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il guardasigilli

Come smontare il gratterismo con i fatti. Intervista al ministro Nordio

Claudio Cerasa

“No, la nostra non è una riforma di destra. Non ho paura a dirlo: votare Sì è anche un atto di antifascismo. Le parole del procuratore di Napoli? Eclissi del diritto”. Gratterismo o garantismo? Parla il ministro della Giustizia

Gratterismo o garantismo? Provare a mettere per un istante da parte il caso Gratteri, con le sue misuratissime parole dedicate a chi voterà Sì al referendum, tutti massoni, tutti criminali, tutti indagati, tutti furfanti, non è facile, è vero, e in politica, come si dice, quando qualcuno prova a buttarla in vacca la tentazione di infilarsi rapidamente in una comoda lotta nel fango è forte e persino suggestiva. Per evitare di buttarla in vacca sul referendum, per evitare cioè di buttarla in vacca sulla riforma della giustizia su cui gli elettori andranno a esprimersi i prossimi 22 e 23 marzo, provare a scardinare il gratterismo, per così dire, è un’operazione importante, che non riguarda solo le incredibili frasi dette dal procuratore capo di Napoli su chi sono coloro che votano Sì. Ma riguarda più in generale il tentativo di costruire una realtà parallela, attorno alla riforma della giustizia, per non parlare dei fatti, degli articoli, del merito, della ciccia. Il ministro Carlo Nordio, giovedì mattina, ha passato un’ora con noi a discutere della riforma di fronte ad alcuni studenti e alcuni docenti, alla Link Campus, e nel corso della chiacchierata sono emersi alcuni spunti di riflessione utili per difendersi, sulla riforma della giustizia, dalla modalità Gratteri (“le sue parole? Sono l’eclissi del diritto”, ci ha detto ieri). Ministro Nordio. Chi voterà per il referendum è possibile che trovi nelle prossime settimane informazioni, oltre che sulla stampa, in televisione, alla radio, sui siti internet, anche sui social. Piccolo esercizio di creatività. Quattro social, quattro messaggi. Se il ministro dovesse suggerire un’immagine da usare su Instagram per spiegare il Sì al referendum, che immagine suggerirebbe? “Direi una serie di immagini, direi un video. Il video lo immagino così: una persona entra in un tribunale perché deve essere giudicata, vede a destra il suo accusatore che lo ha portato a giudizio, a sinistra il suo avvocato che lo difende, in alto, imparziale e terzo, il giudice che lo giudica. E si immagina un giudizio appunto terzo e imparziale. Dopodiché quel pomeriggio lui non sa che quel pubblico ministero, al Consiglio giudiziario, darà i voti al giudice che lo ha giudicato e che, appartenendo o alla stessa o a una corrente diversa – le correnti, lo dico per chi non lo sapesse, sono i partitini che compongono l’Anm e quindi il Csm – sono, diciamo, appartenenti alla stessa famiglia”.


“La politicizzazione  nella magistratura è nel rapporto tra Anm e  correnti che ne fanno parte con i partiti politici” 


“Non sarebbe tranquillo se sapesse che il suo accusatore è in strettissimo contatto con il suo giudice”. Da Instagram a Facebook: come spiegherebbe a uno studente con un linguaggio semplice le ragioni per cui votare No? Sarebbe un errore mortale? “Cercherei di spiegare che il dibattito politico, attorno a questa riforma, è tossico. Purtroppo in questo paese accade molto spesso, è accaduto nel passato, che di un referendum si dimentichino quelli che sono i contenuti e quelli che sono tuttora i requisiti e si passi direttamente alla lotta governo sì, governo no, Meloni sì, Meloni no, maggioranza sì, maggioranza no. Se vogliamo stare sul merito, le cose da ricordare sono poche. Nel 1988-89 è entrato in vigore in Italia un processo penale, cosiddetto alla Perry Mason, voluto da un grandissimo giurista che era Giuliano Vassalli. Incidentalmente dirò, forse i più giovani non lo sanno, che Giuliano Vassalli, socialista, medaglia d’argento della Resistenza, aveva rischiato la vita per liberare da Regina Coeli quelli che sarebbero diventati i due presidenti della Repubblica, Pertini e Saragat, che erano incarcerati dalla Gestapo. Quindi non un pericoloso sovversivo e tantomeno un criptofascista. Introducendo questo processo, Vassalli si è trovato però di fronte a una Costituzione che, essendo stata redatta 40 anni prima quando esisteva un processo penale – quello Rocco, si chiamava Codice Rocco, voluto da Mussolini – era un codice, come detto, inquisitorio. Quando la nostra Costituzione è entrata in vigore, i nostri Padri costituenti non si sono posti il problema di adeguare il codice alla Costituzione, ma hanno fatto in un certo senso il procedimento contrario: hanno scritto una Costituzione che aveva davanti a sé quel codice inquisitorio, dove per esempio le carriere erano unite. Naturalmente c’era stato un dibattito all’Assemblea costituente. Sono stati citati Calamandrei e altri, ognuno aveva idee diversissime. Togliatti voleva addirittura una certa dipendenza della magistratura dal potere esecutivo, era favorevole al sorteggio; insomma è stata una discussione ad altissimo livello ma molto articolata. Quando 40 anni dopo Vassalli ha introdotto questo processo, lui stesso avrebbe voluto cambiare la Costituzione. Ci sono fior di interviste che ha fatto, perché un processo penale accusatorio come quello che ha introdotto lui poggia essenzialmente su quelli che sono oggi i motivi della riforma: quindi, per esempio, le carriere separate, due Csm differenti eccetera. Non è stato possibile all’epoca perché, come vedete, una riforma costituzionale implica una stabilità governativa e parlamentare che adesso c’è e all’epoca non c’era. Ci sono voluti due anni e mezzo per fare questa riforma più il referendum; all’epoca, negli anni 80, sapete, i nostri governi parlamentari erano molto volatili. Purtroppo Vassalli è morto senza aver concluso questa riforma. Ecco, adesso noi la introduciamo perché questa è la logica conseguenza dell’introduzione del processo accusatorio voluto, ripeto, da un grandissimo giurista socialista. Questo è un mantra che, mi permetto di dire, non lo dico io, lo dicono anche quei giuristi che non simpatizzano per la nostra parte politica. Penso ad Augusto Barbera, Sabino Cassese, Stefano Ceccanti, Cesare Mirabelli. I quali ti dicono: non c’è niente di eversivo, è un adeguamento costituzionale a un processo penale che è stato introdotto 40 anni fa”.


“La credibilità della magistratura non è minata dalla riforma ma dalle conseguenze del correntismo esasperato”


Proviamo a spiegarlo su LinkedIn, proviamo a spiegarlo alla classe dirigente. “Allora, se dovessi parlare a una classe dirigente di imprenditori o a una classe dirigente di alti funzionari dello stato, farei un esempio molto semplice. Se va in pensione un generale dei Carabinieri, un colonnello dei Carabinieri, un prefetto o un altro dirigente di azienda, il giorno stesso, soprattutto nell’ambito militare ma anche nell’ambito dell’alta amministrazione e anche nell’ambito dell’azienda, nel giorno stesso vi è il sostituto. Se va in pensione un presidente di Tribunale, di Corte d’appello o un procuratore della Repubblica, prima di essere sostituito passa un anno e mezzo, se va bene, e ci sono anche vari ricorsi. Perché questo? Perché all’interno del Consiglio superiore della magistratura devono mettersi d’accordo tutte le correnti, cioè tutti i partitini che lo compongono, e ognuno deve trovare un tassello per il suo protetto. Quindi, se va in pensione il procuratore della Repubblica del paese X, bisogna aspettare che si liberi Y, Z e XX, perché così in questo modo i quattro procuratori o i quattro presidenti del tribunale, che appartengono tutti a correnti diverse… Intendiamoci: non è che siano incapaci, per l’amor del cielo, ma se non appartengono alle correnti non sono iscritti, non fanno carriera, non c’è la possibilità per loro di assumere questi incarichi apicali. Questo però, attenzione, ha una fortissima incidenza anche sulla lentezza dei processi, perché un ufficio che rimanga per un anno e mezzo senza capo, voi vi renderete conto che è come se un gruppo di Carabinieri restasse senza colonnello o un comando generale senza generale”. Proviamo con uno slogan, andiamo su X. “Se dovessi essere demagogico proprio, e lo dico con un po’ di rammarico, direi che l’unica categoria di persone importanti che commette errori e non paga è quella dei magistrati, e questo accade perché esiste una giustizia domestica nell’ambito del Consiglio superiore della magistratura, cioè della sezione disciplinare, perché essendo tutti incrociati tra di loro e associati nelle correnti si compensano le rispettive, diciamo così, negatività. Poi, se qualcuno invece non appartiene alla corrente, viene sacrificato come esempio di salutare imparzialità della sezione disciplinare, ma tutti sanno che non è così”.

