Ansa
Teletribali e TeleMeloni
Così il modello politicizzato e blindato di La7 ha battuto l'evanescente non modello Rai
Entrambe sono costruite su un pubblico fidelizzato, ma in questi anni la Rai ha tolto identità alle tre reti. Lo svuotamento di un modello storico ha regalato lasciato il campo alla tv di Cairo costruita su un pubblico coeso: a gennaio La7 è stata la terza rete più vista in prime time
Lunedì sera “Otto e mezzo” di Lilli Gruber ha sfiorato il dieci per cento di share (9,9). Si parlava di guerra quasi mondiale, ma in ogni caso un bel botto di ascolti per La7. Non una novità, piuttosto una conferma per l’emittente che Urbano Cairo ha blindato da tempo sul modello del talk politico d’attualità, fidelizzando il proprio pubblico – un pubblico speculare e opposto al retequattrismo e soprattutto al pubblico ipotetico, o forse inesistente, di TeleMeloni. Una scelta editoriale che funziona. A gennaio La7 è stata la terza rete più vista in prime time, fascia magica dei suoi talk, media del 6,1 per cento. “DiMartedì” di Floris la puntata prima a di Sanremo ha fatto l’8,2 parlando di (no al) referendum.
“Piazzapulita” di Formigli fa numeri da ammiraglia, domenica scorsa “In onda” di Telese ha totalizzato il 5,6 in access e il 4 in prime time. Una tv costruita su un pubblico coeso, e per capire che funziona basterebbe metterla a confronto con l’abdicazione a ogni programma di approfondimento politico della cosiddetta TeleMeloni. Dove Giletti uomo di punta viaggia attorno all’8 su Rai3 (il direttore di Rai Approfondimento Paolo Corsini ha negato possibili chiusure) parlando lunedì di Garlasco e i “Cinque Minuti” di Bruno Vespa viaggiano onorevolmente oltre il 20 per cento di ascolti medi, ma cinque minuti non possono bastare per accendere dibattiti o polemiche, che sono poi le vere merci che vende una tv. Il tutto mentre, a venti giorni dal referendum, i dati AgCom confermano La7 fortemente sbilanciata per il No e la Rai ovviamente più neutra. Dall’altro lato c’è Rete 4, sbilanciata per il Sì, ma con ascolti inferiori.
Se Giorgia Meloni come gli aruspici volesse trarre da queste evidenze gli auspici per il voto al referendum, dovrebbe preoccuparsi. Non è detto che gli ascolti di La7 decidano del voto; ma qualcosa da imparare la destra di governo lo avrebbe. A partire dal modello La7. A un’osservazione solo astratta, potrebbe apparire strano che uno schema ripetitivo sera dopo sera di talk che martellano quasi sempre gli stessi temi, con conduttori tutti schierati da una parte, al di là di qualche nuance, e spesso con la stessa compagnia di giro di ospiti – Travaglio, Caracciolo, Scanzi, Gratteri ormai pippobaudo di La7, Cacciari, Paolo Mieli qb – comprensivi degli oppositori politici che si acchitano al ruolo di vittime sacrificali possa non solo non perdere appeal ma addirittura crescere e consolidarsi.
In realtà ci sono due leggi note a chi si occupa di televisione. La prima è mercato: guadagnare mezzo punto di audience stabile è dannatamente faticoso, ma perderne due in una sera è un attimo. Tradotto: mai cambiare, mai tradire l’aspettativa del pubblico. La seconda è di natura sociologica e politica: il pubblico chiede di essere rassicurato, il talk (qualsiasi talk) non serve a informare ma ha l’effetto sedativo delle favole della nonna, racconta che tutto va bene e conferma le proprie idee preferite. In più, nella polarizzazione politica, l’aspettativa del pubblico è che l’ospite che la pensa come te (o per te) ogni giorno trovi un nuovo spunto per bastonare l’avversario. La7 e il retequattrismo sono stati costruiti in modo speculare? Sì. Su un pubblico fidelizzato, identitario, con una forte tendenza al tribale. Quello che non torna, o su cui dovrebbe riflettere la famosa o ipotetica dirigenza telemelonista che ha preso il comando della Rai – o almeno ha destituito chi c’era prima – è appunto il ruolo soi disant (o wannabe?) strategico dell’emittente pubblica di maggiore ascolto per il governo. In questi anni la Rai si è limitata a smobilitare l’informazione di approfondimento, e non solo “di sinistra”, provocando una naturale migrazione del pubblico in cerca di programmi confacenti. Un po’ lo stesso fenomeno accaduto con Fazio. Nel frattempo, non ha saputo occupare quegli spazi con informazione “di destra” credibile, un flop dietro l’altro, causando anche una contenuta emorragia verso l’unica rete Mediaset interessata al talk politico. Togliere identità alle tre reti, con l’illusione di togliere le identità politiche, non ha funzionato.
La Rai è sempre stata spartizione non solo politica ma di pubblici (elettori) di riferimento tra governo e opposizioni. Non è una media company di mercato. Oggi a chi parla? Lo svuotamento di un modello storico ha regalato campo a perto alla tv di Cairo. L’impressione è che alla destra di governo non interessi quel pubblico, punta tutto sull’idea che il suo elettorato viva sull’onda della cronaca. L’unica cosa che conta sono i tg, anzi meglio i titoli d’apertura dei tg e il rullo di cronaca (nera). Scomparsi i talk, resta la militarizzazione delle news, che ha investito anche la radio. TeleMeloni non è riuscita nemmeno a comandare Sanremo, la scelta di presentare in diretta il successore di Carlo Conti è suonata come una resa, da una parte, ma soprattutto come un atto di sfiducia all’intera dirigenza Rai da parte di altri. I nomi dei protagonisti della disfida di Barletta in salsa Rai li lasciamo al lettore.