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L'editoriale del direttore

Perché la grana europea sulla competitività è un test sui tabù di Meloni & Co.

Claudio Cerasa

Prima di rompere le catene che tengono l’Europa ingessata, bisogna pensare a a ciò che impedisce ai paesi membri, come l’Italia, di avere più concorrenza, più liberalizzazioni, più sburocratizzazioni. Dazi interni da abbattere, europeismo ipocrita da domare, la scelta della premier

L’attivismo di Giorgia Meloni sul tema delicato e suggestivo della competitività europea è una notizia positiva per diverse ragioni. La prima ragione, la più semplice e forse la più importante, riguarda una postura diversa dal passato assunta dalla premier che coincide con una consapevolezza: la necessità di tutelare l’interesse nazionale attraverso il rafforzamento dell’Europa costruendo un patto ambizioso con la Germania guidata da Friedrich Merz. La svolta rispetto al passato è evidente. Nel 2014, il programma elettorale di Fratelli d’Italia proponeva, testuale, “lo scioglimento concordato dell’Eurozona”, e ai tempi Meloni raccoglieva firme per uscire dall’euro. Oggi, invece, Meloni considera prioritario usare il rapporto privilegiato con la Germania non per costruire un asse contro Bruxelles, ma per incidere su Bruxelles, nella consapevolezza che per sostenere gli interessi nazionali bisogna chiedere all’Europa di fare di più, e non molto di meno, su competitività, difesa, energia e mercato unico dei capitali. La seconda ragione coincide con una sfida lanciata a Matteo Salvini: la Lega chiede da tempo meno Europa per tutelare gli interessi nazionali e Meloni invece ne chiede di più, almeno su alcuni ambiti. Sintesi: meno falso patriottismo al servizio dei nemici dell’Europa, più investimenti sul patriottismo sovranista.

La partita sulla competitività europea, però, se ci si pensa un istante, nasconde anche altro. E nasconde in particolare due test interessanti per Meloni. Il primo riguarda una contraddizione di fondo. Se Meloni pensa davvero che per tutelare gli interessi nazionali serva più Europa, e dunque più agenda Draghi, l’asse con Merz non può essere esclusivo ma deve essere inclusivo e finalizzato a ottenere ciò che in fondo Meloni stessa sosteneva anni fa: non solo più mercato unico, non solo uno sbullonamento del populismo ambientalista che ha aggredito l’industria europea, ma anche più debito comune.

Come dice un vecchio saggio che ha navigato a lungo a Bruxelles, Macron in Europa è colui che dice le cose più simili a Draghi sulla competitività, ma non ha la forza per imporre quelle idee. Meloni, invece, la forza ce l’ha e dovrebbe usarla per spingere uno degli ostacoli agli Eurobond, ovvero Merz, verso la direzione giusta: quella, per usare un termine caro anche a Sergio Mattarella, del “sovranismo europeo”. Il rischio che invece Meloni faccia l’opposto, declinando un europeismo a metà, è forte. E in questo senso il passaggio europeo sulla competitività sarà un test anche per capire se Meloni ha il coraggio di essere coerente con l’idea di partenza: tutelare l’interesse nazionale dando all’Europa nuovi strumenti per reagire alla sfida del protezionismo trumpiano. Il secondo test ha a che fare con un’altra questione. Agire in Europa sui temi della competitività è importante, ma quando si parla di competitività la partita decisiva si gioca più su un fronte interno che su un fronte esterno. E prima ancora di rompere le catene che tengono l’Europa ingessata, ci sarebbero altre catene da rompere per permettere alle imprese di correre di più. Catene politiche e ideologiche che impediscono ai paesi membri, come l’Italia, di avere più concorrenza, più liberalizzazioni, più sburocratizzazioni, più attenzione alla questione decisiva della produttività e più volontà di rimuovere con forza i dazi interni, ovvero le barriere che allontanano i mercati nazionali dai mercati europei. Agire in Europa per rafforzare la competitività dell’Italia giocando di sponda con la Germania è utile e prezioso. Farlo senza mettere in campo un whatever it takes per rendere l’Europa più sovrana e per rendere l’Italia più accogliente per fare impresa è un tantino ipocrita. Più che occuparsi dell’inesistente rischio fascismo, forse le opposizioni dovrebbero occuparsi di un altro “ismo” ben più pericoloso per il futuro dell’Italia: l’immobilismo. La strada c’è, l’occasione pure. E la scelta per Meloni in fondo è chiara: usare il palcoscenico europeo solo per far crescere i sondaggi o per provare a far crescere l’Italia.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.