Il Codice Rocco, si diceva. Una delle critiche che viene fatta a questa riforma dai sostenitori del No è che la riforma Nordio sarebbe la spia di una deriva autoritaria, per non dire fascista, del governo. E’ possibile secondo Nordio ribaltare il concetto e dire che, essendo questa riforma un intervento sul famoso Codice Rocco, che era una eredità del fascismo, in fondo è una riforma antifascista perché va a sradicare un elemento centrale del corporativismo ideato nella stagione del fascismo? “Sicuramente, ammesso che esistano ancora le categorie del fascismo e dell’antifascismo. Ma se vogliamo metterla su questo è sicuramente antifascista. Ripeto, è una conclusione logica di un processo penale accusatorio voluto da un antifascista che ha rischiato la vita mille volte per la patria repubblicana e democratica. E aggiungo anche un altro paradosso: questo codice di procedura penale voluto, ripeto, da Giuliano Vassalli è stato modificato, integrato, demolito decine di volte. Se voi aprite un codice, per esempio quelli della Tribuna, vedete che le frasi in grassetto, che sono quelle dell’articolo originario, sotto vengono commentate da tutta una serie di frasi in corsivo che dimostrano tutte le integrazioni, modificazioni… Insomma, questo codice è stato snaturato proprio perché era incompatibile con la Costituzione. E’ stato lo stesso Giuliano Vassalli che, quando è andato alla Corte costituzionale, ha assistito, presumo, anzi ne sono certo perché ho parlato con lui a suo tempo, con sgomento alla demolizione del suo codice. Ma in realtà aveva ragione la Corte costituzionale, perché quel codice era incompatibile con la Costituzione. Detto questo, l’ultimo paradosso. Guardate: questo codice firmato da Vassalli – demolito e alterato, che quindi va rifatto – ha di fronte invece un codice, quello penale, che come sapete contiene i delitti e le pene, che è ancora quello di Mussolini. Cioè una persona che oggi viene condannata, come si dice, per l’apologia di fascismo, viene condannata da un giudice che tiene in mano un codice penale che è firmato da Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III. E questo la dice lunga sulla contraddittorietà e quasi schizofrenia del nostro sistema giuridico, che andrebbe rivoltato come un calzino proprio perché ha un codice di procedura firmato da un eroe della Resistenza che è stato demolito e un codice penale firmato da Mussolini che gode di buona salute”.


“I padri di queste iniziative, da cui nasce la riforma, erano tutti di sinistra. Faccio i nomi: Macaluso, Pellegrino” 


Un’altra accusa che viene mossa alla riforma è che con questi provvedimenti il pm potrebbe essere più debole rispetto a oggi. Ce lo dica chiaramente: c’è la volontà di rendere il pm meno forte rispetto a oggi oppure no? “Diciamo che questa accusa viene compensata da un’accusa simmetrica delle stesse parti che dicono che però così il pubblico ministero diventerà un super poliziotto. A parte che il pubblico ministero è già oggi un super poliziotto, dispone della polizia giudiziaria e gode delle stesse garanzie dei giudici, quindi è virtualmente un potere, diciamo così, senza responsabilità. Sia chiaro che noi non abbiamo toccato l’articolo della Costituzione che dice che il pm dispone della polizia giudiziaria, non abbiamo introdotto forme tantomeno di soggezione del pubblico ministero al potere esecutivo, basta leggere l’articolo 104. Anzi, abbiamo elevato la figura del pm, perché oggi il pm, se voi leggete l’articolo 104 insieme all’articolo 107 della Costituzione, vedete che è sì un magistrato che gode delle garanzie di autonomia e indipendenza, però un po’ meno del giudice. Noi invece con l’articolo 104 novellato abbiamo inserito il pm allo stesso rango di garanzie del giudice. La formula è: la magistratura si distingue in requirente e giudicante, sono entrambi sullo stesso livello. Resta il fatto però che anche qui la responsabilità del pubblico ministero, che ha questo potere immenso oggi, non esiste. Non perché noi la vogliamo mettere sotto l’esecutivo, è il contrario, l’ho detto mille volte: sarà la magistratura a giudicare sulla responsabilità anche dei pm. Ma oggi questa responsabilità non c’è per quella giurisdizione domestica che ho detto prima. Il pubblico ministero che sbagli, il pubblico ministero che sia inetto, incapace, finisce davanti, se finisce, davanti alla sezione disciplinare del Csm dove ci sono i suoi compagni, compagni proprio di partito, cioè di associazione, cioè compagni di corrente. Sono le stesse persone che gli hanno chiesto il voto quando sono state elette al Csm o alle quali lui ha chiesto il voto quando magari si è candidato ed è stato eletto nella legislatura precedente. Cioè è una commistione tra accusa e giudicante che è incompatibile con le democrazie occidentali, direi. Infatti non c’è paese in democrazia, dal Regno Unito agli Stati Uniti d’America, alla Nuova Zelanda, all’Australia, all’India, dove ci sia questa commistione, questa unità di carriere tra giudicanti e requirenti”.

