Il racconto

La solitudine di Tajani. Non vuole andare al Board ed è solo in Aula. il Pd lo attacca con le frasi di Marina B. L'idea di inviare Peronaci

Carmelo Caruso

L'opposizione parla di "neocolonalismo", Marina Berlusconi non ama Trump e in mezzo resta il ministro. Si ragiona se mandare l'ambasciatore in America, Marco Peronaci, o i viceministri. La difesa del governo: "Abbiamo bisogno dell'America per difenderci nel Mediterraneo"

Roma. Tajani salga a Board, cazzo. Ministro, è vero che lei si immola, vola a Washington, per partecipare al Board di Gaza? “Io sono leale”. Ministro, ma mandare qualcuno al posto suo? “Eh...”. La verità? Non ci vuole andare nessuno. Lorenzo Guerini alla Camera dice che “i tedeschi forse inviano un diplomatico. Il Board è  la privatizzazione degli istituti di multilateralismo”. Salvate il naufrago Tajani. Il ministro è alla colonna e il Pd affonda. Provenzano gli cita Marina Berlusconi. Sembra di stare in una strofa di Paolo Conte: “Sono qui con te, sempre più solo”. Tajani lonely. 


Stiamo cercando un tedesco come si cerca la moglie quando si è rovesciato l’olio in cucina. Aiuto. Tajani informa le Camere sulla partecipazione dell’Italia alla prima riunione del board di Gaza, come osservatori, e spiega che “non abbiamo alternative al Piano Trump” e che se c’è qualcuno, e si rivolge all’opposizione, “me lo proponga”. Il Pd maramaldeggia su Tajani, cuore di Meloni. Arrivano accuse di “neocolonialismo”, di “scodinzolamenti”. Provenzano legge stralci di Marina Berlusconi  su Trump e Tajani cambia colore. Lo cerca con gli occhi durante la risposta e se potesse gli strapperebbe tutti quei peletti fulvi, in viso, ma Tajani è “navigato”, Tajani ogni volta che lo vogliono mettere nel sacco risponde ai cronisti: “Amico, mio. Guarda che io sono vecchio”.

 

Alla Cavaliera non piace l’idea del viaggio da Trump, da Don Vito Trumpone, ma Tajani a quale cuore deve rispondere? Il liberale-libertario, il ministro Paolo Zangrillo gli resta vicino, in Aula,  perché “Trump non è il mio modello, sia chiaro, anzi, tutt’altro, ma è giusto andare a vedere, osservare. Siamo vicini geograficamente”, poi si butta sul referendum e le suona a Gratteri, all’Anm: “Le frasi di Gratteri? Mi sembrava che fosse l’intelligenza artificiale, ma ho scoperto che era il vero Gratteri. Nordio fa bene a chiedere la lista di chi sta donando per il comitato del ‘no’. Anche io voglio sapere. E se ci sono delinquenti?”. Si sdrammatizza.

 

Da Forza Italia, un consigliori propone: “Ci sarebbe la sottosegretaria Maria Tripodi e pure Edmondo Cirielli che è rimasto viceministro degli Esteri. Io l’ho detto a Tony: manda loro”. A meno di ventiquattro ore da questa prima riunione del board of Gaza, che dura cinquanta minuti  si spera che Berlino spedisca un ambasciatore così anche l’Italia può delegare l’ambasciatore in America, Marco Peronaci. La decisione è prevista oggi, e sarà di Meloni.  Luigi Marattin, segretario del Partito liberal democratico la pensa come Zangrillo, è per andare: “Qui si sta parlando di Gaza, un posto dove se non si coltiva la fiammella della pace tra due mesi riscoppia un conflitto”. I vannacciani si ritagliano il loro spazio con la singolare proposta del vicecapo, Edoardo Ziello: “Io sono per invitare nel board  la Russia ed estromettere il Qatar che finanzia i Fratelli Musulmani”. Non si vedono leghisti e ministri, oltre Tajani, solo due. E’ solo. Il board si mescola con il referendum, con lo sberleffo e la Rai. E’ una panna, smontata. Al ministero della Giustizia dove si apprezzano le buone bottiglie di vino (non è uno scherzo) è stato nominato responsabile della trasparenza, Edoardo Buonvino mentre Stefano Graziano, del Pd,  è rimasto il samurai che rilascia ancora interviste per denunciare lo scandalo della Vigilanza Rai bloccata. Si insulta che è una bellezza tanto che il capogruppo di FI, Paolo Barelli, registra “siamo ormai alla merda in faccia”. Finisce di dirlo e si sente urlare Ricciardi del M5s  “perché si sta facendo un killeraggio contro Francesca Albanese”.

 

La più sobria è Schlein che si limita a “l’Italia non vada, non partecipi”. Si parla dello sbarco di Trump a Milano per la finale di hockey alle Olimpiadi  e c’è l’idea di un bilaterale ma da Chigi vi rispondono, giustamente: “E sentite la Casa Bianca”. Il peggio che vi possa capitare è dover masticare come Tajani, il ministro si sta come in autunno gli alberi le foglie (e Meloni). Insomma, perché ci andiamo al board? Spiegano i diplomatici di governo che c’è molto di più di questo invito: “Abbiamo bisogno della protezione americana nel Mediterraneo. Abbiamo bisogno di contenere i flussi migratori”. Si scrive Gaza ma si legge ricostruzione e c’è la Libia di Haftar che preoccupa il governo. In una parola: sempre sicurezza, gli sbarchi. Provenzano, è il suo giorno, sorridente, continua a pungere Tajani lonely: “Il board è una truffa. Quando ho parlato di Marina ho visto Tajani in difficoltà. Mi attendevo un Tajani che andasse contro Meloni, che facesse l’europeista, ma ho visto solo un ministro che ha deciso di tacere”. Lo colpisce anche Enzo Amendola, ancora: “Come dice il compagno Orfini, Tajani è un osservatore ma al ministero degli Esteri”. Nel gergo militare il gesto di Tajani si chiamerebbe lealtà alla bandiera, alla sua presidente, ma è politica e Tajani può solo rispondere: “Gli attacchi sono strumentali, noi non scodinzoliamo, non collaboriamo con Tony Blair. Noi non siamo quelli che andavano al bar e cercavano con la Merkel”. Se proprio ci deve andare un italiano è meglio che ci vada Tajani anziché l’ambasciatore. Ormai è fatta. Se  ci va qualcun altro diventa un gesto alla Schettino e Tajani non lo merita. Meglio la faccia di Tajani (o ancora meglio di Meloni) che quella di bronzo, la faccia del vacci, vacci te. 

 

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio