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Girotondo di opinioni
"Lo stop alla carne di cavallo? Si rischia una rivolta". Voci dai territori dove la braciola è cultura (e business)
“Non è una proposta del centrodestra. C’è una filiera legale e cittadini la mangiano, perché non dovrebbero?", dice il senatore di FI Damiani. Macellai e commercianti temono il peggio, mentre le amministrazioni comunali dal sud al nord si preparano a reagire: "Faremo sentire le nostre voci"
L’intesa bipartisan, crollata sul ddl consenso, riparte dal cavallo. Il Parlamento è pronto a esaminare tre proposte di legge, firmate rispettivamente da Michela Vittoria Brambilla di Noi Moderati, Susanna Cherchi del M5S e di Luana Zanella di Avs, che intendono mettere una parola fine al consumo di carne equina. “Non è una proposta del centrodestra – specifica al Foglio Dario Damiani, senatore di Forza Italia – La collega Brambilla porta avanti i temi di molte associazioni animaliste, da sempre lei fa questo tipo di attività in parlamento. Ma la questione non va affrontata in tema ideologico. Ed esprimo la mia contrarietà a questo disegno di legge”. Secondo le firmatarie il cavallo non si mangia, si coccola e basta come qualsiasi altro animale di affezione. In molte zone d’Italia, però, la carne di questo animale è merce pregiata, se non proprio una colonna portante della cultura e dell’economia locale. “C’è una filiera legale e cittadini che la mangiano, perché non dovrebbero?”, sottolinea il senatore.
In Italia, va detto, se ne mangia poca. Solo il 17 per cento di chi consuma carne inserisce il cavallo nella propria dieta, secondo una ricerca dell'organizzazione no profit Animal equality e Ipsos. Sorvolando sui numeri, l’equino è presente sui menù di tantissime regioni, dalla Sicilia alla Puglia, così come Lazio, Veneto e Lombardia. Che, sempre secondo i dati, è l’area che ne mangia più di tutte (il 24 per cento). “Ritengo che nell’iter parlamentare sia opportuno valutare attentamente quali possono essere le ricadute in termini economici, oltre alle specifiche tradizioni culinarie molto radicate in alcune zone”, spiega Simona Pasquali, assessora all’Ambiente e benessere animale di Cremona.
Nei territori galoppa la tragedia. “Mi sembra ci sia tanta ideologizzazione in questa proposta di vietarne il consumo tout court”, dice al Foglio Enrico Trantino, sindaco di Catania, forse la città italiana dove la carne di cavallo va oltre la gastronomia e assurge a simbolo identitario. I catanesi se la mangiano bollita, a mo’ di polpetta, oppure passeggiando per strada nella formula arrusti e mancia (tradotto: griglia e mangia). “Seppure comprensibile il rispetto per gli animali d’affezione, non si può pensare sacrificare antiche tradizioni e usanze sull’altare di un presunto conformismo gastronomico – dice il primo cittadino catanese – occorre valutare bene e tenere nella debita considerazione tutti i punti di vista, senza preconcetti ideologici”.
Il cavallo è cultura, ma anche economia. Per un report di Animal Equity, in Sicilia si concentra il maggior numero di allevamenti in Italia (oltre il 23 per cento). Una rilevazione di Confesercenti stimava che nel 2016 le famiglie italiane spendevano per la carne di cavallo quasi 500 milioni di euro ogni anno, circa l’1,5 per cento della spesa complessiva relativa a tutte le tipologie di carni. “Con questo stop alla carne equina si toglierebbe il pane a tantissime famiglie. E lo dico da vegetariana”, ci spiega Federica Ingaglio, assessora con delega alla tutela degli animali a Gravina di Catania. “Da noi è una tradizione, e anche i turisti sono attratti da questi da questi usi e costumi. Se passasse questa legge ci sarebbe una rivolta da parte di macellai e commercianti”, assicura Ingaglio. Basta fare zapping fra i tg locali per capire che aria tira fra chi alleva e macella cavallo ogni giorno. Tanto in Sicilia quanto in Puglia, dove l’equino è celebrato (e cucinato) nella provincia di Bari, Corato e Terlizzi, per poi spostarsi a sud verso Gioia del Colle e Santeramo in Colle. Il sindaco di quest’ultimo comune, Vincenzo Casone, si dice pronto a “interpellare la regione su questo tema. Non si può pensare di cancellare in questo modo un settore economico così radicato nel tempo. È una proposta legge fatta sulla pelle dei territori, soprattutto del mezzogiorno. Faremo sentire la nostra voce”. Molti dai territori si stanno mobilitando, “anche la stampa e le televisioni locali – sottolinea il forzista Damiani – e in più si stanno creando associazioni da parte dei produttori per manifestare la loro contrarietà alla proposta”.