Ansa
Referendum teatrale
Fascismo o immigrazione? Il melodramma politico batte la noiosa separazione delle carriere
Esiste il referendum ufficiale e poi esiste il referendum vero, quello di cui tutti parlano. Bisogna ammettere che è tutto un po’ più drammatico. Non per niente siamo il popolo del melodramma e dell’Opera, dove il protagonista, se colpito da qualcosa o da qualcuno, non crolla al suolo, ma si mette a cantare
Stamattina abbiamo provato a cercare la parola “fascismo” nel testo della riforma costituzionale. Risultati: zero. Abbiamo cercato “immigrazione”. Niente. “Sbarchi”? Nisba. “Invasione”? Manco per sogno. Eppure, a giudicare da quello che dicono la Lega, il Pd, Fratelli d’Italia, Avs e le trasmissioni di La7 e Rete 4, sembrerebbe che il quesito sia: “Preferite Benito Mussolini o un milione di clandestini? Scegliete uno dei due, per favore”. Non è un referendum, è un episodio del Trono di Spade. Ormai il film è iniziato e non c’è modo di fermarlo. Ed è pure divertente.
Esiste il referendum ufficiale, quello sulla separazione delle carriere in magistratura, quello che prevede che giudici e pubblici ministeri abbiano percorsi professionali distinti. Una questione organizzativa, in fondo. Come decidere se in ufficio Marketing e Vendite debbano stare nello stesso piano o in piani diversi. E poi esiste il referendum vero, quello di cui tutti parlano. Quello che tutti vogliono. Che è completamente diverso. Nel referendum vero il quesito è un altro. Per quelli del No è: “Mica vorrete che l’Italia diventi una dittatura illiberale?”. Mentre per quelli del Sì è: “Volete opporvi a orde di clandestini barbari e invasori?”. Da una parte c’è Giorgia Meloni con i magistrati che bloccano tutto, Albania, rimpatri, espulsioni... D’altra parte, Elly Schlein con la sua versione: “Questa riforma serve al governo per avere le mani libere e porsi al di sopra della legge”. Giuseppe Conte che rincara: “Non è uno scontro tra destra e sinistra ma tra chi vuole difendere i pilastri della Costituzione e chi la vuole sovvertire”. Nicola Fratoianni che va oltre: “E’ una demolizione della separazione dei poteri”. Bisogna ammettere che è tutto un po’ più drammatico. Più teatrale. Certamente intrattiene.
Non per niente siamo il popolo del melodramma e dell’Opera, dove il protagonista, se colpito da qualcosa o da qualcuno, non crolla al suolo, ma si mette a cantare. Siamo cresciuti con l’Aida che muore nella tomba, non con Aida che compila moduli in triplice copia. Con Tosca che si butta dalla Rocca, non con Tosca che studia le circolari ministeriali. Le minuzie costituzionali annoiano, le tragedie cantate divertono. L’ordinamento giurisdizionale, la separazione delle carriere, per quanto rispettabili, stanno all’epica come un elenco telefonico sta all’Orlando Furioso. Nessuno vuole essere Virgilio che spiega le sottigliezze amministrative del Purgatorio, tutti vogliono essere Paolo e Francesca travolti dalla passione. Anche se finisce male. Shakespeare – che qualcosa sapeva di teatro – faceva dire a Polonio: “Brevity is the soul of wit”. Ma Polonio è un noioso pedante che nessuno ascolta. E infatti viene ammazzato dietro una tenda mentre spiava. Morale: i dettagli tecnici fanno calare il sonno, le pugnalate no. Metà Europa ha carriere separate senza essere in dittatura. Francia, Germania, Spagna, tutti regimi totalitari che non se ne sono accorti. Ma questa osservazione richiede di guardare dati empirici, statistiche, funzionamento concreto di altri sistemi giudiziari. Molto meglio gridare “fascismo”. Ha una risonanza emotiva immediata. Come i barconi di Salvini, che hanno una potenza visiva. Evocano invasioni, frontiere, destini fatali. L’ordinamento giurisdizionale invece evoca... cosa? Una cancelleria provinciale infestata dalle mosche.
Lavoro e immigrazione