Foto Ansa
problemi veneti
Il governatore Stefani si sfila dalla Liga e manda in tilt la Lega
Caos ai vertici della Lega in Veneto: il governatore lascia la segreteria regionale ma senza un vero passaggio di consegne. Tra ipotesi commissariamento e l’ombra di Matteo Salvini, il partito resta sospeso in attesa del congresso
Chi ha il pane non ha i denti. O meglio: chi ha la Liga non ha modo di gestirla. Succede allora che la carica di segretario regionale del primo partito in Veneto, all’improvviso, diventa una patata bollente. Se ne chiama fuori Alberto Stefani, che in quanto governatore rivendica l’incompatibilità del doppio ruolo – prendendo un abbaglio, come vedremo. E così facendo delega il fardello ai suoi secondi: Paolo Borchia e Riccardo Barbisan. Soprattutto Borchia, che in quanto vicesegretario vicario diventerebbe così il nuovo numero uno. Problema risolto? Per nulla. Né de iure, né de facto. Perché l’europarlamentare è una persona impegnata: capogruppo del Carroccio in Europa, segretario provinciale nell’importante provincia di Verona. Un tale sovraccarico di lavoro sarebbe impegnativo. Quanto meno andrebbe discusso. Anche perché, checché ne dica Stefani, non esiste alcun vincolo statutario riguardo alla sua decadenza: basti pensare che Roberto Cota, in Piemonte, era stato sia presidente sia segretario regionale per quattro anni. Dal 2010 al 2014, senza battere ciglio. Un precedente che evidentemente sfugge al Veneto in subbuglio.
Contattati dal Foglio, Borchia e Barbisan si affidano al no comment. Vanno capiti: si sta alzando un bel polverone, bisogna dosare le parole. Fonti interne al partito confermano però che al momento non c’è stata alcuna nomina né un passaggio formale di consegne. Il passo ormai impellente sarà l’individuazione di un commissario regionale, a cui seguirà il congresso vero e proprio nei prossimi mesi – ma a tal proposito, da queste parti, si predica prudenza: l’ultima volta che la Lega fu commissariata da Salvini, nel 2020, lo rimase per quasi tre anni nonostante i mal di pancia della base del territorio. Chi era quel commissario? Proprio Stefani, ironia della sorte. Mentre il prossimo potrebbe essere Nicola Finco, già coordinatore della scorsa campagna elettorale – oltre a quella in vista per Venezia – e altrettanto nelle grazie del vicepremier. Un ping-pong procedurale che riduce i nomi per le cariche di peso a quei pochi fedelissimi di Salvini nel nordest. E a questo punto, agenda alla mano, il povero Stefani – largo al factotum? – forse tutti i torti non li ha.
Il paradosso è che invece ci sarebbero fior di militanti che scalpitano per prendere in mano le redini regionali del partito: battere nelle piazze, provincia per provincia, recuperando gli scontenti e accompagnando nel migliore dei modi la transizione post-Zaia. Di profili del genere il Veneto è pieno, da Roberto Marcato – candidato e poi tagliato fuori allo scorso congresso – a Dimitri Coin. Ma appunto, da qualche tempo la Liga non brilla per democrazia interna. Così per adesso Borchia e Barbisan fanno i reggenti a quattro mani, suddividendosi l’attività amministrativa: tecnicamente Stefani ha affidato la segreteria al primo soltanto perché – questo sì, da statuto – si prevede che il vicario debba essere un segretario provinciale. Alla mossa del governatore, tutti i leghisti veneti però sono cascati dalle nuvole. Eppure non si stupiscono più.