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il racconto

Nel libro autobiografico di Cusani “Il colpevole” manca qualche prova su una storia più complessa

Maurizio Crippa

Un testo che ricostruisce con precisione e abbondanza di dettagli personali una delle viende più importanti e drammatiche della storia italiana. Il racconto di una vita che rilegge la fine della Prima Repubblica

Si è stati in dubbio se occuparsi o meno del libro autobiografia ricostruzione storica autodafé rivendicazione di Sergio Cusani, “Il colpevole” in uscita in questi giorni. Poi abbiamo letto sul Fatto l’intemerata di Gianni Barbacetto, a metà tra l’allons enfants di vecchi maoisti e l’eterno spirito da tricoteuses di Mani pulite, e si è optato per il sì (come al referendum, a cui invece Cusani non ha detto cosa voterà nemmeno a Goffredo Buccini, eppure l’ha detto eccome). Si scherza, ovviamente. Un po’ di leggerezza anche solo per togliere un eccesso di seriosità al personaggio, al suo modo di porsi e di raccontarsi e ai drammi della storia. Si scherza, certo: il corposo libro di Cusani è interessante, ricostruisce con precisione e abbondanza di dettagli personali una delle vicende più importanti e drammatiche della storia italiana, bene ha fatto Rizzoli a pubblicarlo e l’interesse che sta ottenendo è già una risposta. Cusani è una persona intelligente e complessa, che ha avuto o scelto di avere tante vite. Meglio dunque cominciare dall’ultima, dalla parte finale del libro, che racconta l’uomo che è adesso. Il cambiamento di vita profondo, o un ritorno all’origine, iniziato dal carcere, quando a San Vittore si ritrovò a parlare a una luna che non era la luna. Il rinnovarsi dopo la pena scontata, le nuove relazioni.  E’ il Cusani che vuole “provare a capovolgere il paradigma”. Lo dice di uno dei primi impegni nel sociale, in via Padova. Poi i progetti per il carcere con i detenuti, la finanza etica. Una visione rigorosa della giustizia sociale, la riabilitazione ottenuta nel 2009. In fondo è la cosa che più gli preme dire è l’uomo differente di adesso.

 

Per il lettore l’interesse centrale è giocoforza altrove. A partire dalla ricostruzione di ciò che c’è stato “prima della tempesta”. La cavalcata di Raul Gardini per prendersi il ruolo di primo piano nell’economia. Lettura senz’altro raccomandata per chi, giovane, voglia sapere di più dell’Italia di quegli anni. Per gli altri, al netto di molti gustosi aneddoti, ha il sapore del già noto, già giudicato (dalla storia, non dai tribunali). Una storia importante, ma ormai archiviata. Sarebbe stato più interessante – e Cusani ne avrebbe certo la possibilità – se avesse allargato lo sguardo a come fosse davvero il mondo “di prima”. Gli intrecci di un’Italia (limitiamoci a Milano, città del resto di Craxi e dove Gardini si suicidò) in cui tutti andavano a cena con tutti. Politici imprenditori e brasseur d’affaires. Compresi i futuri pm à la Di Pietro e i giornalisti castigamatti. Il tramonto della Prima Repubblica e del sistema industriale italiano (“Il risultato del processo Enimont è stato aver portato al disastro la chimica italiana”, è il giudizio, corretto, che proprio Barbacetto non riesce a perdonargli. Oltre ovviamente le accuse ai magistrati). Quel mondo era più complesso dei viavai di voli privati tra Linate e Ravenna, del viavai tra via Filodrammatici e palazzo Belgioioso, dove Di Pietro non ebbe tempo, era indaffarato, di andare ad arrestare Gardini prima che si sparasse. La dedica del libro è “al dottor Serafino Ferruzzi, che questo libro gli renda onore”. E questo dice molto. C’è il ritratto di Gardini imprenditore solitario e innovatore, di visione. Il cruciale discorso a Padova 1990 “la chimica sono io”, in cui Gardini lanciò una sfida di innovazione e crescita a un sistema industriale e statale sull’orlo del declino. La reazione del complesso politico-economico fu spietata. Ma anche questo, e la figura di Gardini, sono ormai questioni storicizzate.

 

Il margine di interpretazione si allarga quando si arriva alle inchieste e al processo per la “madre di tutte le tangenti”; il racconto di Cusani si concentra sulla celeberrima “provvista Enimont”. Ovvio, è la vicenda per cui andò a processo e fu l’unico “colpevole”. Il racconto, pur dettagliatissimo, è come se avesse bisogno di aprire finestre che invece rimangono socchiuse. A partire dal fatto che il sistema della corruzione e del finanziamento della politica era più ampio, complesso. Ripetere come fa l’autore che c’è “un solo colpevole” finisce per ridurre il tutto a una storia criminale. Dando in fondo ragione alla narrativa dei magistrati: se un sistema esisteva, non era politico ma solo criminale. Non era così. Cusani giustamente accusa: “E’ il metodo di quelle indagini che ha portato Raul Gardini al suicidio”. Tanto varrebbe accusare i funzionamenti della giustizia già allora distorti. Ma quando Buccini per il Corriere gli chiede: “Qual è stata la malattia della magistratura in questi trent’anni?”, la risposta è elusiva: “Eh, la mia condizione non mi permette di fare il grillo parlante. Gliel’ho detto: sono un pregiudicato, mi capisca”.

 

L’altra domanda, che ci riporta al cuore del libro, riguarda la questione del “colpevole”. Cusani spiega “l’assurda speranza di essere l’ultimo. Che la propria colpa serva per evitarne altre”. Quando però scrive, anche dando per scontata una parte di gioco retorico, “io sono l’emblema di Mani pulite, il Colpevole per antonomasia. Ho accettato quella condanna, non mi sono tirato indietro scaricando su altri… L’ho pagata e la pagherò per sempre: è giusto”, vi è qualcosa di eccessivo, un po’ teatrale. Un’ombra di narcisismo – sia detto in senso meramente tecnico – anche se Cusani rifiuta di definirsi un capro espiatorio. Difficile da accettare in toto. Perché non è stato l’unico condannato di Mani Pulite, perché sarebbe meglio chiamare “colpevole” il “capo dei capi”, Bettino Craxi. Al quale si attaglia anche la figura di capro espiatorio. Ma lui nel celebre intervento alla Camera dimostrò che la riduzione della politica a un solo profilo criminale era falsa: “Non credo che ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo”. Ritagliarsi il ruolo di unico colpevole di una stagione così complessa manca in qualche misura l’obiettivo. Il libro di Cusani merita di essere letto e valutato. Non riesce a cancellare, ma non era lo scopo, la nebbia di ambiguità che ha accompagnato tutta quella stagione. In questo è un ritratto anche del suo autore, uomo di molte vite e molti mondi. In cui non tutti i conti tornano e non tutto può tornare al suo posto.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"