Foto ANSA

magazine

Sovranità limitate. Vecchie e nuove sfere d'influenza

Siegmund Ginzberg

Sul Pci al governo la dottrina Kissinger era chiara: “Neanche un caffè con i comunisti”. Gli si mettono i bastoni tra le ruote, anche al prezzo di promuovere un golpe

A raccontarmi la riunione fu una studiosa che vi aveva partecipato ed era intima di Kissinger. Non so se fosse una delle “ragazze” che Kissinger si portava a Parigi per coprire i suoi primi incontri segreti con i cinesi, e su cui Mao aveva scherzato con Nixon, Zhou Enlai e lo stesso Kissinger, nell’incontro conviviale a Pechino. A Harvard, dove Kissinger aveva diretto l’International Seminar fino al 1971, lui e Suzanne Berger erano dirimpettai d’ufficio. La riunione era stata convocata per discutere del “caso Italia” dopo i clamorosi successi elettorali del Pci nel giugno 1976 (poco ci era mancato al sorpasso della Dc), seguiti alle altrettanto clamorose avanzate alle amministrative dell’anno precedente. C’erano tutti gli addetti ai lavori. Studiosi, italianisti, diplomatici, rappresentanti del dipartimento di stato, del Pentagono, della Cia. Tutti, uno dopo l’altro, avevano preso la parola per dire che un’eventuale partecipazione del Pci al governo non rappresentava un pericolo per gli interessi degli Stati Uniti, e men che meno un pericolo per la democrazia in Italia. Anche la Cia aveva espresso parere favorevole. Sapevano il fatto loro. Da bravi professionisti conoscevano bene vita e miracoli del Pci. Non avevano nemmeno bisogno di infiltrati e informatori a pagamento.

A Milano, dove a metà degli anni 70 facevo il dirigente dell’ufficio fabbriche (Giuliano Ferrara era il mio omologo a Torino), avevamo avuto l’ordine di scuderia di frequentarli, fargli vedere e sapere tutto, soddisfare ogni loro curiosità. Sapevano benissimo che non eravamo nemici dell’America, e che non eravamo – per l’esattezza, non eravamo più – dipendenti dagli ordini e dall’oro di Mosca e che, anzi, a Mosca ce l’avevano a morte col Pci. A pronunciarsi decisamente contro la prospettiva del Pci al governo erano stati solo i rappresentanti del Pentagono. Il Partito comunista non poteva andare al governo, avevano spiegato, perché l’Italia aveva tante e tali servitù militari a vantaggio degli Stati Uniti, tante e tali rinunce alla sovranità nazionale, che nessuno avrebbe potuto accettarle. Figurarsi un partito che si chiamava ancora comunista! La riunione fu conclusa da Helmut Sonnenfeldt, soprannominato “il Kissinger di Kissinger”. Raccolse i fogli con gli appunti che aveva preso, ringraziò i presenti per la partecipazione e le informazioni che avevano fornito. E concluse: “Bene, ora vediamo cosa possiamo fare per impedire che il Pci vada al governo”. La parte operativa, era chiaro, esulava dalle competenze dei presenti, forse anche da quelle del Pentagono e della Cia. Non so cosa abbiano combinato. “Io so i nomi dei responsabili della bomba di piazza Fontana, delle stragi di Brescia e della stazione di Bologna. Ma non ho le prove” aveva scritto Pasolini sul Corriere della Sera il 14 novembre del 1974, in piena stagione di trame oscure. Sul lavoro sporco a nessuno piace lasciare in giro prove e documenti. Certe cose si facevano ma non si dicevano. C’era, come dire, ancora un minimo di pudore. Trump, che preannuncia e minaccia fuori dai denti anche cose che ancora non fa, è una novità assoluta.

