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I liberali esistono

“La Ripartenza” di Nicola Porro: si ride, si discute e c'è pure qualche idea sul futuro

Antonio Gurrado

Dal dadaismo di Giuseppe Cruciani al podcast live di Hoara Borselli. La sala milanese è piena per la convention che il giornalista organizza due volte l’anno,  e negli interventi degli opinionisti sono liberalizzate anche le parolacce. Un racconto dalla platea

Libertà vo cercando, quindi sono andato alla decima edizione de La Ripartenza – convention di matrice liberale che Nicola Porro organizza due volte l’anno fra Milano e Bari, ma la prossima sarà a Maratea – con il proposito di osservare il pubblico. Questa comunità, cresciuta attorno alla sua ormai decennale rassegna stampa, aiuta a capire che in Italia lo spazio per i liberali non va scavato con la forsennata creazione di potenziali partiti-contenitori, bensì sforzandosi di capire una buona volta cosa ci vada messo dentro.

In una piovigginosa mattinata feriale, la sala milanese è piena, c’è gente in piedi. Conto circa cinquecento persone accorse per un programma sapientemente costruito, con i panel più identitari collocati all’inizio e alla fine delle due sessioni: al mattino si apre col dadaismo di Giuseppe Cruciani e si sospende con Beatrice Venezi (lezione sulla “Carmen” come simbolo di libertà), al pomeriggio si riparte col podcast live di Hoara Borselli e in serata è previsto il ministro Piantedosi. La ciccia sta però nel mezzo e, va sottolineato, il pubblico non si dilegua al bar durante le tavole rotonde dedicate agli investimenti esteri, alle infrastrutture, all’energia e al mercato del lusso, con un ragguardevole parterre di presidenti e di amministratori delegati, da Ita Airways a Trenitalia, da Henkel a Moncler, fra gli altri.

Mimetizzato in platea, mi sintonizzo sul cuore di questa comunità. Si applaude e si ride unanimemente quando vengono sottoposte a un vaglio razionale, sovente colorito, assurdità e incoerenze di ciò che va sotto il nome collettivo di sinistra, ma in cui si può ravvisare quella corrente liberal nostrana tutta indignato moralismo e inclusività altalenante. E’ come se il pubblico volesse rimarcare quanta differenza faccia aggiungere una vocale alla fine del termine. Si ride tanto, in verità, e sembra ce ne sia gran bisogno; mi ricorda quanto scriveva Gianni Baget Bozzo sul primo numero del Foglio, cioè che il primo dovere dei liberali italiani è la dissacrazione. Negli interventi degli opinionisti sono liberalizzate anche le parolacce; almeno qui non è vero che non si può più dire niente, l’aria è allegra e nessuno si scandalizza. Il pubblico resta tuttavia freddino dinanzi all’affaire Pucci e una digressione sulla ventilata lobby gay cade nel vuoto. Quando viene detto che alcuni capitani d’industria italiani sono scettici sul sostegno all’Ucraina perché vogliono comunque fare affari con la Russia, applaude circa metà sala. Forse è stata toccata la discriminante fondamentale nell’opinione pubblica liberale: alcuni privilegiano le istanze del mercato, altri quelle del diritto.

Le antenne in platea si fanno però drittissime quando si prende atto che non esiste mercato italiano o europeo, ma solo un mercato globale; quando si rende testimonianza delle lungaggini imposte dalla proliferazione di regole; quando si identifica il lusso non con la scarcity ma con la ricerca di sviluppo; quando si apprende che la legislazione fiscale italiana, colpo di scena, non è più complicata che altrove; quando emerge che a Milano solo lo 0,3 per cento delle abitazioni è destinato ad affitti brevi. Sono alcuni dei temi che emergono dalle tavole rotonde, che colpiscono per il tono pacato e schietto. Segno non solo che Porro è riuscito a creare una confidenza con la propria comunità, ma che riesce a farsi tramite delle esigenze di una borghesia che bada al sodo: pretende che i trasporti funzionino (c’è anche il Presidente di Stretto di Messina s.p.a.: viene proiettato un avveniristico rendering del ponte), non teme le innovazioni tecnologiche, non si vergogna della ricchezza e, soprattutto, vorrebbe un’Italia che vivesse di pianificazione anziché di continue emergenze gettate nel calderone mediatico.

Gli steward quasi intimoriscono per eleganza ed efficienza. Più variegati gli spettatori: signori che vanno dal completo gessato alla camicia di jeans, signore che vanno dal tailleur al pellicciotto leopardato. In giacca ma senza cravatta (camicia al mattino, polo al pomeriggio), costretto sul palco per circa dieci ore, Porro sfoggia calzature sportive. Il suo è infatti un liberalismo in scarpe da tennis; non un abito demodé da estrarre dalla naftalina per far bella figura in società, bensì una soluzione pragmatica per vivere più comodi. E’ ciò che desidera una cospicua porzione di italiani e, forse, si spiega così la notevole presenza di giovani e di donne. In ultima fila qualcuno ha portato addirittura una neonata. Lei avrà tempo di crescere e, nel frattempo, Porro farà bene a insistere sull’argomento: per ritrovarci in un’Italia liberale, bisognerà cercare un altro po’.