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Vannacci forever

Paracadutisti su Rogoredo e biciclette sorvegliate: il futurismo nostalgico di Vannacci

Salvatore Merlo

Cronaca semiseria della prima romana del generale. Due ore di conferenza stampa tra Piano sicurezza parallelo, ricordi del "bel paese in cui i bambini tornavano a casa da soli dopo la scuola". E uno che russa

Il tizio pelato in quinta fila col braccialetto blu al polso – ci sta scritto “Futuro Nazionale” – russa. Non forte, per carità. Russicchia, diciamo. In una stanzetta minuscola dell’hotel Artemide, su via Nazionale, a Roma, affollata di giornalisti, militanti e telecamere, dopo due ore di conferenza stampa è comprensibile il colpo di sonno. Il tipo che sta accanto al russatore, blazer marinaro con bottoni dorati e una cicatrice da pirata Morgan sulla guancia destra, gli assesta una gomitata. Devono essere amici, camerati vannacciani: “Ma che fai, ti addormenti?”. Il tizio si risveglia di soprassalto.

Roberto Vannacci, dal tavolo, non se ne accorge nemmeno. Sta spiegando come si manda un battaglione di paracadutisti a Rogoredo, il parco della droga a Milano. Ed è felice. Siamo in pieno futurismo. “Shape, clear, hold, build”, esclama. “Plasmare, ripulire, conquistare, ricostruire”, traduce. “Così operano i paracadutisti”. E uno s’immagina i tossici di Milano che vedono calare dal cielo le teste di cuoio e pensano di aver esagerato con la roba. Il generale, insomma, è in gran forma. Deve avere visto anche lui i sondaggi che lo danno al 3,5 per cento. Ogni decimale è un colpo di petardo in più. “La Russia? Dobbiamo parlare con Putin”. “L’America? Non si comporta da alleata”.

Intorno a lui, i tre deputati mitologici Ziello, Sasso e Pozzolo (quello che si sparò in tasca) lo guardano con devozione. Le telecamere girano a fatica nella stanzetta stipata. L’aria si deteriora minuto dopo minuto, fino a raggiungere quella densità che farebbe la gioia di un microbiologo. C’è chi soffre, ma Vannacci si diverte. Ha illustrato il suo Piano sicurezza parallelo, anti Piantedosi, e adesso si lascia andare. Evoca l’Italia che fu “quando lasciavi la bicicletta appoggiata al muro e nessuno te la toccava”, versione che stride leggermente con il neorealismo di Vittorio De Sica. Ma sono dettagli. Poi spiega che vuole tornare “al bel paese in cui i bambini tornavano a casa da soli dopo la scuola” – probabilmente perché i genitori erano troppo occupati a sorvegliare le biciclette. Dopo un’ora e mezza, il collaboratore di Vannacci che fa girare il microfono è devastato, a pezzi, vuole chiudere: “Ultima domanda”. Ma il generale, dal suo tavolo, potrebbe parlare fino a Pasqua. Nell’Italia che evoca – quella delle biciclette al sicuro e dei paracadutisti a Rogoredo – forse le conferenze stampa non finivano proprio mai. E questo spiegherebbe molte cose.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.