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Verso il voto sulla Giustizia

Il preoccupato Sì da sinistra di Pombeni, nel “mare di veleni”

A titolo personale, il direttore della rivista Il Mulino chiede un atto di “responsabilità” ai naviganti referendari

Marianna Rizzini

"Mi pare si stia mettendo a rischio la cultura istituzionale di questo paese. E sottolineo: non sto parlando di rischio per la democrazia, come dice invece chi, non avendo idee, per fare polemica mette in campo i primi idoli che passano per strada. Quello che abbiamo di fronte oggi è invece un grave problema di cultura istituzionale”, dice Pombeni

Un panorama sconfortante si apre davanti allo sguardo pre-referendario del professor Paolo Pombeni, storico, politologo e direttore della rivista Il Mulino, pilastro della sinistra bolognese e non solo. Pombeni, “a titolo personale”, dice, voterà Sì, anche se preferirebbe esprimere la sua preferenza in un clima meno esarcerbato, circostanza che, a suo avviso, “potrebbe spingere i moderati dalle due parti verso l’astensione”, nonostante l’intervento pronunciato in seno al Csm dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “uomo che stimo molto e che entrerà nella storia”, dice Pombeni, “ma che, temo, non riuscirà a svuotare il mare di veleni con un cucchiaio”. Come se ne esce? “Sempre a titolo personale, e visto che dirigo una rivista organo di un’associazione che non ha preso posizione ufficiale sul tema e i cui membri votano nelle due direzioni”, dice Pombeni, “confesso di sentirmi non isolato, ma molto turbato. Mi pare infatti si stia mettendo a rischio la cultura istituzionale di questo paese. E sottolineo: non sto parlando di rischio per la democrazia, come dice invece chi, non avendo idee, per fare polemica mette in campo i primi idoli che passano per strada. Quello che abbiamo di fronte oggi è invece un grave problema di cultura istituzionale”.

 

Tre sono le punte della questione, dice il professore: “Primo: bisogna intendersi sul concetto di divisione dei poteri. Nella corretta interpretazione storica, infatti, non significa contrapposizione di poteri e neanche concorrenza tra poteri. Il potere, tecnicamente, è anzi uno solo: quello dello stato, affidato a organismi diversi per evitare il rischio di totalitarismo. Vale per il governo, per il Parlamento e per la magistratura – che nella definizione di Montesquieu sarebbe il potere neutro”. Secondo punto fondamentale, per Pombeni, “è la necessaria distinzione tra istituzioni e persone che di volta in volta le incarnano. Vale anche per il Csm, come ha evidenziato Mattarella, anche se nel Csm ci sono stati diversi episodi di correntismo, e il presidente stesso lo ha a suo tempo fatto notare. Ma le critiche devono riguardare le persone, non l’istituzione. E infatti nella riforma oggetto di referendum non si parla di abolire, ma di rimodulare il Csm”. Infine, dice Pombeni, “è necessario intendersi su che cosa significhi autonomia e indipendenza della magistratura. La magistratura non può essere eterodiretta, deve autodirigersi in base ai compiti che svolge, anche se sarebbe poi da evitare quello che io chiamo il rischio di ritorno dell’Inquisizione. Ecco, dovrebbe esserci oggi una sorta di rivolta culturale, dalle due parti, per chiedere che si parli di queste tre questioni, nelle settimane che ci separano dal referendum. Altrimenti si renderà difficile il voto anche a chi, come me, vuole esprimersi per il Sì, ma senza intrupparsi dietro a quelli che fanno campagna in modo francamente inqualificabile”.

 

Si rischia che i delusi votino contro? “No, perché dal lato del No è la stessa cosa, e come dicevo questi toni spingono verso l’astensione. Ma astenersi non si può, se non si vogliono favorire i pasdaran”. Esiste una strada percorribile? “Dato per acquisito che sia oggi necessario decorporativizzare la magistratura”, dice Pombeni, “perché dobbiamo salvare i magistrati, e non la corporazione della magistratura, chi vota Sì avrebbe il diritto di chiedere ai promotori della riforma di dare garanzie su quello che faranno in caso di vittoria. Temo infatti che – chiunque prevalga – i vincitori si schierino poi in assetto di annientamento dell’avversario. Questo significherebbe mandare a rotoli il paese in un momento internazionale delicatissimo. Sarebbe totalmente irresponsabile: non stiamo giocando una partita di Risiko nella cucina di casa nostra”. Come si potrebbe mettere in pratica, allora, la responsabilità? “Chi è per il Sì chieda alla maggioranza di spogliarsi dell’idea di voler mettere da sola la firma sulle leggi attuative, in caso di vittoria. Il governo anzi potrebbe già oggi scombinare le carte dicendo: ‘In caso di prevalenza del Sì, delegheremo la questione delle modalità attuative a un’alta commissione di giuristi, riconosciuti come autorevoli in modo trasversale, per poi portare il testo in Parlamento’. Quelli che sostengono il No, specularmente, avrebbero invece il dovere morale di dire: questa riforma non ci piace, ma siccome le deviazioni nel funzionamento della giustizia sono riconosciute da tutti, a partire dal Presidente della Repubblica, vi diciamo già ora come intendiamo risolverle in caso di vittoria”. Fantascienza, visti i toni delle ultime settimane. L’antidoto resta per ora ignoto; e Pombeni è pessimista:  “Se si va avanti così, comunque finisca, purtroppo sarà un vero disastro”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.