Proviamo a rispondere a un’altra critica molto presente nell’Agenda Gratteri Associati: sarebbe giusto o sbagliato che la magistratura in futuro fosse maggiormente sotto il controllo dei governi? “Ho visto che qualcuno ha cercato di attribuirmi parole che non ho mai detto. Sarebbe un errore e non succederà. Anche per il semplice fatto che leggendo l’articolo 104 la nostra norma prevede una assoluta indipendenza e autonomia del pm e dei giudici dalla politica. Quando spiego questo punto mi sento dire: ‘sì, adesso è così ma domani cambierà’. Intanto non è corretto fare un processo alle intenzioni, ma soprattutto secondo la logica aristotelica è impossibile dare la prova negativa di un evento futuro e incerto: come faccio a dire che tra vent’anni non cambierà? Questo è l’argomento logico. Per quanto riguarda la soggezione al potere politico, è ovvio: la separazione dei poteri in una democrazia liberale, non occorre citare Montesquieu, vede la magistratura assolutamente indipendente e autonoma dalla politica. Il giudice deve essere terzo e imparziale. Noi a questo però abbiamo aggiunto anche l’imparzialità dell’organo accusatore, proprio perché deve essere svincolato da qualsiasi forma di controllo o di pressione politica, proprio perché anche l’azione penale, che è il monopolio del pubblico ministero, deve essere contrassegnata da una sorta di imparzialità e comunque da una non dipendenza da qualsiasi altra forma di potere”.

E’ una provocazione dire che l’unica politicizzazione da temere, nella magistratura, è quella che deriva dall’appartenenza alle correnti, che spingono i magistrati più ideologizzati a svolgere le proprie funzioni non solo in nome della legge ma anche in nome delle proprie idee? “Se per politicizzazione si intende contiguità o aggancio dell’Anm e delle correnti che ne fanno parte ai partiti politici direi proprio di no: non è una provocazione. I magistrati e anche le correnti non sono condizionati dalla politica. Semmai è il contrario: è la politica che insegue. Basti vedere su questa riforma: l’Associazione nazionale magistrati ha subito detto no e ha proclamato uno sciopero. Vede: all’interno della magistratura, la politica, se vogliamo usare questa categoria lessicale, esiste non come politica partitica ma come politica di puro potere nell’ambito delle cosiddette correnti”.