Sono tornate le sfere d’influenza. With a vengeance, con prepotenza vendicativa, direbbero gli americani. L’Ucraina è mia, dice la Russia di Putin. La Cina è una sola, Taiwan non è mai stata né sarà mai indipendente, fa eco Pechino. Trump rivendica per gli Stati Uniti il Venezuela e il suo petrolio, l’intera America latina, il Canada e la Groenlandia. Per chi non voglia sottostare all’uno o all’altro schieramento – o peggio, aspiri a passare da uno all’altro – è aperta la stagione di caccia. Non è concepita l’indipendenza. Se ti azzardi a continuare a fare affari col mio nemico, ti massacro di dazi, o di hackeraggi elettronici. Se ti ostini a non volere al governo i miei amici dell’estrema destra europea, ti sgambetto, ti minaccio, cerco di intimidirti. Non importa se mi chiamo Trump o mi chiamo Putin. Esattamente come avveniva nel secolo scorso, quando valeva ancora la spartizione del mondo concordata a Yalta tra i vincitori della Seconda guerra mondiale. Tornano all’ordine del giorno le sovranità limitate, le sfere d’influenza.

Sono tornate le sfere d’influenza. With a vengeance, con prepotenza vendicativa, direbbero gli americani. L’Ucraina è mia, dice la Russia di Putin. La Cina è una sola, Taiwan non è mai stata né sarà mai indipendente, fa eco Pechino

                     

Nell’autunno 1976, Suzanne Berger fu una dei molti addetti ai lavori che avevo potuto incontrare nel corso del mio “viaggio dei sei giorni” negli Stati Uniti. Il resoconto di quella riunione fu il pezzo forte delle note che avevo preso. Il taccuino si è salvato dai molti traslochi e dall’affastellamento mostruoso di carte e libri che mi rende spesso impossibile ritrovare quel che cerco. E’ tascabile, con pagine quadrettate e una rilegatura in tela di canapa. Contiene appunti dei colloqui con Suzanne, e gli altri “italianisti”, consulenti più o meno occasionali del governo Usa (Steve Hellman, Peter Lange, Sidney Tarrow, Zygmunt Nagorski, allora segretario del Council of Foreign Affairs, solo per telefono Joe LaPalombara, che insegnava a Yale). I contatti mi erano stati dati generosamente forniti da Giuseppe Boffa, il quale mi aveva preceduto da poco in America, invitato a una conferenza accademica. Non si erano ancora finalizzati i viaggi di Giorgio Napolitano, che avrebbero dato il via alla “normalizzazione” dei rapporti Pci-Usa. Tanto meno in America aveva messo piede Enrico Berlinguer. Malgrado in un’intervista al Time Magazine del 14 giugno 1976 si fosse detto pronto a partire per gli Stati Uniti per scoprire un mondo nuovo e spiegare la realtà italiana “spesso presentata in modo distorto”. Era un segnale di amicizia, un ulteriore segno di distacco da mamma Urss. Faceva il paio con l’intervista a Pansa in cui Berlinguer diceva di sentirsi protetto, non minacciato, dall’ombrello della Nato. La copertina del Time disegnava un Berlinguer rosso in volto, corrucciato e minaccioso, con sovraimpresso il titolo: “Italia: La minaccia rossa”. Del viaggio adombrato non se ne fece nulla. Avrebbe potuto produrre un versamento di bile al Cremlino quanto e più del successivo viaggio in Cina del 1979, che agli occhi della Mosca di Breznev lo aveva bollato definitivamente come “traditore” del “comunismo reale”. A Berlinguer, il visto non glielo diede mai nemmeno l’amministrazione Carter. Non capirono. Gli si mostrava la luna e guardavano il dito. “Berlinguer continuava a dichiararsi fedele alla Rivoluzione d’Ottobre”, dice l’ex ambasciatore di Carter a Roma Dick Gardner, intervistato nel film-documentario di Veltroni. Si riferisce probabilmente al fatto che Berlinguer continuava a parlare bene della Rivoluzione del 1917 per poter aggiungere che se ne era “esaurita la spinta propulsiva”.

