lavoratori, non è il campo di battaglia di una resa dei conti in politica”. Anche per questo, ha chiarito, la sigla da lei diretta non darà ai suoi alcuna indicazione di voto. In Via Po le sensibilità sul tema sono variegate. Anche l’altro sindacato che negli ultimi tempi ha avuto una posizione “meno ostile” nei confronti del governo, la Uil di Pierpaolo Bombardieri, pur non stracciandosi le vesti qualora vinca il sì ha deciso di non impegnarsi in prima persona. Così al centrodestra è rimasta solo la campagna a favore del sì dell’Ugl, non esattamente un sindacato di massa.
Ma ancor più insofferenza sembrano aver ingenerato, dalle parti della premier, le mancate prese di posizione degli industriali, a partire dalla Confindustria guidata da Emanuele Orsini. Nonostante le lodi e gli apprezzamenti che il presidente dell’associazione non ha lesinato nei confronti del governo. Non ultimo sul decreto Bollette. Anche in questo caso vale il precedente del 2016, quando Viale dell’Astronomia si schierò esplicitamente a favore delle riforme renziane. Mentre adesso, al di là di qualche uscita a favore della velocizzazione giudiziaria e burocratica, s’è scelta la via del silenzio. Quasi si presagissero contraccolpi. O forse, semplicemente, non si nutra una grande fiducia nella vittoria della riforma Nordio. Citofonare Albano.