Critica ricorrente, altro punto dell’agenda Gratteri: non votate questa riforma perché metterà a rischio l’indipendenza della magistratura. “Io credo che il tema vada ribaltato. E’ il correntismo che mina la credibilità della magistratura. Non è che ai vertici degli uffici giudiziari siano andate delle persone incapaci o poco preparate in questi anni, anzi. Il ragionamento va ribaltato nel senso che c’erano e ci sono persone altrettanto preparate, altrettanto brave, che però non sono andate e non potrebbero mai coprire quei posti perché non hanno i padrini delle correnti: questo è il punto. Per cui molti magistrati si sentono frustrati per il fatto che, per questa ragione, rimangono a livelli inferiori”. Il governo ripete spesso che una delle finalità della riforma è rafforzare uno degli articoli della Costituzione che è il 111, cioè quello che riguarda la terzietà del giudice. Ci spiega perché secondo lei oggi i giudici non sono abbastanza terzi? “Sì, possiamo dire proprio così: non sono abbastanza terzi. Chi osteggia questa riforma dice che il pubblico ministero deve mantenere la cosiddetta cultura della giurisdizione del giudice. Il fatto è che molto spesso, cambiando ruoli, sono i giudici che hanno mantenuto la cultura del pubblico ministero e quindi vi è una sorta di dipendenza, diciamo così, culturale, anche sul modo di gestire i processi. Le faccio un esempio. Nel processo attuale il giudice dovrebbe stare zitto, quasi sempre zitto; incidentalmente potrebbe fare domande, ma sono le parti che devono fare domande. Il giudice regola il dibattimento e poi emette il verdetto e la sentenza. Sapete che nei paesi anglosassoni il verdict e la sentence sono due cose diverse perché c’è la giuria popolare; qui da noi il giudice è il giudice del fatto e il giudice del diritto. Detto questo, che cosa accade? Che molto spesso – io ho fatto per 40 anni il pm – anche dopo l’introduzione del processo accusatorio alla Perry Mason, i giudici zittiscono difensore e pm e fanno la domanda loro, perché con questa storia dell’unità delle carriere si ritengono ancora una sorta di pubblico ministero. Ma tutto questo, in un processo accusatorio puro, se parli con un americano o con un inglese, ti guarda con due occhi così. Certo che il presidente può e deve qualche volta fare delle integrazioni, delle domande, ma se diventa la regola, come abbiamo visto – io l’ho visto decine di volte a Venezia – è perché il giudice ha mantenuto la stessa mentalità di quel pubblico ministero, ruolo che lui esercitava fino a poco tempo prima”.


“Aprire gli occhi: in Italia c’è una commistione tra accusa e giudicante che è incompatibile con le democrazie occidentali”