Andare negli Stati Uniti, in quel momento, sarebbe toccato invece, per puro caso, a me. Giornalista, di parte sì, ma ancora senza molta arte. Mi occupavo di economia e sindacati alla redazione di Milano. Esperienza di contatti internazionali zero. Iran e Cina erano di là da venire. Al ritorno l’Unità pubblicò sei paginate-lenzuolo, una per tema, di reportage su quel viaggio in America, rarissimo per chi avesse la tessera di un partito comunista. Contenevano poco o nulla sui colloqui che avevo avuto. Di questi scrissi invece in una nota riservata per Gianni Cervetti, appena catapultato da Milano al cuore della segreteria nazionale a Botteghe Oscure, e per Sergio Segre, allora responsabile Esteri, l’uomo che aveva spianato la strada ai rapporti con le socialdemocrazie europee. Tra coloro che siglano l’allegato che conferma la lettura ci sono Berlinguer, Napolitano, Pajetta, Chiaromonte, e Pio La Torre. Paolo Bufalini firma per esteso. Non me ne ricordavo nemmeno più, quando l’amico ed ex collega Marco Sappino mi chiamò per dirmi che era ampiamente citata nel libro di uno studioso serio, Umberto Gentiloni Silveri, che l’aveva ritrovata all’Istituto Gramsci, dove sono ora depositati gli archivi del Pci (L’Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista da Washington, Einaudi 2009). Segnalavo che dopo le politiche di giugno 1976 (con “due vincitori”: Pci 38,9, Dc 33,8), c’erano stati “mutamenti” nell’atteggiamento del dipartimento di stato, “con una più aperta esplicitazione delle posizioni più ‘realistiche’ sul tema della partecipazione del Pci al governo”. Già però temporaneamente “rientrate” in attesa dell’esito delle presidenziali americane di novembre, in cui Gerald Ford, il vice succeduto all’impeached Nixon, era sfidato dal democratico Jimmy Carter. A vero dire, nessuna delle due fazioni era amica del Pci. Lo sospettavano ancora di essere longa manus dell’Urss brezneviana.

Ma i “realisti” sono quelli che considerano probabile, ineluttabile il Pci nel governo, e vogliono attutirne l’impatto. Ai realisti si contrappongono i seguaci della “dottrina Kissinger”: coi comunisti non si prende nemmeno un caffè, gli si mettono i bastoni tra le ruote, anche al prezzo di promuovere un golpe (come avevano fatto appena tre anni prima, nel 1973, in Cile). Fu dopo il colpo di stato contro il governo di Unidad popular in Cile, che Berlinguer aveva escluso che la sinistra potesse andare da sola al governo, anche avesse avuto il 51 per cento, e aveva proposto invece il “compromesso storico”, un’unità che andasse anche oltre il centro-sinistra. Ma la cosa, anziché tranquillizzare gli animi a Washington, li aveva spaventati a morte. Da allora in poi la parola d’ordine non fu più solo “tenere il Pci fuori dal governo”, fu: impedire a ogni costo un avvicinamento tra comunisti e cattolici. Segnalavo anche (“in modo che merita attenzione anche per la succinta esposizione”, a detta di Gentiloni) le difficoltà, i dubbi a cui si trovavano di fronte anche i “realisti”, cioè i possibilisti sul tema comunisti al governo. “1) un’effettiva capacità, da parte del Pci, di influire, con la sua presenza al governo, positivamente sulla crisi, di risolvere ‘lo stato comatoso dell’economia italiana’; 2) l’assenza di dissenso organizzato interno nel Pci che ne indebolisce la credibilità pluralistica (e l’impressione che a Washington preferiscano “scegliere” loro con chi parlare all’interno del gruppo dirigente Pci); 3) la questione delle basi militari, non in quanto tali [Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia non era più da tempo una parola d’ordine del Pci.