(foto Ansa)

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Psicodramma Pd sul ddl antisemitismo. Delrio: “Un errore astenersi”

Luca Roberto

Il Nazareno chiede la sostituzione della definizione di antisemitismo dell'Ihra per potersi astenere sul testo della maggioranza. Ma in sei tra i dem sono pronti a votare, in dissenso col loro gruppo, la legge. Tensioni con Boccia. Inascoltato l'appello di Segre e delle comunità ebraiche

Hanno ottenuto l’eliminazione del divieto di manifestazione, delle eventuali sanzioni penali, hanno visto approdare in Aula un ddl per il contrasto all’antisemitismo molto diverso dal testo Romeo, adottato come base, con importanti concessioni da parte della maggioranza. Non è bastato. Dal Nazareno è arrivato il niet: mantenendo la definizione dell’Ihra, la posizione ufficiale del Pd è: ci asteniamo. E poco importa se quella definizione ieri stesso l’hanno sostenuta sia l’Unione delle comunità ebraiche sia il Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec), che proprio in Senato ha presentato l’ultimo rapporto sui casi di antisemitismo: sono 963 quelli registrati nel 2025, in crescita del 10 per cento rispetto all’anno precedente e del 100 per cento rispetto al 2023. E nonostante ci sia stata un’altra aggressione a danni di giovani turisti con la kippah a Milano. Ma non è tutto: come aveva anticipato Il Foglio, a margine della presentazione del rapporto Cdec la senatrice a vita Liliana Segre aveva fatto pervenire un messaggio perché si arrivasse a una “convergenza la più ampia possibile” tra le forze politiche. Nulla da fare. Quello che va in scena al Senato (il voto sul ddl, dopo la discussione generale di ieri sera, ci sarà questa mattina) è il solito canovaccio del Pd che si spacca. Chi tra i dem ha partecipato alla riunione convocata in mattinata dal capogruppo Francesco Boccia parla di confronto “civile”, anche se Filippo Sensi a Palazzo Madama si lascia sfuggire un giudizio sincero, parlando con esponenti dell’Unione giovani ebrei d’Italia: “I nostri hanno tentato in tutti i modi di sabotare il ddl...”.

Quando la commissione Affari costituzionali licenzia il mandato alla relatrice Daisy Pirovano, senatrice della Lega, di portare il testo in Aula Grazio Delrio al Foglio confessa: “Io voterò sì. Credo che rifugiarsi nei tatticismi, quando è evidente che c’è un problema da risolvere, sia un errore. Si tirano in ballo gli indicatori, gli esempi della definizione Ihra, ma erano presenti anche nella risoluzione votata da Schlein in Europa”. Pronti a seguire Delrio ci sono i senatori Filippo Sensi, Walter Verini, Sandra Zampa, Pier Ferdinando Casini. In bilico Alfredo Bazoli, che è vice capogruppo a Palazzo Madama (da qui gli imbarazzi dello stesso Boccia). Avrebbero votato a favore anche Simona Malpezzi e Tatiana Rjoic, assenti. Delrio, Zampa e Verini intervengono in Aula per spiegare perché è importante dire sì. Il capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali, Andrea Giorgis, parlottando alla buvette del Senato, si sfoga con i colleghi Alessandra Maiorino del M5s e Beppe De Cristofaro di Avs. “Il ddl, con sole tre audizioni, era su un binario morto. Poi ci si è messo Delrio con il suo testo. E’ colpa sua. Adesso vogliono far passare noi come antisemiti. Ma siamo matti? L’atteggiamento della maggioranza è immorale”.

 

E però, sin dalle prime dichiarazioni al termine della riunione di gruppo, si capiva come la strategia del Pd fosse buttare la palla in tribuna. Boccia fa filtrare tramite agenzia la disponibilità a votare il testo “se esce la definizione dell’Ihra”, da sostituire con la più generica “dichiarazione di Gerusalemme”. Al che Maurizio Gasparri, braccato dai cronisti a Palazzo Madama, respingerà al mittente la richiesta: “Non stiamo al parlamento di Hamas. Per noi quella definizione è intangibile”. Boccia dirà: “E’ un provocatore”. Pd e M5s, quindi, in commissione decidono di astenersi e Avs vota contro. Iv vota a favore, così come farà oggi Azione. In Aula, insomma, si consumerà la spaccatura che si è cercato di evitare con tecniche dilatorie rudimentali, invocando la discussione sul Media Freedom Act. Con il Nazareno che prova a far passare il messaggio: abbiamo provato a presentare emendamenti condivisi. Siete voi che ci dite no. La presidente Ucei Livia Ottolenghi aveva spiegato, intervenendo al mattino in Senato, che il ddl rappresenta “una risposta necessaria e responsabile. Non è un atto simbolico, ma un’assunzione di responsabilità da parte dello Stato. E’ l’affermazione chiara che l’antisemitismo non è tollerabile e che la tutela della dignità umana e della libertà religiosa costituisce un presidio irrinunciabile della nostra democrazia”. Assisterà anche, dalle tribune, alla discussione in Aula. Il Pd (almeno quello ufficiale) però alla fine sceglie di non assumersela, quella responsabilità. Dando, come sempre, la colpa agli altri. E poco importa che siano addirittura compagni di partito.

  • Luca Roberto
  • Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.