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il colloquio

Parla Minniti. Meloni e il Board per Gaza? “Con Trump pensare di fare da soli è una illusione. L'Ue sia coesa”

Ruggiero Montenegro

"Il Board of peace è il segno più evidente dell’unilateralismo radicale del presidente americano", dice l'ex ministro. Oggi Tajani sarà a Washington. "Sarebbe stato necessario un coordinamento preventivo molto più forte con gli altri paesi europei. L'alleanza strategica con la Germania è una grande opportunità, il governo non la vanifichi"
 

“L’Italia e l’Europa hanno il dovere politico di essere parte attiva della ricostruzione a Gaza”, dice Marco Minniti. E sottolinea: “Indipendentemente dalla partecipazione al Board of peace”. Il presidente di Med’Or foundation parla al Foglio alla vigilia della prima riunione del Consiglio di pace voluto da Donald Trump. E i dubbi non mancano. L’Italia, in veste di osservatore, sarà rappresentata dal ministro Antonio Tajani. Mentre altri grandi paesi europei hanno declinato l’invito. “Questo Board – spiega Minniti – rischia di diventare il segno più evidente dell’unilateralismo radicale di Trump. Di fronte a questa prospettiva sarebbe stato più utile evitare iniziative solitarie. L’Ue, nei suoi paesi fondamentali, avrebbe dovuto presentarsi in maniera coesa: pensare che ogni singolo paese europeo possa gestire i rapporti con l’America in un’ottica bilaterale è una tragica illusione”


Prima di addentrarsi sul ruolo dell’Italia e dell’Europa, Minniti  fa una premessa, utile a comprendere quelle che dal suo punto di vista sono le luci e le ombre del Board per Gaza. “Quando a ottobre furono firmati gli accordi di pace a Sharm el Sheikh, il Board ne rappresentava un elemento cardine. Nel presiederlo, Trump compiva un atto di responsabilità e in una certa misura cedeva alle pressioni dei paesi arabi moderati”, ricorda l’ex ministro dell’Interno. Un mese dopo è arrivata anche la legittimazione delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2803 adottata dal Consiglio di sicurezza con il lascia passare di Cina e Russia. “In questa configurazione il Board diventava uno strumento dell’Onu, che dopo una lunga e palese ininfluenza su tutte le drammatiche crisi aperte ritornava protagonista”. Poi cosa è successo? “A Davos, a gennaio, Trump presenta il suo Consiglio: si trasforma in un organismo di carattere più generale, per dirimere i conflitti in tutto il mondo, senza più riferimenti a Gaza e con poteri quasi assoluti per Trump autonominatosi anche presidente a vita del Board. In altri termini, la traduzione internazionale dello slogan America first. Un vero e proprio rovesciamento dell’idea iniziale”. 

Davanti a questa nuova impostazione, in Italia come in altri paesi,  si è innescato un dibattito, anche aspro, sull’adesione al Consiglio. “Fermo restando che l’impedimento costituzionale all’adesione è reale ed evidente, il punto fondamentale  è politico par excellence, nel senso più alto del termine”. Che intende? “Nel momento in cui il Board diventa l’espressione dell’unilateralismo più radicale dell’America di Trump, è chiaro che l’Europa, così come gli altri grandi paesi del mondo, sia chiamata in causa. La domanda allora è: quale reazione vogliamo mettere in campo?”. Le risposte sono state tuttavia varie, talvolta contrastanti. “Mentre sarebbe stato necessario un coordinamento preventivo molto più forte. E’ singolare per esempio che Bruxelles mandi a Washington la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica, con un ruolo ancora indefinito. Sicuramente non aderente, forse osservatore”.

Anche l’Italia, in qualche modo, ha contribuito a questa confusione: la premier Giorgia Meloni è stata tra i primi in Europa a dire che il governo avrebbe accettato l’invito di Trump, come osservatore. Spagna, Francia, Regno Unito e Germania hanno invece fatto altre scelte. “Guardi, avere posizioni diverse è naturale, tanto più di fronte a un tema come la ricostruzione di Gaza che nei  fatti è ancora molto lontana. Manca ancora il secondo pilastro degli accordi di Sharm el sheik. Per intenderci quelli che partono dal disarmo di Hamas. Passano per la presenza di una forza militare di stabilizzazione ed arrivano al ritiro di Israele dalla zona gialla”. Qual è allora il problema? “Il punto è avere  una capacità comune di gestione tra i grandi  paesi del nostro continente. Si tratta di costruire quell’autonomia strategica dell’Europa su cui, pur con sfumature diverse, i principali leader Ue concordano, come è emerso alla recente conferenza di Monaco e prima ancora a Davos e al Consiglio europeo informale”, risponde il presidente di Med’or.

Insomma, se quello sul Board di Trump poteva essere il primo test,  non è per niente andato bene. “Mi auguro che una discussione possa riaprirsi anche dopo la  riunione di oggi”. Ogni fuga in avanti, secondo Minniti, “è contro l’interesse europeo, ma anche contro quello nazionale.  Perché in un mondo profondamente interconnesso molto dell’interesse nazionale si gioca al di fuori dei nostri confini. E nel caso dell’Italia dipende anche dal modo in cui saremo capaci di incidere nell’impostazione di una radicale riforma di questa nostra Europa”. Nelle ultime settimane, proprio a questo proposito, si è parlato molto del rapporto più stretto tra il governo italiano e tedesco su vari dossier, a partire dalla competitività europea e dalla sburocratizzazione. “Abbiamo un’opportunità straordinaria. Penso che l’alleanza strategica con la Germania, che non significa in alcun modo isolare la Francia, sia la strada giusta. Ma non va vanificata”, avverte l’ex ministro prima di ribadire: “Pensare che ogni paese europeo possa trattare da solo con gli Stati Uniti è una tragica illusione. Sarebbe la rivisitazione contemporanea di Biancaneve e i 27 nani”.

Del resto, secondo Minniti, questa fase storica, in cui si va ridefinendo l’ordine mondiale,  potrebbe essere molto favorevole all’Unione europea. “Ci sono molte nazioni, dall’Africa all’Asia al Mediterraneo, che  pur non volendo entrare in una logica di conflitto con l’America stanno costruendo una propria autonomia e vedono nell’Europa un interlocutore. Ed è in questo scenario che la premier Meloni è stata invitata al Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo e al vertice dell’Unione africana la scorsa settimana. Da molto tempo non venivano invitati leader europei. Nella stessa direzione vanno anche gli ultimi due accordi commerciali siglati da Bruxelles, quello con l’India e il Mercosur”. In questa dinamica, ne è convinto infine il presidente di Med’Or, la geografia è dalla parte dell’Italia. “Rappresentiamo l’anello di congiunzione tra occidente e sud del mondo con tre pilastri: dimensione transatlantica, Europa, Africa e Mediterraneo. Questa è l’unica via nell’era dell’’incertezza’ per costruire un nuovo ordine mondiale, questa è la missione storico-politica dell’Italia”.
 

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