In che modo la riforma può aiutare, come sostiene il governo, a scardinare il processo mediatico? Che c’entra la separazione delle carriere? Che c’entra il Csm? Che c’entra l’Alta Corte? “Il punto è semplice: oggi i magistrati molto spesso vanno oltre quelle che sono le loro prerogative o, meglio, i loro doveri deontologici. In questi giorni ho letto l’intervista di una giudice, sottolineo giudice, che peraltro si occupa proprio della materia su cui fa l’intervista, che critica in modo asperrimo il decreto Sicurezza che è stato approvato in questi giorni. Ora, che un giudice, ripeto, terzo e imparziale, prima ancora della conversione e dell’applicazione, cominci a dire che queste norme sono sbagliate, sono incostituzionali, è estremamente grave. Ma cosa accadrà dopo queste esternazioni? Non accadrà nulla. Perché? Perché, ripeto, essendoci una giustizia domestica nell’ambito del Consiglio superiore della magistratura, addirittura magari apriranno una pratica a suo favore, a sua tutela, come si dice, se qualcuno di noi dirà che lei è andata ultra petita, violando tutta quella deontologia che, a cominciare dal presidente Mattarella, era stata invocata negli ultimi anni: il giudice deve tacere, deve parlare attraverso le sentenze. Soprattutto se è un giudice. Un pubblico ministero può avere anche una libertà maggiore perché è una parte. Ma se il giorno dopo che è stato approvato un decreto capita che il giudice, che secondo l’articolo 111 deve essere terzo e imparziale e lo deve anche apparire, ti dice che quel decreto è sbagliato e anticostituzionale, e sarà quella stessa giudice poi a doverlo applicare, dovremmo ammettere che questa imparzialità, anche apparente, viene meno. E allora vorremmo ammettere che questa imparzialità, anche apparente, viene meno. Però non sarà sanzionata. Con la riforma dell’Alta Corte di giustizia, dove verrà meno questa giurisdizione domestica perché i magistrati saranno sorteggiati e quindi non saranno più legati al vincolo delle correnti, le cose dovrebbero cambiare”. Sta dicendo che in caso di approvazione della riforma se un giudice, come suggerisce anche la Cassazione, non si mostra imparziale, potrebbe essere sanzionato? “Attenzione. Una cosa è il merito del provvedimento che può essere sindacato soltanto dalla magistratura con i suoi mezzi di impugnazione. Dire ‘un giudice sbaglia’ è un’espressione impropria perché la giurisdizione, cioè lo ius dicere, cioè far sentenza, il decidere se uno è colpevole o innocente, è un’attività quasi divinatoria. Non per nulla in tutte le democrazie esiste un giudizio di primo, di secondo e magari di terzo grado, mentre non c’è una sala operatoria di primo o di secondo grado o un ponte di secondo grado se il primo dovesse, ahimè, crollare. Questo perché l’attività del giudicare è così difficile che l’errore è quasi fisiologico. Quindi togliamo questo equivoco: nessuno si permetterebbe e si permetterà mai di sindacare il merito di un provvedimento. Altra cosa sono le esternazioni fatte fuori dalle aule giudiziarie, soprattutto da parte dei giudici, che si permettono di criticare le leggi. Perché se i giudici cominciano a criticare le leggi, cioè a invadere quello che è il campo della politica, allora è inevitabile che avvenga il contrario, cioè che la politica cominci a criticare le sentenze, cosa che purtroppo è avvenuta nel passato. Nel mio mondo ideale i giudici non dovrebbero criticare le leggi e i politici non dovrebbero criticare le sentenze. Probabilmente, se noi riuscissimo a portare a termine questa riforma, seppure dopo un po’ di tempo – perché occorrerà sedimentare questa rissa che sta montando in questo momento e arrivare un giorno a un’atmosfera più razionale, più pacata – allora otterremo anche questo obiettivo”. Lei direbbe che questo pacchetto di riforme sulla giustizia è un pacchetto di destra? “I padri di queste iniziative erano tutti di sinistra. Faccio i nomi: Macaluso, Pellegrino – magari ai giovani non dicono niente – ma Macaluso è stato il direttore dell’Unità, Pellegrino è stato il presidente della Commissione stragi, io ho fatto il consulente con lui. Venivano tutti dal Pci. Durante la Costituente, per esempio, la magistratura era ancora formata in grandissima parte da magistrati cresciuti sotto il fascismo, che poi si sono riuniti in questa corrente che si chiamava Umi, Unione magistrati italiani, le cosiddette toghe in ermellino, che è durata fino agli anni 50-60. E i più giovani ribaldi la chiamavano Unione monarchica italiana, perché erano tutti magistrati un po’ conservatori. Durante i lavori della Costituente, proprio per evitare che la magistratura, che allora era conservatrice se non proprio reazionaria, assumesse un particolare potere, molti della sinistra hanno addirittura cercato di limitare i poteri della magistratura. Poi in realtà si è affermato questo principio della libertà e dell’indipendenza. Ma i padri costituenti, a cominciare da Calamandrei, su queste cose si sono battuti. E guardate che dovrebbe essere il patrimonio della sinistra una giustizia garantista, perché la sinistra nasce come tutela del più debole e davanti al magistrato, davanti al giudice soprattutto penale, l’imputato è sempre il più debole e oserei dire che più è ricco e potente più è debole, perché molto di più ha da perdere. Faccio un esempio: io ho fatto il pm per 40 anni. Quando io firmavo un mandato di comparizione, un invito a comparire come si dice oggi, magari a un pregiudicato con un certificato penale importante, quello neanche si presentava e non gliene fregava niente. Se lo faceva un sindaco, magari per un reato tipo l’abuso d’ufficio che adesso abbiamo abolito, quello si presentava pallido ed emaciato con due avvocati, magari anche molto costosi, perché non dormiva da dieci giorni. Perché? Perché aveva molto da perdere. Perché se il processo fosse andato avanti avrebbe perso la carica, avrebbe perso la funzione, avrebbe perso tutto. Quindi la sinistra, che nasce come tutela del più debole, è sempre stata dalla parte dell’imputato e ha visto la magistratura come vedeva la toga e come vedeva anche la tonaca e la spada: la sinistra le ha sempre viste come forme di potere. Non parliamo della sinistra anarchica, parliamo della sinistra normale. Quindi sì: questa, paradossalmente, è una riforma di sinistra. Del resto, ripeto, è l’epilogo di un codice di procedura voluto da un socialista”. Antifascista, non di destra, contro il processo mediatico. Per smascherare il gratterismo, a colpi di garantismo, forse si potrebbe partire anche da qui.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.