L'anello debole
La politica ama Tolkien ma ignora l'occhio di Sauron nel fuoco olimpico a Milano
Giorgia ed Elly non hanno reso omaggio al braciere e alle Olimpiadi milanesi, molto male. Lo svizzero antisemita in tv, peggio
Che il multicolore e applaudito braciere olimpico di Milano abbia una magnetica somiglianza con l’occhio di Sauron, il controllo onnipresente del Signore Oscuro del Signore degli Anelli, lo hanno notato in molti. Soprattutto di notte, quando i suoi colori cangianti dardeggiano verso il bel cielo di Lombardia. Ben avrebbe dovuto notarlo anche Giorgia Meloni, leader dei fratelli tolkiniani, e la forte attrattiva di Sauron avrebbe potuto convincerla a presenziare alle Olimpiadi, a render loro omaggio. Invece è rimasta lontana, invisibile all’occhio pur di non gratificare Milano. Ma non all’occhio di Sauron di Beppe Sala, che ha infilzato il governo per lo scarso afflato olimpico: “Sarei felice che ai Giochi venissero tutti, a prescindere dallo schieramento. Se non vengono, è una scelta loro”. Del resto il Sindaco degli Anelli aveva ben bastonato per lo stesso ma opposto motivo anche Elly Schlein, quella che a parole vuole “riprendersi Tolkien”, ma di simboli evidente poco capisce e non s’è fatta vedere alle Olimpiadi per non dover ammettere che il governo le ha organizzate bene. “Io, al posto della segretaria del Pd, Elly Schlein, sarei venuto qua”, aveva commentato Sala. Che intanto ha aggiunto un altro pezzetto alla legacy olimpica. L’occhio di Sauron, ops, il braciere olimpico, “dopo l’evento resterà in un museo”. E chi s’è perso l’evento peste lo colga, come direbbe quello.
L’antisemitismo del cronista svizzero non è politica? Alle Olimpiadi il cui regolamento ha impedito a un atleta ucraino di ricordare sul suo casco da skeleton gli atleti della sua nazione ammazzati da Putin, ai Giochi di pace in cui tutti, dalla presidente del Cio Kirsty Coventry all’ultimo dei volontari con la pettorina sbrodolano da mane a sera di inclusione antirazzismo e libertà, succede che un telecronista della tv svizzera di lingua francese, Stefan Renna si chiama, resti a vergogna negli annali del nuovo antisemitismo, abbia approfittato di un ruolo pubblico (Rts avrà qualcosa da precisare, o sono d’accordo?) per chiedere la cacciata dai Giochi di due bobbisti israeliani, Adam Edelman e Menachem Chen, che stavano svolgendo la loro gara. Anziché fare il suo banale mestieraccio, l’Albanese del microfono ha concionato tutto il tempo della discesa contro Adam Edelman, accusandolo di definirsi “sionista fino al midollo” (non è un reato, dovrebbe saperlo persino un antisemita del canton Giura) e ha distorto un commento di Edelman a sostegno della guerra dell’Idf a Gaza contro Hamas definendolo un sostegno al “genocidio a Gaza”. Il Cio, così attento a non far entrare la politica nei Giochi, si nasconderà ovviamente dietro la mancanza di giurisdizione. Ma almeno un post di Enrico Letta, per Giove!
Senza patria, senza bandiera. Nonostante questo gran sventolare di bandiere cerimoniali e suonare di inni, persino alle Olimpiadi la nazionalità non è più una virtù, per parafrasare don Milani. E’ la bella favola di Richardson Viano, il primo atleta di Haiti a partecipare ai Giochi invernali, che l’altro ieri è riuscito nell’impresa di qualificarsi alla seconda manche dello slalom, seppure come 29esimo, con il ritardo abissale di 8,17 secondi dal primo Atle Lie McGrath, quello che poi fuggirà nel bosco. Pazienza, è stata festa grande per lui e per Haiti, e anche per la sua famiglia adottiva: i Viano che sono piemontesi ma vivono a Briançon, dipartimento delle Alte Alpi francesi. “Rici” è in Italia da quando aveva tre anni e mezzo, e ha già raccontato la sua storia (essere precoci è tutto) nel libro Ad Haiti sognano la neve. Applausi.
Meno felice e sognante la storia di altri atleti, come i 13 russi che nonostante l’esclusione del loro paese sono stati ammessi alle gare, senza bandiera nazionale ma come “Atleti individuali neutrali”. E se l’ex biathleta russo Anton Shipulin, oggi attivo per il governo russo, ha polemicamente dichiarato che non restituirà mai la medaglia che aveva vinto a Sochi, anche se poi fu squalificato per doping, diversa è la storia di Nikita Volodin, pattinatore tedesco che lunedì sera ha vinto il bronzo in coppia con Minerva Fabienne Hase nel pattinaggio di figura. Nikita, 27 anni, è nato a Pietroburgo, ha gareggiato per la Russia ma poco tempo fa ha ottenuto il passaporto della Germania, a tempo di record per le Olimpiadi. La nazionalità non è più una virtù, ma la passione per lo sport invece sì.